Quando in una famiglia nasce uno scrittore,
quella famiglia è finita, si dice.
In realtà la famiglia se la caverà alla grande,
com’è sempre stato dall’alba dei tempi,
mentre sarà lo scrittore a fare una brutta fine
nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e fratelli,
per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.

Questo l’incipit di un memoir atipico che scorre fluido in uno stile liberassociativo, un’ispirazione graffiante sospesa fra ricordo e finzione, che gioca con le rappresentazioni mettendo al centro la questione del vero e di ciò che non lo è, in un rivelarsi e camuffarsi continuo dell’Autrice.

Ma si, dai, facciamo che sono io.

L’impudica follia della sua famiglia squinternata, un divagare fra scene di vita dolorose e divertenti, da chiedersi come l’Autrice riesca a suscitare un sorriso da momenti di tragedia e mortificazione senza perdere verosimiglianza.

A volte scriviamo non per elaborare un lutto ma per inventarlo.

Una scrittura arguta e tessuta di ironia che consente di mantenere l’ambiguità fra una realtà magistralmente sdrammatizzata e una narrazione provocatoria, una cifra che consente di avvicinarsi a ciò che ‘rode-dentro’ prendendo la via di fuga che l’umorismo consente, una canzonatura che - se dileggia chi di dovere - non scade mai nel sarcasmo.

Una narrazione irridente e liberatoria, un niente di vero che sa di buone difese per non farsi cogliere, di un camouflage per emanciparsi.

Anche se non sentivo ardere il fuoco della scrittura, da bambina per un certo periodo ho tenuto un diario. Non mi interessava conservare a futura memoria i miei patimenti infantili ma depistare mia madre. Sapendo che lei l’avrebbe letto – cosa che infatti faceva – le regalavo una versione di me a suo uso e consumo. (...) Qualche anno dopo provai a rileggere quei diari e lo scarto tra la mia invenzione e la realtà mi appariva meno evidente: dovevo aver lavorato bene sul grado di plausibilità affinché mia madre non si sentisse ingannata. Ora quel deliberato occultamento mi rendeva impossibile ogni rivelazione; eppure sentivo una strana intimità con quello che leggevo: non c’era niente di vero ed ero sopraffatta dalla tenerezza, erano i miei primi passi nell’impostura.

La scrittura come la fantasia, un salvagente rispetto a quello che non si può cambiare, uno spazio vitale che rovescia l’impotenza, che permette l’espressione del Sé tanto quanto si offre a schermarlo e proteggerlo.

L’immaginario è un riparo per rendere la realtà tollerabile, per trasformarla in un mondo più agibile e personale.

Come facciamo a uscire da questa cameretta? Come facciamo a liberarci? E in effetti è quello che ho sempre fatto nella mia vita. Ogni volta che mi sono sentita chiusa in una cameretta, dentro un gioco con delle regole, non ho provato a fuggire ma a inquinare il raziocinio della stanza e delle regole. A immaginare cose finte, a dirle, a provocarle, fino a crederci. Fino a pensare che un dado può sempre dare cinque, benché non serva assolutamente e nulla.

Tutte le verità creative escogitate per coprire le mie incapacità. (...) Non è mai importante la credibilità ma l’auto suggestione. (...) nella mia esperienza le menzogne hanno l’intrinseca qualità di generare coerenza, nessi causali, inferenze…

Un prendersi gioco di sé e dell’altro che spiazza continuamente il lettore – lo divèrte, appunto - coniugando con sapienza amarezza e leggerezza, che tiene avvinti a un disincanto che non sembra avere perso i legami.

Come si fa a riconciliarsi con qualcosa o qualcuno se i propri ricordi sono sfumati? Se mutano nell’atto stesso di formarsi? Possono toglierci tutto tranne i nostri ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato.

La vergogna e la spudoratezza, un equilibrismo originale di burle dolorose e rivelazioni profonde, fra solitudine e desiderio di essere vista.

Pochi giorni fa, una mia amica mi ha chiesto di cosa parlasse il mio nuovo libro, questo libro. Non sapevo che dire, ogni frase contraddiceva quella di prima, ogni sintesi mi pareva inefficace. Mi sembrava di affastellare alibi, giustificarmi per un misfatto di cui nessuno mi aveva accusato.

Mettendo in scena l’apprensione fra trattenere e lasciare andare, la Raimo plasma un re-inventarsi creativo ed enfatico che dà l’impressione di aver esorcizzato i suoi fantasmi e regolato una giusta distanza dall’altro e da sé.

Il senso di tutte le cose tende ad assomigliarsi appena ti viene richiesto di esprimerlo, e sembra che la verità possa esistere solo nella reticenza.

 

Recensione: https://www.cepsibo.it/index.php/cultura-e-societa/libri/recensioni/niente-di-vero-di-v-raimo-recensione-di-daniela-federici

 

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