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DOVE VA CIÒ CHE BUTTIAMO VIA?

«Quando buttiamo via qualcosa, di fatto, non la buttiamo via. Via non esiste. Va a finire da qualche parte, su questo pianeta»

La visione del docufilm Buy Now! L'inganno del consumismo (regia di Nic Stacey, 2024), dedicato alle conseguenze ambientali e sociali della cultura dell'acquisto compulsivo, dell'obsolescenza programmata e della produzione incessante di oggetti destinati a diventare rapidamente rifiuti, ha suscitato alcune riflessioni sul destino di ciò che viene espulso, non soltanto dall'ambiente, ma anche dalla vita psichica.

Le parole poste in esergo, tratte dal documentario prodotto da Netflix, sembrano descrivere con una certa accuratezza anche il funzionamento della mente.

L'esperienza analitica mostra come ciò che viene espulso dal campo dell'esperienza psichica non cessi per questo di esistere. Affetti, rappresentazioni e conflitti che non trovano accesso al pensiero possono essere negati, dissociati, evacuati o depositati altrove, continuando tuttavia a esercitare la propria influenza sulla vita mentale.

Nel rapporto con l'ambiente come nel rapporto con la propria vita psichica, l'essere umano sembra spesso affidarsi alla medesima illusione: la convinzione che esista un luogo nel quale sia possibile collocare definitivamente ciò che non desidera vedere, sentire o pensare. Eppure, così come non esiste un "via" assoluto per i rifiuti prodotti dall'uomo, non esiste un altrove nel quale possano scomparire i contenuti della vita mentale che non trovano rappresentazione.

Il documentario mostra come il consumo contemporaneo si alimenti anche attraverso la promessa implicita che ogni nuovo oggetto possa offrire una soluzione, una compensazione o un nuovo inizio. Sebbene tale promessa riguardi innanzitutto il mercato, essa sembra incontrare dinamiche che appartengono da sempre alla vita psichica. Gli oggetti possono infatti essere investiti di aspettative che eccedono le loro possibilità reali, trasformandosi nel supporto di desideri, bisogni e fantasie di riparazione.

Quando ciò accade, all'oggetto viene affidato il compito di colmare una mancanza, attenuare un dolore o restituire un'immagine di sé percepita come più integra e soddisfacente. Il venir meno di questo investimento non coincide però con la trasformazione di ciò che aveva originariamente motivato la ricerca. Il vuoto, la perdita di senso o il disagio che si era tentato di collocare nell'oggetto continuano a esistere e tendono a orientare nuovi investimenti, nuove aspettative e nuove configurazioni relazionali.

Da questo punto di vista, il consumo può talvolta assumere la forma di una particolare modalità di trattamento del disagio fondata sullo spostamento piuttosto che sull'elaborazione. L'oggetto offre un sollievo temporaneo e una promessa di soddisfazione che, una volta esaurita, lascia riemergere ciò che era rimasto in attesa di essere pensato e simbolizzato.

La vita psichica lascia inevitabilmente dei residui. Conflitti, ambivalenze, lutti, aspetti di sé non riconosciuti ed emozioni che eccedono la capacità di elaborazione fanno parte dell'esperienza umana. Il problema non risiede nella loro esistenza, bensì nella possibilità di attribuire loro una collocazione e un significato.

Da questo punto di vista, l'idea stessa di ambiente assume un significato ulteriore. Essa richiama una responsabilità nei confronti di ciò che resta in attesa di trasformazione simbolica, tanto nella vita individuale quanto in quella collettiva.

La cultura contemporanea sembra sempre meno incline a sostare presso ciò che resiste alla comprensione immediata e alla soddisfazione rapida. Anche il disagio psichico viene talvolta avvicinato come qualcosa da eliminare piuttosto che da interrogare. La psicoanalisi si colloca in una prospettiva differente: offre uno spazio nel quale ciò che è rimasto ai margini dell'esperienza può essere accolto, pensato e progressivamente integrato nella storia del soggetto.

Forse anche per questa ragione la riflessione sull'ambiente continua a interpellare la psicoanalisi. Entrambe ci ricordano che non esiste un "fuori" assoluto nel quale ciò che rifiutiamo possa semplicemente scomparire. Ciò che non trova una forma di trasformazione continua infatti a esistere e a produrre effetti, nel mondo che abitiamo così come nella vita psichica che ci abita.

Stefano Lorenzi