Il commissario Stefano Grisi, Questura di Pavia, aveva cominciato l'analisi circa sei anni prima, poco tempo dopo che sua moglie Giulia era scomparsa nel nulla lasciandolo solo con sua figlia Adelaide, tre anni appena compiuti. A niente erano valse le ricerche che aveva attivato, interpellando anche l'Interpol: la donna sembrava svanita, evaporata. 

Erano stati compagni di Università, poi erano entrati entrambi in Polizia. Dopo la nascita di Adelaide, tornati a Pavia, per continuare la carriera in Questura, da Padova, dove avevano studiato, Giulia cadde in una drammatica depressione post-partum. Le cose iniziarono a non andare bene, Giulia cominciò ad assentarsi, non solo emotivamente, ma anche fisicamente. Usciva spesso la sera, ed era lui ad occuparsi sempre più di Adelaide, un po' aiutato da nonna Renata, madre di Grisi. Il suo vice, Arto Loikaala, uomo grande e grosso, origini finlandesi, spesso associato dai colleghi alla figura di Obelix, il personaggio dei fumetti francesi che faceva da spalla ad Asterix, era riuscito a intercettare gli ultimi spostamenti della donna sul confine tra Brasile e Perù, poi nient'altro. Gli anni successivi erano stati molto duri per Grisi. Era una fortuna avere come amici Arto e sua moglie Sonia, siciliana verace, conosciuta dal finlandese durante una vacanza in Toscana. L’amore aveva fatto sì che Arto si trasferisse definitivamente in Italia. I due amici si erano presi cura di lui. Arto e Sonia erano riusciti a tirarlo fuori da una spirale autodistruttiva in cui si era cacciato iniziando a bere. E lo avevano immediatamente indirizzato al dottor Negrini, psicoanalista pavese cui si era rivolta tempo prima anche Sonia. Il suo lavoro di poliziotto e il lavoro dell'analisi, ma anche la vitalità dirompente che Adelaide gli metteva davanti agli occhi ogni giorno, in una sinergia di eventi simultanei e davvero felici, gli avevano permesso con gradualità di allontanare la bottiglia di vino rosso e di riprendere le sue attività di poliziotto. La sua vita e la sua anima erano tuttavia dominate da questo enigma che a tratti si ripresentava alla sua mente attraverso l’immagine di un pallone areostatico a forma di grande punto interrogativo che attraversava il cielo sopra di lui gettando ombre pesanti su palazzi e giardini, in un’atmosfera cupa e metafisica alla De Chirico. Spesso sognava questa scena nella quale lui si trovava a nascondersi dietro le colonne dei portici della città di Padova, dove si era laureato in Psicologia molti anni addietro, prima di entrare in Polizia. Nel sogno si nascondeva perché il pallone cominciava a sganciare bombe sui passanti. A quel punto si svegliava in un bagno di sudore.

Alle 8 di quel mattino di marzo il dottor Negrini lo aspettava nel suo grande studio di Via Vittadini, al nono piano, con una vista meravigliosa sul Ticino, che scorreva nel suo flusso eterno davanti agli occhi di Grisi, di fronte al lettino blu scuro di alpaca che dava su una grande finestra dell’attico, e sul quale il commissario si sdraiava tre volte a settimana. Negrini era riuscito a vederlo al mattino, in modo che poi lui potesse recarsi al lavoro con tranquillità. All’inizio dell’analisi Grisi era recalcitrante - era proprio quella l’immagine, un cavallo che scalcia, a cui pensava in retrospettiva, quando evocava i primi giorni della terapia. In alcune inziali sedute si era addirittura sdraiato con il cappotto addosso, e solo dopo alcune sessioni e qualche commento velatamente ironico e sornione del suo analista, si era deciso ad appendere impermeabile o giaccone sull’attaccapanni in anticamera. Ne erano seguite interpretazioni e dialoghi serrati in tema di sentirsi nudo come un verme di fronte allo sguardo di un estraneo che per giunta non avrebbe mai potuto capire il suo dolore. Lo studio di Negrini a Grisi era però sempre parso luminoso, anche nei giorni di pioggia più cupi, anche nei suoi più cupi giorni di tempesta interiore, di angoscia, di ricordi che emergevano trafiggendolo, mentre dietro di lui quell’uomo alto e magro sulla sessantina, dalla voce pacata e lieve, senza mai scomporsi, con una tenacia e una dedizione che a Grisi apparivano incredibili - quasi diaboliche, pensava a volte - gli rispondeva facendogli sentire la sua presenza, il suo calore, la sua comprensione. “Bisogna lasciar essere: Gelassenheit, come dice Heidegger”, ripeteva spesso, oppure “La realtà appare come vuole apparire”, oppure ancora “Capita che non vogliamo vedere l’odio che è presente nell’altro…e Giulia l’ha obbligata a vederlo, questo odio”, tutte frasi, parole, toni, slittamenti impercettibili di senso e significati che non aveva mai sentito prima provenire da  nessun’altra persona, e che avevano sulla sua mente, non capiva come, uno strano effetto di leggerezza e apertura a pensieri inediti, mai pensati prima ma pur sempre aleggianti nella sua testa, da qualche parte, in qualche sottoscala buio. Quello studio, quell’atmosfera, quell’uomo, comunque riuscivano a illuminare il suo sottoscala. E a quell’uomo aveva cominciato, piano piano, ad affezionarsi.

Alle 8 di quel mattino di marzo, mentre era in ascensore e il led luminoso indicava con lentezza il numero dei piani, Grisi stava pensando che in quella seduta avrebbe voluto parlare di sua figlia Adelaide. In particolare del fatto che non riusciva a dedicarle il tempo necessario, che la lasciava troppo tempo da sola perché lui doveva lavorare: aveva l’intera Squadra Omicidi della Questura da coordinare. Non era facile. Meno male che nonna Renata era molto presente, così come Alessandra, la studentessa universitaria che faceva da baby-sitter e con cui Adelaide si trovava molto bene. Ma nonna Renata stava invecchiando… e lui pure… mentre pensava a tutto questo, l’ascensore fece un sussulto e la porta scorrevole si aprì al nono piano. Negrini lo salutò stringendogli vigorosamente la mano, facendogli strada attraverso l’anticamera e il lungo il corridoio che arrivava allo studio. Grisi aveva la folta barba incolta e i capelli neri e lunghi piuttosto arruffati. Pensò che il suo analista notasse quell’aria un po' sciatta che poteva evocare nell’altro, così si riavviò i capelli, come a volerseli assurdamente pettinare. Si sdraiò sul lettino appoggiando le mani sul petto. Fuori un pallido sole giocava a rimpiattino con nuvole che rendevano il cielo simile a un tessuto indiano a pois variegati. Il fiume scorreva, lucertola dalle squame grigioverdi increspate dalla brezza fredda del mattino.

“Stavo pensando ad Adelaide…” . Così ebbe inizio la seduta.

“Sta pensando alla parte più bambina, più fragile della sua vita, quindi forse anche alla sua…”, rispose l’analista dopo un breve silenzio.

“Sto pensando al fatto che il tempo passa, come il Ticino, vede, di fronte a noi”, il commissario alzò un dito indicando il fiume, fuori dalla finestra, “Certe volte faccio una fantasia… cioè che prendo l’autobus e che dall’altra parte sale una donna, ed è lei, è Giulia”.

“Come quel libro di quello scrittore pavese, ‘Fantasma d’amore’… ne hanno tratto anche un film con Mastroianni, non so se lo ha visto, oppure ha letto il libro… l’ambientazione è la stessa, Pavia…”.

“Sì, me lo ricordo, l’ho letto molti anni fa. Ma la donna del libro era un fantasma appunto. Nella fantasia io vorrei ritrovarla davvero Giulia”.

“Anche se le ha fatto del male, così tanto male?”

“Sì, c’è stato molto odio, ma Giulia mi ha dato anche Adelaide”. A Grisi si riempirono gli occhi di lacrime, come da tempo non gli capitava. La stanza si riempì di un silenzio soffuso, un misto di tenerezza non espressa ma circolante, come quando un raggio di luce entra dalla finestra e rende visibile il pulviscolo sospeso nell’aria, o i pollini che ci circondano sempre, anche se non ce ne accorgiamo. Grisi ripensò alla frase che Negrini aveva pronunciato poco prima, sulla fragilità. Era importante che non ci fossero solo fragilità nella vita. Lui proteggeva i deboli, non poteva mostrarsi fragile, portava spesso con sé la pistola d’ordinanza… no, in seduta no, la lasciava a casa… tanto veniva a piedi in analisi. Abitava in via Colombo, a circa dieci minuti dallo studio del suo analista. Entrambe erano persone che, chi in un ambito professionale, chi in un altro, si occupavano di fragilità altrui. Entrambi “indagavano” per rendere più forte, più solido il mondo e proteggere i più deboli da chi o cosa potesse insidiare la loro VULNERABILITA’. Negrini aveva comunque una marcia in più, se così si poteva dire. Aveva, come dire? Una sorta di grandezza interiore, una mente più ampia della sua, e di quella dei suoi pazienti in generale. Altrimenti come avrebbe potuto curarlo? E curare anche tutti gli altri suoi pazienti? Glielo disse ed ebbe come risposta il silenzio.

Il fiume scorreva, insieme alle nuvole fuori dalla grande finestra. Gli tornò in mente l’immagine di Adelaide, la sua faccia incredula quando la psicoterapeuta che l’aveva presa in carico all’epoca, le disse che la mamma era partita per un viaggio molto, molto lungo e che non si sapeva esattamente quando sarebbe tornata. Era questa la verità? Era tutto un sogno? Un incubo? Guardando le nuvole, gli venne in mente quando da bambino si sdraiava sui prati delle colline dell’Oltrepò pavese, dove i suoi genitori avevano una casa. Amava stare in silenzio a guardare col naso all’insù le nuvole transeunti, cercando di dare un nome alle forme strane che le nubi prendevano, di minuto in minuto. In quel silenzio si sentiva cullato dal rumore ritmico e lontano proveniente dai macchinari del cementificio della Valtidone, ad alcuni chilometri da dove si trovava lui.  Gli venne poi in mente la scena di un film, “La sottile linea rossa”, di Terrence Malick, regista che amava. La sequenza era quella in cui si sentiva la voce introspettiva e fuori campo di un soldato di stanza nelle isole del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, che domandava a se stesso: “Chi sei tu per vivere sotto tutte queste forme?”, e la domanda era rivolta alla Natura, immota, eterna, che circondava il battaglione che avanza nella foresta. Anche quella era un’immagine di fragilità: i soldati andavano incontro ad una possibile morte, all’odio, a persone che avrebbero fatto anche a loro molto male.

“A cosa sta pensando?” chiese l’analista, interrompendo il flusso dei suoi pensieri.

“Alla fragilità… a come la continuità può improvvisamente tramutarsi in discontinuità… forse l’analisi è l’unico spazio in cui ci si può sentire meno vulnerabili… più protetti”.

“Stavamo parlando di odio, si ricorda, era anche quella un’associazione forse importante?”, chiese l’analista.

“Già… e la mia mente si perde invece in rivoli… mi vengono in mente film, Terrence Malick ad esempio, quel suo lungometraggio che racconta di soldati su un’isola del Pacifico, la natura che li circonda nella sua eternità…pappagalli colorati sugli alberi…”.

“Quando parlo di odio lei guarda il dito e non la luna, come si suol dire, sembrerebbe…”.

“In che senso, scusi?”

“L’odio è una passione oscura, difficile da vedere in se stessi e negli altri… difficile da affrontare, come la luna… meglio a volte guardare il dito. Ma il nostro telescopio analitico forse ci permette di avvicinarla un po’, quella luna”.

Grisi si soffermò su quelle parole a lungo. La sofferenza che Giulia aveva inflitto a lui e ad Adelaide era davvero tanta, era vero. Ma cos’aveva fatto lui per trattenerla, perché non se ne andasse? Era così inesorabile la distruttività umana? Se lo chiedeva spesso pensando ai casi che lui e Loikaala con la loro squadra, seguivano ogni giorno: bande giovanili reclutate da mafie spietate, hooligans che uccidevano solo perché la loro squadra del cuore aveva perso un torneo, uomini che ammazzavano le loro compagne. Per non parlare delle guerre scoppiate negli ultimi anni nel mondo, e dei cambiamenti climatici, che stavano rendendo difficile la vita di tutti nella gran parte dell’orbe terraqueo. Era un fatto incontrovertibile: la “luna” di odio di cui gli parlava Negrini era ovunque… ma gli risultava difficile osservarla in Giulia e negli effetti devastanti che quell’abbandono aveva avuto su di lui.

“Sì, è difficile per me vederla in questa prospettiva, non ci avevo mai pensato”, disse il commissario stendendo le mani a lato del suo corpo sul lettino.

Alle parole di Grisi seguì un breve silenzio, poi un rumore sordo, che Grisi fu certo sentirono entrambi. Negrini non si scompose. Il rumore si ripeté più volte, trasformandosi infine, con chiarezza sonora inequivocabile, in un bussare sempre più forte ad una porta alle loro spalle. Non era certo il cullante rumore ritmico del cementificio della Valtidone che sentiva da bambino…

“Mi perdoni, torno subito. E’ strano, ovviamente non stavo aspettando nessuno, oltre a lei…”.

Si alzò, sistemò gli occhiali e uscì dalla stanza. Grisi rimase sul lettino, ascoltando. Il silenzio durò solo un paio di secondi, poi una voce sussurrata, indecifrabile, bassa e tesa, ruppe l’aria.

“Dottore, devo parlarle. Adesso”

Negrini rispose con tono professionale, ma c’era una nota di cautela. «Non può presentarsi senza appuntamento, glielo avevo già detto. Sto lavorando.»

“Non mi interessa. Mi faccia entrare”.

Grisi si sollevò appena sui gomiti. La voce dell’intruso aveva qualcosa di stonato, come un filo tirato troppo. Non era la prima volta che sentiva quel tipo di tono: disperazione travestita da urgenza.

Negrini tentò di mantenere il controllo. “Le ho già spiegato che…”.

“Mi faccia entrare, dottore, e dica al suo paziente di uscire. Non mi costringa”.

Il commissario si mise seduto. Il suo istinto professionale gli pizzicò la nuca. Non era più un paziente sdraiato su un lettino: era un poliziotto che sentiva un grosso guaio farsi largo in qualche punto dell’universo.

Si alzò in silenzio, senza far scricchiolare il parquet. Si ricordò di non avere con sé la pistola d’ordinanza. L’aveva lasciata in un cassetto chiuso a chiave della sua scrivania, in camera da letto. Fece due passi verso la porta socchiusa dello studio. Da lì vide l’anticamera, con le stampe di Walasse Ting appese alle pareti: il suo analista era in piedi, alto, snello, maglione di cotone verde e camicia della stessa tinta, ma più scura, spalle rigide, e davanti a lui la figura indistinta di una persona più bassa, con il cappuccio di una felpa color viola scuro tirato sulla testa. Le mani erano nascoste sotto il tessuto, troppo nascoste, pensò il commissario.

Grisi riconobbe subito la postura: quella di chi stringe qualcosa che non vuole mostrare.

“Mi lasci almeno il tempo di terminare questa seduta. Si può accomodare in sala d’attesa. Non ci metterò molto, e poi la riceverò”, disse Negrini, cercando faticosamente di mantenere la calma.

“Non me ne vado finché non mi ascolta”. La voce dell’intruso tremava, ma non era paura. Era qualcosa di più pericoloso: sembrava una decisione già presa.

Grisi fece un passo avanti, poi un altro. Leggero, rapido. Il pavimento non tradì il suo peso.

Vide il lampo metallico prima ancora di sentire il movimento. Quella persona stava estraendo un’arma da sotto la felpa.

“Dottore stia giù!” urlò Grisi. Si lanciò in avanti e spinse Negrini di lato, contro una parete. Un quadro volò per terra e il vetro andò in mille pezzi. L’analista perse l’equilibrio e cadde contro la parete, mentre un colpo rimbombava nell’anticamera con un suono assordante. I tre sentirono un fischio acuto nelle orecchie. Grisi non guardò nemmeno dove fosse finito il dottore. Estrasse il tesserino dalla tasca interna della giacca e lo sollevò come fosse un’arma.

“Polizia! Sono armato! Lascia cadere tutto! A terra!!”

Era una bugia, e lo sapeva benissimo. Non aveva con sé nessuna arma per difendersi. Ma la voce gli uscì dura, tagliente, piena di autorità. Non poteva pensare di perdere anche il suo analista, di lasciare solo chi si era occupato di lui per anni. Una follia, una vera follia. Dentro di lui avvampò come una fiamma potente, un bagliore inimmaginabile, come se si fosse improvvisamente trovato su una stella cometa lanciata velocissima nel cielo, che non poteva essere fermata da nessuno al mondo. Non questa volta. La figura si voltò verso di lui, il cappuccio gli nascondeva metà del volto. Un altro colpo esplose, e Grisi sentì un impatto violento alla gamba che lo fece barcollare. Non guardò in basso. Non aveva tempo per farlo. Si gettò comunque sull’aggressore, cercando di afferrargli il piede sinistro, mentre quello destro era già fuori dalla porta, in direzione del pianerottolo e delle scale. Grisi non riuscì a capire se si trattasse di un uomo o di una donna. Forse un uomo, dato che sapeva usare così bene le armi, ma chi poteva dirlo con certezza? Era comunque più agile di quanto sembrasse a prima vista: si divincolò, colpì Grisi con una spinta secca e corse verso la porta d’ingresso.

«Fermo o sparo!» gridò il commissario, zoppicando verso di lui.

La figura spalancò la porta d’ingresso dello studio di via Vittadini e sparì nel vano delle scale. Si sentirono tonfi e passi veloci in lontananza. I passi rimbombarono giù per i gradini, rapidi, irregolari, come se il palazzo stesso stesse tremando. Grisi si appoggiò al muro, respirando a fatica. Gocce di sudore cominciavano a imperlargli il volto e a intridergli la barba. La gamba gli bruciava, ma rimase in piedi. Doveva restare in piedi.

“Dottor Negrini!” chiamò.

Negrini era seduto a terra, una mano sulla spalla, dalla quale colava sangue, il volto pallido ma vigile. “Sto… sto bene…mi scusi per tutto questo… non potevo davvero prevederlo. E’ una paziente che ho visto solo in consultazione due volte, un’adolescente piuttosto sofferente. Vedendo la cosa dal suo orizzonte di pensiero non ha tutti i torti per quello che ha fatto: nessuno la ascolta e l’ha mai ascoltata…”, disse con voce tesa. “Lei come sta?”

“Niente che non abbia già provato”, rispose Grisi, anche se non era affatto vero. 

Il commissario annuì, serrando la mascella. “Dovremo parlarne meglio. O meglio, dovrà parlarne con qualche mio collega: io sono un suo paziente…e vorrei continuare ad esserlo… Ma prima chiamiamo un’ambulanza. E una pattuglia”.

“Non si preoccupi”, aggiunse Negrini, cercando di abbozzare un impossibile sorriso,  “Anch’io voglio assolutamente continuare ad essere il suo analista! Stavamo appunto parlando di continuità e discontinuità…”.

Grisi si spostò, quasi strisciando, dalla porta alla tromba delle scale, e guardò giù nel buio che inghiottiva i gradini. La ragazza era già lontana.

“Non preoccuparti”, mormorò tra sé. “Ti troverò”.  Poi tornò dal dottore, tirò fuori il telefono e compose il numero della Questura. Mentre dava istruzioni agli agenti per chiamare ambulanze e rinforzi, gli cadde fuggevolmente lo sguardo sul pavimento di marmo del pianerottolo, e vide uno strano luccichìo sotto lo stipite della porta di fronte. Non capì subito cosa fosse, ma pensò che bisognava suonare alla porta del vicino, perché poteva essere qualcosa che era caduto alla giovane donna con la pistola ed era poi scivolata là sotto.

“Dove sta andando?”, gemette Negrini.

“C’è qualcosa sotto la porta del suo vicino, devo suonare”.

“Signor Grisi, la prego, torni qui, chiudiamoci dentro e aspettiamo i soccorsi. Ma cosa c’è sotto la porta del mio vicino? Nel palazzo non abitano molte persone, e al mattino quelli che ci abitano escono presto per andare al lavoro… altrimenti sarebbero usciti tutti al rumore degli spari”

“Non lo so cos’è, qualcosa che luccica…potrebbe essere caduta a chi ci ha aggredito”.

“La nostra onnipotenza è solo una fantasia signor Grisi…la sua gamba non è in buone condizioni…le ricordo che le hanno sparato…”. Infatti Grisi si accasciò sul pavimento, la gamba non lo reggeva più.

Continua imperterrito a fare l’analista anche in queste condizioni, è incredibile, pensò Grisi, che non si fece però trattenere dalle parole del suo analista. Poi continuava a chiamarlo ‘Signor Grisi’, cosa che gli faceva sempre un certo effetto, visto che tutti lo chiamavano, o per nome, o ‘commissario’. Si aggrappò al massiccio stipite della porta del vicino. Dolori lancinanti gli salivano su dal ginocchio a dalla coscia sinistra, ma strinse i denti e si tirò su fino al campanello, sul quale erano scritti i nomi “Silvani-Trucchi”. Suonò varie volte e un trillo fastidioso e insistente si udì dall’altra parte. Dopo pochi minuti si accasciò di nuovo a terra. Estrasse dalla tasca della giacca il mazzo di chiavi di casa sua, si avvicinò di nuovo alla porta e grattò con la chiave più sottile sotto la soglia. Emerse lentamente il filo piatto di una collana, poi un ciondolo in oro bianco. Non poteva toccarlo con le mani: non indossava i guanti in lattice utilizzati per raccogliere le prove, ma era riuscito ad estrarre quell’indizio da sotto la porta. Con un fazzoletto che aveva in tasca maneggiò delicatamente l’oggetto cercando di osservare il ciondolo da entrambi i lati. Dolori impossibili da tollerare alla gamba cominciavano ad annebbiargli la vista, mentre la sua fronte si imperlava di sudore. Si chiese se stesse per svenire. Nello stesso momento in cui stava per girarsi a pancia in su, stremato, con la coda dell’occhio vide che su un lato del ciondolo tondo che aveva appena estratto da sotto la porta della famiglia Silvani-Trucchi, c’era scritto qualcosa. Si risollevò con uno sforzo immane su un gomito e si avvicinò all’oggetto. Lesse il nome, e quel nome era ‘Giulia’.

“Dottore”, sibilò con un filo di voce, “La sua paziente che ci ha sparato, si chiama Giulia?”.

“Non posso dirglielo signor Grisi, ho il segreto professionale… Sarei più propenso a pensare…come dire? ... che nella nostra seduta abbiamo dato voce all’odio, ed ecco che l’odio si è personificato realmente in questo personaggio, nel nostro racconto, cioè. Non trova?” 

Davvero Negrini riusciva a mantenere un assetto mentale psicoanalitico, sognante, poetico, anche in una situazione come quella. Ma come fa? Si chiese Grisi.

“Infatti quando legge un libro si è mai posto forse il problema se i personaggi esistano o meno? Esistono eccome! Non sono effettuali, certo, ma sono emotivamente veri, esistono…esprimono un modo di essere, un’emozione…e a volte le emozioni, come nel nostro caso, sono molto violente… possono uccidere”, aggiunse l’analista, tra un gemito e l’altro, provocato dal dolore alla spalla, sempre più forte.

Poi sulla mente di Grisi calò una fitta nebbia confusa. Non si ricordava neppure più cosa avesse letto veramente su quel ciondolo. Sdraiato sul pianerottolo del suo analista gli tornò in mente la frase che il soldato del film di Malick ripeteva dentro di sé: “Chi sei tu per vivere sotto tutte queste forme?”. Subito dopo quel pensiero, perse i sensi.

Una sirena, da qualche parte in città, iniziò a ululare pochi secondi dopo.


Angelo Antonio Moroni è Psicologo, Psicoanalista Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association, è stato redattore responsabile della sezione Cinema e Psicoanalisi di Spiweb dal 2016 al 2024. E’ Socio fondatore del Centro Psicoanalitico di Pavia e svolge attività di supervisione in strutture psichiatriche italiane e in Canton Ticino. Oltre ad articoli scientifici su riviste italiane e straniere, ha pubblicato vari lavori sull’adolescenza, tra cui, con Beppe Pellizzari, “Una stanza tutta per me. Manuale di Psicoterapia psicoanalitica dell’Adolescenza” (2021). Si occupa dei rapporti tra Cinema e Perturbante, in particolare nel suo libro “Sul Perturbante” (2019). Da anni scrive recensioni psicoanalitiche di film, tra cui ricordiamo un commento a “L’esorcista” di William Friedkin (1974) per i cinquant’anni della sua release, per il sito del CVP. Ha pubblicato inoltre “La porta nel buio. Uno sguardo psicoanalitico sul cinema horror” (2024) e “L’elefante addormentato. Un’indagine del commissario Grisi” (2025), suo primo romanzo.