Tre piani di una palazzina, tre storie che si sfiorano appena. Più che le atmosfere corali cui ci ha abituato, stavolta i protagonisti del romanzo di Nevo si passano idealmente il testimone di una voce, in racconti di intimità che cercano tutti un interlocutore per le proprie confidenze. Quelle di Nevo sono storie lasciate sospese, aperte su orizzonti che potrebbero sciogliere i loro nodi, o percepire il bordo un attimo prima del disastro. Storie che mostrano con finezza come ciascuno legga la realtà dai vertici dei propri fantasmi.
“La nostra anima non procede in avanti, solo in cerchi. E ci condanna a cadere e ricadere nelle stesse buche.”
C’è il suo solito acume nel descrivere l’attimo in cui ciò che organizza e tiene uniti i pezzi, quella spina dorsale che si ha “la certezza saprà leggere la realtà”, si sbiadisce o si frammenta. In quei momenti in cui si perde la presa di sé, diventa fondamentale un Io ausiliario, qualcuno che ci aiuti a ritrovare chi siamo. Il bisogno di un riconoscimento, di una testimonianza: “non passa davvero finché non lo racconti.” Al lettore immaginare se i protagonisti riusciranno a riparare; l’Autore non parteggia, non alimenta buonismi sentimentali. Fa lavorare le nostre categorie mentali, invece, mettendo in scacco facili manicheismi.

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