È davvero possibile, in un tempo limitato a uno o pochi incontri, avviare un lavoro trasformativo? È questa la domanda che guida Un tempo “piccolo”?, il libro di Maria Moscara e Giorgio Mattei dedicato alla consulenza psichiatrica a orientamento psicoanalitico.
Il testo esplora il significato e le potenzialità di quella che gli autori definiscono “un tempo piccolo”: una consulenza psichiatrica, ma che non rinuncia alla profondità dell’ascolto e alla complessità del soggetto.
La consulenza psichiatrica effettuata in contesti istituzionali (quali l’ospedale generale e il Centro di Salute Mentale) è richiesta dai medici ospedalieri o dal medico di medicina generale che ha in cura il paziente. Il consulente, in genere in un solo incontro, deve costruire uno spazio di ascolto e un linguaggio condiviso. E’ qui che prende forma l’alleanza terapeutica, condizione essenziale per orientare il processo diagnostico e individuare i percorsi di cura più adeguati, rispettosi delle risorse e dei limiti del paziente.
Gli autori sottolineano quanto sia importante, in un’epoca in cui la psichiatria è spesso schiacciata sul modello neurobiologico, recuperare un dialogo con la fenomenologia e la psicoanalisi.
L’integrazione di questi saperi permette di offrire un servizio di cura più sensibile e umano, capace di riconoscere la sofferenza oltre i sintomi.
Particolare attenzione è dedicata all’apporto dell’approccio psicoanalitico alle competenze dello psichiatra. Un ascolto empatico, attento alla storia del paziente, alle sue difficoltà evolutive e relazionali, ai bisogni legati alla fase della vita e ai meccanismi di difesa consente una valutazione più profonda e restituisce centralità all’esperienza soggettiva della malattia.
In questa prospettiva, risultano utili anche alcune tecniche della TFP (terapia focalizzata sul transfert di Kernberg), adattate alla consulenza, soprattutto con i pazienti difficili, come quelli con funzionamento borderline. Questi ultimi, infatti, possono mettere in crisi le équipe con comportamenti provocatori o attivando dinamiche di scissione. L’uso di tecniche della TFP aiuta l’équipe a tradurre e comprendere il senso degli agiti del paziente, che spesso attivano dinamiche espulsive o di rifiuto, favorendo così il mantenimento o il recupero dell’alleanza terapeutica e il buon esito delle cure.
Il consulente, in questo senso, offre all’équipe un linguaggio condiviso che permetta di pensare insieme ciò che altrimenti verrebbe solo agito. Il suo ruolo diventa allora duplice: contenere e supportare sia il paziente che l’équipe, riattivando uno spazio di pensiero e limitando le escalation conflittuali.
Un altro aspetto messo in evidenza è il lavoro di collegamento, di “liaison”, che il
consulente svolge con altri reparti e figure professionali. Favorendo la comunicazione tra paziente, medici e familiari, aiuta a riconoscere e integrare la dimensione psichica della malattia, evitando che venga silenziata o espulsa.
Il volume sottolinea inoltre la complessità dell’assetto interno del consulente: capace di costruire rapidamente un’alleanza, ma altrettanto pronto a separarsi e lasciare andare; capace di alternare un atteggiamento più attivo esplorativo ad uno più ricettivo che assecondi il passo del paziente e rispetti le sue difese; chiamato infine a elaborare il lutto del tempo breve e quello della relazione, accettando l’incompiutezza e di essere un “traghettatore” che affida il paziente ad altri.
Questa dimensione rende la consulenza anche un terreno formativo prezioso per i giovani psichiatri: il tempo breve, infatti, implica un’esperienza emotiva molto intensa e costringe a lavorare in profondità sulla qualità del contatto e dell’ascolto, sulla capacità negativa e sul controtransfert e sulle capacità di sintesi, trasformando ogni incontro in un esercizio clinico particolarmente intenso.
Ma, come ricordano gli autori, “il tempo piccolo non è povero, ma intenso…
non tutto può essere detto, non tutto può essere capito, ma qualcosa può essere toccato, condiviso, messo in parola, e forse questo basta a cambiare il senso di un sintomo o di un incontro”.
Pur in un contesto che non consente la presa in carico terapeutica tradizionalmente intesa, l’intervento psichiatrico può diventare un luogo di accoglienza del dolore psichico e di apertura al senso.
Anche in un solo incontro può nascere uno spazio in cui il paziente si senta riconosciuto e compreso e si possa seminare un pensiero nuovo che germoglierà altrove.