“È giunta l’ora”. Disse con un filo di voce il moribondo, poggiando la mano fredda e ossuta su quella del Dottor Schur, che continuava a fissarlo coi suoi occhi cerulei, attraversati da una muta compassione.

Poi, con leggeri colpi delle dita, riprese: “Mio caro si ricorderà cosa ci siamo detti nel nostro primo colloquio… la sua promessa era che mi avrebbe sempre detto la verità, senza sottacere nulla. La seconda…” Si fermò per un colpo di tosse che sembrava salire più che dai polmoni ormai lacerati, dal mondo dei morti.

“La seconda, nel nostro contratto, era che non mi avrebbe lasciato nella peste quando fosse giunto il momento. Se lo ricorda?”

Schur gli strinse la mano e socchiuse gli occhi.

“La ringrazio”. Fece sollevando appena l’altra mano, in un gesto di commiato al medico che da decenni l’aveva seguito silenziosamente nel suo calvario, accompagnandolo anche nelle sue conferenze in giro per l’Europa. Dopo un lungo sospiro, andando allusivamente con lo sguardo alla stanza accanto, disse solo: “Ne parli con Anna. Mia figlia è stata un dono del destino… e se lei pensa sia giusto, facciamola finita. Adesso non è altro che tortura… non c’è più alcun senso”.

Benché sapesse da giorni che si sarebbe arrivati a quel momento, Schur ne fu come sorpreso, perché le realtà della fine, quando si fa concreta, spazza via ogni fantasia su come sarà quando l’ora sarà arrivata.

Lentamente lasciò la presa, si sollevò dalla poltroncina di velluto dove da giorni passava ore vegliando e scambiando qualche parola col moribondo, scivolando nella stanza accanto dove Anna se ne stava in silenzio a fissare il giardino. A settembre Londra può regalare giornate magnifiche prima delle piogge autunnali.

Da dietro poggiò le mani sulla mantellina di lana nera, e disse solo: “Suo padre ha accettato di lasciare Vienna solo perché voleva morire in libertà, non è vero? Si ricorda quando ce lo disse il giorno in cui la Gestapo l’aveva liberata dopo l’interrogatorio?”

Lacrime silenziose le rigavano il viso, poi, senza voltarsi: “Ma non possiamo aspettare? Magari una settimana… Quando è venuto a trovarlo Jones sembrava stesse meglio… Anche lui ha detto che… ha detto che l’aveva trovato più lucido”.

“Jones non è venuto a trovarlo, lo sa. È venuto a salutare per l’ultima volta il suo Maestro”.

“Lo so…”

“E che gli ha detto suo padre lasciandolo andare?”.

“Cosa? Non ero presente”.

“La mia vita si è ridotta a una piccola isola di dolore su un mare d’indifferenza”.

“E quindi?”

Schur tolse le mani e con voce che non ammetteva più ripensamenti, le disse: “Vada da lui”.

La stanza nella quale era stato sistemato il letto si trovava a piano terra: un’accortezza legata ai primi allarmi aerei scattati dopo che il 3 settembre Francia e Inghilterra avevano dichiarato guerra al Terzo Reich, a due giorni dall’invasione della Polonia. La villa di Maresfield Gardens sorgeva a Hampstead, una zona residenziale a Nord della city, ma la RAF non era ancora pronta a respingere gli attacchi aerei nazisti e tutta Londra era ormai in pericolo.

La stanza era immersa in una penombra silenziosa, si udiva appena il cinguettio dei pettirossi, il respiro affannoso del paziente, intervallato da lunghe pause e i mugugni di Lun. Il piccolo cane dal pelo color champagne se ne stava accucciato in un angolo, con il muso sulle zampe incrociate e lo sguardo fisso al suo padrone. Da giorni non riusciva più ad avvicinarsi al letto, in cerca di una carezza, per il fetore della piaga cancerosa ormai ulcerata e l’odore acre dell’ortoformio. Lun non si era più ripreso dalla morte della sua compagna Jofi: un chow come lui che Freud usava come un segnale diagnostico per i pazienti che vedeva giornalmente. Più Jofi si teneva lontana, più il soggetto era grave, confidava ad Anna, anche quando non lo si poteva intuire. Il suo fiuto sembrava cogliere gli aspetti più nascosti meglio di qualsiasi sogno. Altrimenti si allungava al fianco del lettino, in attesa di qualche carezza che la persona sdraiata talvolta gli concedeva. In quei casi Jofi girava lo sguardo al padrone, sprofondato nella poltrona di pelle col sigaro acceso che saturava l’aria col suo fumo e l’odore deciso che aveva impregnato tutta la stanza. Aveva poi anche la capacità di sentire quando il tempo di una seduta fosse finito, alleggerendo l’analista dal sottolinearne lo scadere, dato che di colpo si piazzava davanti la porta fissando il paziente. Neanche la pendola che Freud amava e caricava scrupolosamente ogni sera sembrava scandire così precisamente lo scorrere delle sedute.

Anna si sedette e cominciò ad accarezzare la fronte rugosa del padre che, con gli occhi chiusi, accennò un sorriso. Aveva capito che “l’opera di bonifica” che aveva portato avanti nella sua psiche per una vita si stava concludendo e che il suo auspicio di morire sulla breccia come Macbeth si stava concretizzando. Tra l’altro sereno per aver guadagnato la libertà di morire, dato che sua madre se n’era andata da qualche anno e il figlio aveva attraversato tutta la vita con l’ansia di poter farla soffrire con una sua morte prematura, lasciandola in un lutto inconsolabile.

Sul comodino vicino al letto, era rimasta l’ultima scatola di sigari e “Pelle di Zigrino” di Balzac. L’accorgersi di non poter più leggere era stato per lui il segnale finale che il tempo del vivere era scaduto.

Alle spalle di Anna, appoggiata allo stipite della porta, Fiffi, la giovane pediatra dai capelli e la pelle chiara, che aveva accompagnato la famiglia nella fuga precipitosa da Vienna, guardava in silenzio. Poi si allontanò nella stanza del dottor Schur quando, lei così sensibile e affezionata alla famiglia, stava per essere sommersa dall’emozione.

Max Schur era allora quarantenne, ma era medico personale del Maestro da più di vent’anni. Pur continuando a praticare come medico, era stato catturato anche lui dalle teorie rivoluzionarie del suo paziente e finì per impegnarsi nella nuova disciplina, lasciando l’Europa dopo la guerra per vivere a New York. Era un uomo alto, longilineo, calvo, con gli occhi chiari penetranti e un fare aristocratico da viennese d’inizio secolo, prima del crollo dell’Impero.

Quando Fiffi entrò nella stanza, illuminata da un unico lume poggiato sul tavolo dei farmaci, tra garze e siringe, lui si girò verso di lei, incrociando gli sguardi, pieni di una consapevolezza dolorosa. Sul marmo aveva piazzato le fiale di Morfina da 5 centigrammi. Come sapeva bene si trattava di 5 dosi, perché 2 centigrammi si possono usare solo in casi molto gravi e sono già capaci di mettere a rischio la vita del paziente. Con la siringa Schur cominciò a prelevare il farmaco, quando arrivò a 2 centigrammi esitò per un attimo, poi, memore della promessa, continuò e si fermò solo quando la siringa era quasi piena. 

Rientrò nella stanza con la siringa gocciolante tenuta con la punta in alto. Il paziente si era assopito. Fiffi alle sue spalle si piegò verso Anna che, senza guardare Schur, si sistemò la mantellina e, sorretta da lei, salì le scale dove si apriva lo studio del padre. Su un tavolo di mogano troneggiava il regalo della Bonaparte: un vaso greco che avrebbe raccolto le sue ceneri e, anni dopo, mescolate alle sue, quelle di sua moglie. Anche Lun, a quel punto, si sollevò e scodinzolando lasciò per sempre il suo padrone.

Il dottore fu rapido e freddo come deve essere un medico in quelle circostanze dove la dissociazione dai sentimenti non è solo salvifica per la sua anima, ma anche per il paziente e dovuta dal ruolo.

Alla terza somministrazione entrò nel coma profondo, prima che il suo cuore si fermasse per sempre.

Prima che la morfina spegnesse l’ultimo neurone, Freud rimase per un periodo senza tempo immerso in un flusso ininterrotto di immagini: l’addio della mente alla vita prima del buio.

Quella che prese forma, appena entrò nella fase più profonda del coma, fu la figura di un uomo seduto su una sedia, piegato in avanti con un cappello in mano. Era anziano e piagnucolava. All’inizio non si capiva bene che stesse dicendo mentre si soffiava continuamente il naso e si asciugava le lacrime con lo stesso fazzoletto che stringeva con la mano libera dal cappello. Le sue parole, che si confondevano con un brusio di fondo, una sorta di lamento animalesco, a un certo punto divennero distinte.

“Non dovevo… L’ho capito troppo tardi che non dovevo parlarti di quello che mi avevano fatto! Ma io l’avevo detto solo per il tuo bene… per farti capire che non bisogna fidarsi di nessuno.” Disse prima di un lungo respiro ansimante, portando al petto la mano. “Soprattutto dei cristiani! Per quello ti avevo raccontato che quando quel gruppetto di ragazzi aveva gettato in terra il mio cappello intimandomi: “Raccoglilo stupido ebreo!” io avevo obbedito”

“Ma perché non li hai affrontati?”

“Affrontarli? Ma che dici figlio mio? Noi ebrei non dobbiamo ribellarci. Quando l’abbiamo fatto com’è finita? Dobbiamo stare uniti, uniti anche se dispersi!” Fece guardando verso l’alto, quasi a cercare conforto nel suo Dio.

“Ti ho deluso vero? L’ho capito perché ti sei legato ancora di più a tua madre. Sei stato il primo e lei ti amato più di ogni fratello, forse anche più di me! …ma anche tu figlio mio…”

Continuava a parlare, ma il brusio di fondo si fece sempre più forte fino a prendere la forma di un barrito terrificante. Fu a quel punto che il vecchio scomparve e sulla scena irruppe un grande elefante! Con la proboscide alzata si guardava intorno: incarnazione di una temibile forza primordiale. Sul capo del bestione un auriga lo conduceva con una lunga asta, mentre in groppa, su una sella coperta di stoffe dai colori sgargianti, sedeva, come su un piccolo trono, un guerriero dallo sguardo di tenebra, gli occhi neri, fieri di un furore primitivo. Una lunga stoffa gli copriva la testa e il volto, svolazzando col vento.

L’elefante, il primo di una lunga schiera che si perdeva tra montagne innevate, dalle cime confuse tra nuvole lattiginose, avanzava potente in cerca di conquiste. Il moribondo si scambiò col generale africano uno sguardo profondo, pieno di ammirazione per chi aveva osato, senza paura, attaccare quell’impero dalle cui ceneri gli odiati cristiani avrebbero costruito il loro potere.

La colonna sfilò per un po', seguita da schiere di soldati affamati di sangue e di gloria, poi lentamente si dileguò in una luce chiara, nella quale s’intravide un’ombra esile. La figura di un uomo, coperta da un mantello nero col cappuccio che dalla testa scendeva fin quasi a terra, nascondendone il volto, si muoveva barcollando con le mani distese. Si capiva che era cieco e disperato. Mentre avanzava con l’andatura incerta, bofonchiava: “Come potevo saperlo? Come potevo immaginare che quell’uomo sul carro, pieno di arroganza, fosse mio padre? L’auriga mi ha detto: “Spostati disgraziato! Fai largo al re di Tebe!” E mentre mi aggredisce in quel modo aizza i cavalli che infuriati mi vengono contro. Se non fossi saltato di lato mi avrebbero stritolato, ma la ruota mi è passata su un piede! Mentre imprecavo per il dolore, il carro si è piegato di lato, i cavalli si sono sganciati e l’auriga è stata disarcionata. Il suo padrone è stato sbalzato sull’erba, rotolando su sé stesso. Quando si sono rialzati, sporchi di terra quello gli urla: “Ammazza questo verme!” È a quel punto che ho sguainato il mio coltellaccio, affilato dal mio fabbro di Corinto. Prima l’ho piantato nel petto del servo, poi, mentre era ancora a terra e urlava: “Fermo! Fermo! Come osi?” gli ho passato la lama sulla gola e l’ho sgozzato, con un colpo solo. Il sangue l’ha soffocato prima di macchiare la tunica dorata”.

A quel punto si fermò, fece scivolare sulle spalle il cappuccio che gli copriva il volto. Apparve l’orrore dei due buchi nerastri che, al posto degli occhi trafitti, ti trapassavano più di ogni sguardo.

“Come potevo saperlo? Come? Neanche quando il mostro è venuto in Beozia a devastare i campi e si è ucciso quando ho svelato i suoi subdoli tranelli, avevo intuito la perfidia degli dèi. Maledetti! Solo quando ho trovato la donna impiccata nella stanza dei nostri piaceri, la luce spettrale della verità mi ha trafitto come un fulmine penetrato dai miei occhi fin dentro tutto il mio corpo! Ma io come potevo saperlo? Come?” Mentre il disperato continuava la sua straziante nenia, si allontanò nella nebbia sparendo nel nulla da cui era emerso.

Nella mente, prima di spegnersi definitivamente, si fece silenzio, poi in modo brusco irruppe una voce squillante e sicura. “Illustres collègues qui êtes venus à notre hôpital de la Salpêtrière, comme vous le savez la cause fondamentale de l'hystérie est une dégénérescence, d'origine héréditaire, du système nerveux et liée secondairement aux effets de la suggestion, des traumatismes nerveux, de l'ivresse, des accidents. Les symptômes hystériques se comportent comme si l’anatomie n’existait pas. Ce que nous devons faire, c’est regarder et encore regarder, car voir c’est comprendre!”

Un elegante uomo dai capelli bianchi e lunghi con un vestito e un papillon nero, parlava in modo eloquente a un gruppo di colleghi assorti nella sua magniloquenza. Mentre con ampi e studiati movimenti della mano destra illustrava i suoi metodi sulle ultime scoperte del potere taumaturgico dell’ipnosi, con la sinistra stringeva la vita di un giovane donna bellissima che sembrava aver perso i sensi. Il suo corpo era rilasciato tutto all’indietro, la camicia bianca e leggera aperta mostrava un decolté sensuale, con le braccia allungate come senza vita e le mani contratte.

“Ma è un ciarlatano! Non te ne accorgi?” Irruppe una voce irritata, dal tono sarcastico.

“Non saprei… Gli danno tutti così credito. E poi ho visto tante giovani che lui ha ipnotizzato e curato con certe pressioni sul corpo… Mi sembravano guarite!”

“Ma dài… Mi meraviglio di te! Ammettilo: sei un provinciale viennese col complesso dei francesi!” Fece la prima voce scoppiando in una risata. Poi si estinse, mentre l’immagine di una grande ruota che girava lentamente prese tutto lo spazio della scena.

In un grande prato assolato e di un verde luminoso, affollato di gente, con la giostra del Prater presa d’assalto, una giovane donna, vestita elegantemente, ma senza eccessi borghesi, sorseggiava una bevanda fumante. “lo sai Sigmund, la mia famiglia è ebrea come la tua, però la mia è seria, è ortodossa!” Disse come a sottolineare una malcelata superiorità. Mentre girava il cucchiaino, lo guardò negli occhi e riprese, stavolta con un tono asciutto e un accento tutto amburghese: “Fidanzarci sì! Ma tutto il resto… Tutto il resto solo col matrimonio! Mi capisci vero?”

“Si, ma sei così giovane… Quanto dovrò aspettare?”

“Se mi ami come dici, mi aspetterai. Altrimenti…” Fece alzando il cucchiaino in direzione della ruota.

“Ma poi verrai a vivere a Vienna?”

“Vedremo… Tu ora pensa a guadagnare, poi vedremo…”

Di colpo le parole della giovane e aristocratica ragazza furono spazzate via da quelle irritate di un omino coi baffi e una barba folta e giovanilmente nera, lo sguardo fiero e la fronte alta, corrugata dalla rabbia che gli faceva socchiudere gli occhi per la stessa frustrazione impotente. “Confessalo! Abbi almeno il coraggio di confessarlo! Siamo stati amici per tanti anni, ma tu che fai? Racconti a un paziente le mie scoperte e quello le spiffera al suo amico antisemita che ora è riconosciuto come il grande scienziato che ha intuito l’importanza della bisessualità! La mia, la mia teoria che ho condiviso segretamente con te. Mi fa quasi piacere che quell’usurpatore si è sparato a Vienna nella casa di Beethoven”. Si fermò di colpo quasi spaventato dalla sua stessa rabbia: “Ma tu dove saresti andato senza di me? – riprese con lo stesso tono virulento - Ci siamo confrontati su ogni tuo pensiero, ogn’ idea che ti veniva in mente, a partire dalla sessualità, l’abbiamo condivisa: dai figli che desiderano uccidere i padri a quelle farneticazioni sulle tue pazienti… e poi i sogni! A chi hai raccontato il sogno che hai fatto con quella Irma, al punto di chiedermi se un giorno sulla tua casa si fosse potuta mettere una lapide con su scritto: “il 24 luglio del 1895 qui è stato svelato il mistero del sogno?” E tutte quelle discussioni infinite, lettera dopo lettera, sui meccanismi della mente: le difese, la rimozione? Tutto finito! Ammettilo che mi hai utilizzato come qualcuno che ti ascoltasse, ti facesse capire meglio come procedere, che rami secchi tagliare e quali lasciare germogliare”. Fece una pausa poi, in tono dimesso e sconsolato riprese: “Pensavo che fossimo due compagni di viaggio… ma ora penso invece che mi abbia solo sfruttato… E poi mi tradisci, mi scarichi, mi dici che la tua autoanalisi ti ha chiarito tutto! Ma dì invece che ti sei liberato di tuo padre, quando è morto! Allora hai potuto viaggiare, finalmente! Fino a Roma che, come al tuo idolo Annibale, ti faceva così paura e di cui poi ti sei innamorato. E le mie lettere? Hai detto a mia moglie, appena sono morto, che le avevi distrutte e quando lei ha ritrovato le tue e le ha vendute a quel libraio di Berlino, ti sei messo d’accordo con la Bonaparte per comprargliele e bruciarle! Meno male che lui ha messo come clausola che non dovevano cadere nelle tue mani, altrimenti… Allora, prima di morire, mi vuoi chiedere almeno scusa? Ma tu non lo farai, ti conosco più di quanto non vuoi ammettere a te stesso! Non lo farai… Non lo farai mai”.

Mentre il tipo continuava a lamentarsi le sue parole furono coperte da un ululato prima indistinto, poi più evidente e angosciante. Proveniva da un bosco scuro che s’indovinava aldilà di una finestra dai vetri quadrettati. Quando le imposte lentamente si aprirono sull’albero di fronte s’intravidero dei lupi bianchi dagli occhi luminosi, appollaiati tra i rami come fossero uccelli. Avevano smesso di ululare, ma fissavano minacciosi così che il loro silenzio era ancor più perturbante. La scena terribile dominò il campo finché una luce accecante cancellò ogni immagine e una forma sinuosa cominciò a librarsi nell’aria rarefatta fluttuando con grazia.

Giulia chiuse di colpo il libro. Nonostante conoscesse la storia del giovane aristocratico di Odessa Sergei Pankejev, la descrizione di quell’immagine l’aveva inaspettatamente toccata. Forse perché anche lei, come il paziente, da bambina era terrorizzata dalla storia di Cappuccetto Rosso e in fondo dal potere di un padre inaffidabile e, per questo, minaccioso.

Si sollevò lentamente dalla poltroncina dove si sedeva dietro la chaise longue e si accese una Camel. Le piacevano quegli spazi inaspettati che si aprivano quando un paziente l’avvisava all’ultimo minuto di non poter venire oppure ritardava. Non aver programmato nulla la rendeva spettatrice curiosa di quello sulla biografia di Sigmund Freud che casualmente poteva offrirle quello spazio prezioso. Quel pomeriggio cominciò così a sfogliare il libro che un collega le aveva prestato, rimasto vicino ai quaderni dei pazienti, da mesi in silenziosa attesa della sua curiosità o di un’opportunità inaspettata come quella.

Dato che Leonardo, come sempre, stava ritardando, nonostante quello fosse il loro ultimo incontro, riprese il libro dove l’aveva lasciato:

La scena terribile dominò il campo finché una luce accecante cancellò ogni immagine e una forma sinuosa cominciò a librarsi nell’aria rarefatta fluttuando con grazia. Nella luce opalescente prese forma una giovane donna, avvolta in una tunica bianca che fluttuava nell’aria, leggera come il suo corpo. Solo il volto, dal profilo greco e i piedi rimanevano scoperti, le mani a non lasciare cadere il leggero vestito sacerdotale. Intorno a lei comparvero mura antiche di una città persa nella memoria, quando un giovane uomo comparve sulla scena.

Fu in quel momento che squillò il campanello della porta, in modo insistente, tipico di un ritardatario. Giulia, indispettita per quella cesura pure attesa, chiuse il libro, lo poggiò sul tavolo e aprì la porta. Leonardo disse solo: “Scusi…” Si aggiustò i lunghi capelli spettinati e si sdraiò sul lettino in modo disordinato, che tradiva l’emozione legata alla decisione di chiudere, dopo tanti anni, quel lungo percorso tra detriti, cimiteri senza croci, lampi di un’angoscia accecante e infine una pace sconosciuta.

Rimase in silenzio per un tempo senza attimi scanditi.

Giulia lo osservava con un misto di tenerezza, ma anche di consapevole dolore per quella giusta separazione, programmata più volte, ma mai concretizzata. Ora che tutto stava per finire entrambi toccarono il senso dell’ineluttabile separazione.

Fu in quel momento che Leonardo, per la prima volta in tanti anni di analisi, si voltò verso di lei.

Si fissarono nell’anima. Senza espressione. Muti.

Senza alcun preavviso le parole si fecero allora strada nel cuore di Giulia, che, in tono pacato disse solo:

“È giunta l’ora”.

 


Fabio Castriota

Psichiatra, Membro Ordinario con funzioni di training della SPI e attualmente Vice Presidente della Società Psicoanalitica Italiana.
Porta avanti da anni diversi filoni di ricerca nel campo dello studio del sogno, del rapporto mente/corpo, delle neuroscienze e della psicoanalisi nel suo confronto con l’arte.
Fra i suoi libri “Il corpo nella stanza di analisi”, “Freud, lettere da Roma”, “La SPI, un secolo di storia”.
Col Centro Sperimentale di Cinematografia e altri enti culturali organizza da anni il Festival Cinemente e diverse rassegne centrate sul rapporto tra psicoanalisi e arte.
È Membro della “Commissione dell’IPA sui Rifugiati”
In campo letterario ha vinto il premio dell’IPA “The analyst as storyteller”, ha pubblicato il racconto “Ice Rock” nel 2020, i romanzi “Frammenti in ombra” nel 2021 e “Questo visibile raggio di buio” nel 2024.

 

 

 

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