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Liberamente ispirato allo spettacolo teatrale Il male dei ricci

Teatro Arena del Sole

6-8 maggio 2021 Bologna

Lo spettacolo Il male dei ricci, ideato e interpretato da Fabrizio Gifuni, sembra muoversi dentro una zona psichica e sociale in cui il dolore della crescita non appare più come semplice conflitto evolutivo, ma come condizione di sopravvivenza. Il riccio, animale che si protegge pungendo e ritraendosi, diventa una metafora potente di certi adolescenti contemporanei: corpi chiusi, ipersensibili, apparentemente ostili, che hanno imparato a trasformare la vulnerabilità in corazza. Non siamo davanti a soggetti che non sentono, ma a soggetti che sentono troppo, e che per questo devono irrigidirsi.

L’intreccio con il romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini apre una traiettoria importante. Gifuni ritorna alle pagine pasoliniane con una nuova drammaturgia originale che rilegge Ragazzi di vita legandolo a poesie, lettere, interviste di Pasolini. Ne emerge un dispositivo teatrale che non si limita alla rappresentazione, ma costruisce un dialogo vivo con gli spettatori tra passato e presente, tra scena e realtà, tra voce individuale e corpo collettivo. Forse proprio qui emerge anche una lieve sensazione di dissonanza: come se ogni tentativo di raccontare Pasolini corresse inevitabilmente un rischio. Quello di essere attraversato da ciò che lui stesso denunciava: le forme silenziose del potere del proprio tempo. Ma forse è anche questo che rende viva l’esperienza teatrale: non tanto l’adesione fedele a Pasolini, quanto le domande che continua a riaprire.

In Pasolini il Riccetto diventa quasi un protagonista-pretesto: più che un eroe individuale, è il tramite attraverso cui si dispiega la descrizione delle borgate romane e del sottoproletariato del dopoguerra. Attorno a lui emerge una geografia umana segnata da macerie materiali e simboliche, dove si evidenzia la condizione di abbandono e di vuoto morale dei ragazzi usciti dalla guerra. Sono adolescenti cresciuti dentro una frattura storica che ha indebolito le funzioni adulte, le appartenenze e i riferimenti simbolici. Per questo i loro corpi sembrano vivere in uno stato di erranza continua: cercano vita, eccitazione, contatto, ma senza trovare un ambiente realmente capace di contenerli.

Questo elemento è clinicamente molto significativo. Il teatro qui non funziona come narrazione chiusa. L’attore si fa carico di portarci dentro le giornate di questi giovani ragazzi e ci restituisce la loro generosità e i loro egoismi, il comico, il tragico, il grottesco, la violenza di questo sciame umano che dalle periferie si muove verso il centro. Ma quel movimento urbano è anche un movimento psichico: un rito di passaggio dall’infanzia alla prima giovinezza, dunque un attraversamento della perdita, del desiderio, della ricerca di appartenenza.

I ragazzi pasoliniani non sono semplicemente “devianti” o marginali. Sono soggetti alla ricerca di un contenitore simbolico che spesso manca. Vivono immersi in un mondo privo di holding sociale, privi di uno sguardo adulto capace di riconoscerli senza addomesticarli. Esistono nel branco, nel gesto, nella sfida, nel corpo che agisce prima ancora di pensare. E tuttavia dentro quella vitalità sregolata pulsa una domanda di legame. Pasolini aveva intuito qualcosa che oggi appare ancora più radicale: un cambiamento nella forma del potere, l’affacciarsi di un potere nuovo che non agisce soltanto imponendo dall’esterno, ma permeando lentamente modi di sentire, ritmi di vita, forme del desiderio. Non entra come interdizione; assomiglia piuttosto a un’atmosfera ed è perciò meno distinto dal soggetto, partecipa oscuramente alla costruzione della sua mente.

Qui il dialogo con Donald Winnicott (1965, 1986) diventa particolarmente fecondo. Winnicott ha mostrato come il soggetto possa svilupparsi solo all’interno di un ambiente sufficientemente buono, capace di sostenere l’illusione, il gioco e la continuità dell’esistenza. Quando questo ambiente fallisce precocemente o si sfalda socialmente, il ragazzo non perde soltanto sicurezza: perde la possibilità stessa di abitare creativamente il mondo. L’aggressività allora cambia statuto. Non è più soltanto distruttività: diventa ricerca disperata di ambiente. L’atto antisociale, scrive Winnicott (1956), conserva spesso un nucleo di speranza.

I ragazzi di Pasolini rubano, combattono, rischiano, attraversano continuamente il limite; ma dentro quei gesti si intravede la ricerca di qualcuno che possa sopravvivere al loro urto. È lo stesso movimento che incontriamo nella clinica contemporanea degli adolescenti. Come sottolinea Jeammet dietro molti acting-out, dietro certe forme di ritiro o di anestesia emotiva, non troviamo semplicemente opposizione o vuoto, ma il tentativo estremo di verificare se esista ancora un ambiente capace di tenere e di trovare.

Il corpo e la voce di Gifuni, sulla scena, sembrano allora incarnare proprio questa funzione: ci costringono a misurarci con un fantasma poetico, con una voce inquieta che continua a reclamare ascolto. Ancora oggi, “in direzione ostinata e contraria”. Ed è forse questo il punto decisivo: Pasolini continua a inquietarci perché ci obbliga a guardare ciò che la società espelle o neutralizza. I suoi ragazzi non possono essere compresi fuori dal loro contesto storico e sociale, ma allo stesso tempo parlano potentemente agli adolescenti di oggi e al nuovo contesto.

Una psicoanalisi del sociale ci invita proprio a questo spostamento dello sguardo. Il disagio adolescenziale non può essere ridotto a una questione individuale o familiare. Molti adolescenti crescono in contesti saturi di eccitazione e poveri di esperienza trasformativa. Mancano luoghi dove poter sostare, giocare, distruggere simbolicamente senza essere immediatamente espulsi o patologizzati. Oggi questo spazio appare spesso colonizzato dalla performance, dalla velocità, dall’esposizione continua. Forse il rischio contemporaneo non è solo l’eccesso di controllo, ma anche una forma più sottile di anestesia. Una tolleranza che talvolta sfiora l’indifferenza, un adattamento che accoglie tutto ma rischia di lasciare poco spazio al gesto autenticamente soggettivo. Alcuni adolescenti allora si ritirano; altri attaccano; altri ancora si rifugiano in identità precarie e mutevoli pur di non sperimentare il crollo interno.

Il “male dei ricci” potrebbe essere letto proprio così: come il sintomo di una soggettività che si chiude perché non trova un ambiente sufficientemente affidabile dove poter deporre gli aculei. E il teatro, in questo senso, assume una funzione profondamente analitica e politica, perché crea un’esperienza condivisa di pensabilità. Forse è proprio qui che l’incontro tra l’opera teatrale Il male dei ricci, i personaggi di Pasolini e la lezione di Winnicott apre una prospettiva preziosa per fermarci a pensare la clinica degli adolescenti: dietro ogni chiusura ostile, dietro ogni provocazione, dietro ogni apparente indifferenza, continua a esistere una domanda di presenza. Una domanda di ambiente umano capace di reggere la violenza del bisogno senza ritirarsi, senza moralizzare, senza espellere.

Elisabetta Berardi

Annamaria Pietrocola

Bibliografia:

  • Jeammet P. (2009),  Adulti senza riserve. Quel che aiuta un adolescente. Raffaello Cortina
  • Pasolini P. (1955), Ragazzi di vita. Garzanti Editore
  • Winnicott D. W. (1956), “La tendenza antisociale”, in Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Martinelli, 1975
  • Winnicott D. W. (1965), Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore
  • Winnicott D. W. (1986), La natura umana. Milano: Raffaello Cortina
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