Remo Rapino: scrittore e poeta, è nato nel 1951 a Lanciano, dove vive. È stato insegnante di filosofia e storia nei licei. Ha pubblicato, tra gli altri, Dissintonie (1993), La vita buona (1996), Un cortile di parole (2006), I ragazzi che dicevano okay e Il salice, il grano, la rosa (2011), Esercizi di ribellione (2012), Quaderni, storie di calcio quasi vere (2015), Vite di sguincio (2017), Fubbàll (2023). Il romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (2023) si aggiudica il Premio Campiello 2020, finalista al Premio Napoli e candidato al Premio Strega. Il documentario Gli occhi di Liborio, ideato da C. Perantuono, diretto da A. D’Ottavio vince il premio speciale di letteratura ai premi Flaiano 2021. Nel 2021, riceve il Premio Culturale MuMi e il Premio Frentano d'oro. Nel 2022, viene realizzato lo spettacolo teatrale L'ultima notte di Bonfiglio Liborio, con musiche e regia di D. Cavuti, prodotto dal Teatro stabile d'Abruzzo e da MuTeArt Produzioni.
I suoi ultimi due libri pubblicati: Di nome faceva Arturo (2025) e La scortanza (2025).
Remo Rapino sarà uno degli ospiti della prossima edizione del Festival di Psicoanalisi e Letteratura che si terrà al Centro Psicoanalitico di Bologna il 4 ottobre 2026 e che avrà per titolo "La fragilità e le sue trasformazioni".
DF: Freud considerava poeti e scrittori alleati preziosi, spesso più avanti nella conoscenza dell’anima, perché attingendo a fonti profonde, scoprono e danno forma a quel che lo scienziato impiega un lavoro faticoso per portare alla luce.
Com’è nata la sua passione per lo scrivere?
Leggendo molto sin da ragazzo, grazie a mio nonno, un mastro muratore che amava i libri e tanto da farne una scelta “politica” oltre che di vita. Mi regalò Cuore, avevo otto anni e mi azzardai a inventare un storia, una sorta di western, Arroyo Grande, una “bambinata” che conservo ancora e ancor mi commuove tenere tra le mani quel quaderno con la copertina verde. Lentamente le parole degli altri sono diventate un modo per esprimere le mie.
Quali libri hanno ispirato le sue letture più care e quali Autori oggi influenzano la sua scrittura?
A parte Cuore, penso alle avventure di Jack London, a Salgari, Mark Twain e via via i “Grandi”, i romanzi russi dell’800, Mann, Kafka, Doblin, Pavese, Camus, Pasolini, altri ancora. Non saprei fino a che punto, comunque mi restano dentro, m’intrigano, mi cambiano. Vale anche per i poeti in verità, poi i classici, ma senza un ordine particolare. Una Babele, una sinfonica confusione di voci. Anche oggi. In particolare mi piace perdermi e ritrovarmi, ogni volta, tra le pagine di Spoon River, convinto che solo due categorie di persone non potrebbero mai mentire: i matti e i morti.
Quanto è “necessaria” per lei la scrittura?
Parafrasando Franco Fortini direi: La scrittura non muta nulla. Nulla serve, però scrivi. Farne necessità per se stesso, per quanto è stato e per quanto avrebbe dovuto essere, per quello che potrebbe essere nei giorni a venire. Gettare passi decisi a respiro lento.
Come nasce l’idea di uno scritto?
Osservando e ripensando quanto intorno ci accade. La realtà è sempre molto più ricca di ogni fantasia. Questa, alla lunga, può perfino stancare. In fondo la scrittura è una forma di ascolto con cui dare voce a chi non ha voce, è un “fatto politico” che riguarda la Polis, la Comunità degli uomini.
Come vive la costruzione della trama: è più un lento plasmare l’idea che vuole rappresentare o la liberazione inaspettata di qualcosa che prende forma scrivendo?
Il più delle volte mi fa da guida l’istinto, le voci di altri che raccontano e raccontando parlano anche di te, di altri mondi, di altre vite, Poi le parole possono farsi acque di fiume, che cercano un mare dove sciogliersi, ma non sempre ci riescono, si perdono.
Com’è per lei il processo di mediare l’espressione di sé con le esigenze letterarie della lingua, per far funzionare l’emozione in quanto letteratura?
La scelta linguistica è una forma di condivisione, una parlata, un pane da spezzare di fronte a un fuoco d’inverno. Non esiste una lingua perfetta, pura. Credo che solo una lingua “guasta” possa suscitare emozioni, coltivare sentimenti.
La capacità di far risuonare l’altrui mondo emotivo è uno scopo diverso e un condizionamento sulla scrittura rispetto al libero comunicare qualcosa del proprio mondo interno?
In fondo le due cose, o tre, quattro? Coincidono. Io sono uno degli altri direbbe Scotellaro o, più pomposamente Rimbaud, Je est un autre, una dialettica tra esteriorità e interiorità: questo siamo. Una finestra aperta su due lati.
Se in ogni opera di finzione batte un cuore autobiografico, Roth sosteneva che l’approccio non-romanzesco lo portava a sentire l’esperienza e certi nodi emotivi più profondamente di quando fondeva storie nel crogiuolo. Per lei?
Scrivere significa scrivere sempre di sé stesso, anche inconsciamente. Chi legge cerca, in quello che legge, sempre una parte di sé. L’esperienza raccoglie molteplici esperienze, forse infinite: il dentro e il fuori, appunto: come affacciarsi sulla strada da una finestra senza dimenticare il chiuso di una stanza che abbiamo alle spalle.
Quanta esperienza di conoscenza personale occorre avere per scrivere su un certo tema e quanta l’invenzione?
L’invenzione non è mai separabile dalla conoscenza. Reale e immaginario vanno di pari passo. La scrittura non può mai porsi come un meccanico rispecchiamento della realtà, anche se ha bisogno di questa per essere, per mettere in moto l’immaginario. Ecco, volare alto ma con i piedi ben saldi alla terra.
Per lei è più facile scrivere dalle proprie esperienze o di una storia che inventa?
Per inventare una storia bisogna, in qualche modo, averne già esperienza, la propria ma anche quella degli altri. Le storie esistono già fuori delle parole che camminano nelle pagine dei libri, solo che le parole e i libri sono timidi. Allora bisogna aiutarle ad uscire. Ascoltando.
Nell’equilibrio fra l’attingere a una verità del profondo per riuscire a coinvolgere il lettore e la misura di un’astensione di sé per poterne fare una storia di tutti, a cosa sente di prestare cura nella sua scrittura per arrivare ai lettori?
Questo pare, almeno per me, un equilibrio che viene naturale. Sottile il confine tra superficie e profondità. A volte, a ben osservare, le cose più profonde si trovano in superficie, in quanto appare scontato e banale. Lo stesso vale per i lettori. Ogni storia è una storia di tutti, al di là delle diversificate specificità.
A quali lettori immagina di rivolgersi mentre scrive?
Più che altro coltivo una speranza: che vi siano lettori giovani. Oggi avverto più una delusione che altro, un punto di non ritorno. Lo affermo anche ripensando l’esperienza di insegnante. Mi viene in mente solo una dedica sul frontespizio: A chi leggerà.
Ogni personaggio offre l’opportunità di rappresentare questioni o aspetti della vita esplorandoli attraverso il punto di vista che un altro ci permette, scavandolo da dentro e schiudendo traiettorie impreviste. Che rapporto ha con i suoi personaggi: sente più di guidarli o di farsene sorprendere?
Nel momento in cui prendono vita e forma i personaggi, da Bonfiglio Liborio a Mengo, ad Arturo Sabatini, a Rosinello Capobianco, mi accompagnano e mi sorprendono, come io li accompagno e cerco di sorprenderli. Insomma ci ascoltiamo.
Da dove le viene l’ispirazione per i suoi protagonisti?
Dalla realtà quotidiana e dai sogni che scaturiscono dal desiderio di una diversa realtà, dalla trincea dei giorni, da quelli che non hanno voce, che vivono o sono costretti ai margini. La letteratura deve muoversi e respirare sul versante della marginalità e della fragilità esistenziale.
Sono più il tramite per rendere la storia o le interessa di più lo sviluppo del personaggio? Cosa considera e lavora di più nel dare consistenza a un personaggio?
I personaggi delle mie storie si raccontano e raccontandosi ricostruiscono le architetture, spesso invisibili, della Storia. Personaggio, storia, linguaggio, hanno residenza nello stesso luogo. La consistenza è il risultato di una sintesi, di una dialettica di sensazioni, di viaggi e naufragi, di voli e di cadute. Prometeo e Icaro.
“Il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace” scrive Kundera. La scrittura è un modo per proiettare il proprio mondo fantasmatico consegnando desideri e sentimenti alle voci dei diversi protagonisti, consentendo ai lettori di identificarsi a propria volta, entrando in contatto con vissuti profondi al riparo del “come se” della finzione letteraria, potendo così elaborare più o meno consapevolmente aspetti sconosciuti di sé. Quanto si consegna di sé ai personaggi e quanto lo si vela?
La scrittura è sempre uno scavo, anche a mani nude, una forma dialettica di esperienze soggettive, di ombre e di luci. Chi scrive, direbbe Pessoa, è un “fingitore”
Dal momento che scrivere, così come leggere una storia, è sempre l’occasione di un viaggio per farci carico dell’alterità di noi a noi stessi e della possibilità di farci trasformare da quell’incontro. Quanto e come pensa che la scrittura incida sulla sua vita e la trasformi?
La vita trasforma i modelli di scrittura così come questi incidono sul senso, o sui sensi, del vivere. Accade anche al di là delle nostre consapevolezze, della nostra volontà. Non sempre riusciamo ad essere protagonisti o artefici di noi stessi. In fondo vagabondiamo insieme ad altre forze, più o meno visibili.
Quanto arricchisce e quanto è faticoso in questa elaborazione?
La fatica arricchisce in ogni caso. L’influenza è cosa reciproca, chi scrive si fa voce tra le voci. La parola fine non esiste. Ogni conclusione è sempre provvisoria: questo il senso della “finitudine”. Se noi ci siamo non c’è fine: la Fine è una modalità dell’Assenza.
Quanto l’opera influenza il suo creatore? Come la lascia la fine di un romanzo?
In fondo sono la stessa cosa, non è possibile tracciare confini. Un romanzo non potrà avere mai fine, continua dentro, s’arrampica sulle pareti della memoria. La fine rimane sempre aperta e provvisoria: bisogna chiudere gli occhi per vedere ancora. Questo il testamento delle parole che mutano in pensieri.
C’è chi rimarca nella scrittura la funzione di consolazione del vivere e chi sottolinea quanto sia un’occasione per farcela conoscere meglio. Per lei cos’ha significato la lettura?
Un modo di sapere e sapersi rispetto agli altri e al mondo; un modo per tornare ad appartenersi e riconquistarsi ogni qual volta che ci si sente o si è perduti. Spesso la lettura ci restituisce, con le sue pagine, quanto la vita ci toglie.
Chi l’ha condotta alla lettura?
Quanti mi hanno formato, le occasioni, le casualità, le relazioni con gli altri, le delusioni delle strutture educative, i sogni di costruire la possibilità di altri mondi, i paradossi: Ho avuto, per fortuna, anche cattivi maestri. È stata una buona scuola (Hans Arnfrid Astel, Lezione – 1933-2018)
Proust dice che ogni lettore legge sé stesso, che un libro è uno strumento ottico che ci permette di comprendere quel che forse, senza di esso, non avremmo mai conosciuto di ciò che siamo. Nella sua esperienza di lettore, quanto consideri che i buoni libri siano uno strumento elaborativo per il nostro mondo interno?
I libri sono strumenti utili a molte cose, per l’interno che ci respira dentro e per l’esterno che ci avvolge. I libri sono viaggio e naufragio insieme.
Come si insegna a leggere un libro?
Raccontandolo, senza rivelare l’intera trama e il finale, suscitando curiosità, specie per i più giovani. Insomma seguendo le “istruzioni” di Daniel Pennac.
Capita spesso che i lettori le riportino quanto si sono ritrovati nella storia e la gratitudine per aver compreso aspetti sconosciuti di sé e della propria vita?
Capita, ma la ricerca di sé penso sia un percorso molto personale come di relazioni con l’alterità.
La letteratura è una via per la ricerca dell’umano, l’incanto di un mondo che ci fa scoprire nuove visioni, dove trovare espressione per l’ignoto e l’inquietante, è un ponte sui precipizi che ha un suo potere di fare varcare soglie e squilibrare, è testimonianza per renderci accorti e interroganti, è incontro ed esperienza dell’alterità, compresa quella interna. Questa capacità di contatto con le proprie esperienze più riposte e con le sue possibilità trasformative che ci consentono di divenire più pienamente noi stessi, ha molto in comune con il pensiero e la cura psicoanalitici: è un contributo che in qualche modo partecipa del suo lavoro o suscita un interesse per lei?
Credo che la psicanalisi sia una raccolta di storie, di gesti, di rivelazioni inattese, di linguaggi, di accavallamenti, di intrecci, di testimonianze, di letture rispetto a una incredibile varietà di mondi, un po’ come l’Infinito costituito dagli infiniti mondi di cui parlava Giordano Bruno.. Come la letteratura. Pensare che in un segmento vi sono innumerevoli punti come in una retta infinita: qui la singolarità si pone come valenza universale. Hegelianamente la parte come tutto.
In questa contemporaneità di lento impoverimento del linguaggio e di dominio delle immagini e dei tempi accelerati della fruizione passiva del racconto visivo, sembra esserci un gran bisogno della letteratura.
Nelle Lezioni americane Calvino richiamava il pericolo di perdere la funzione fondamentale dell’immaginazione, che la capacità di evocare immagini in assenza si atrofizzi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate. Invocava una pedagogia dell’immaginazione, per apprendere a elaborare le proprie visioni interiori, senza lasciarle soffocare sotto questa realtà aumentata in fruizione passiva né ammorbarle in un confuso fantasticare, perché quelle epifanie cariche di significati che spesso fondano l’immaginazione letteraria, animino una scrittura creativa che dia ordine e intenzione a quelle invenzioni. Immaginare ci serve a costruire le rappresentazioni con cui conosciamo noi stessi, gli altri, la realtà che ci circonda, con cui colmiamo i vuoti del pensiero razionale e pensiamo l’invisibile.
Come si lavora con le parole per ritrovare la loro ricchezza?
Le parole sono argilla, bisogna usarle con la pazienza e la creatività del vasaio. Occorre un Apriti Sesamo che ne sveli tutte le ricchezze, quelle visibili e le nascoste.
Pensa che la rivoluzione dei media, insieme alle enormi possibilità che ci ha aperto, destini al cambiamento i libri e gli spazi della lettura che nutrono la funzione narrativa che fonda l’umano?
Dipende da molti fattori, storici, sociali e culturali. Forse è un processo di mutazioni, di sensi e di finalità già in atto per diversi aspetti. Si corre il rischio di una cattiva re-interpretazione dell’umano, di una sua soffocante distorsione. Speriamo che rimanga solo un grido di paura la domanda di Roberto Vecchioni: “Parola, amore mio, chi t’ha ferita a morte”. Nulla è certo, intanto si continui a costruire ponti di parole tra gli uomini, tra gli uomini e il profilo delle cose.
Borges credeva che la cultura non s’intenda senza l’etica: come sente il mandato di chi fa cultura oggi, in un tempo violento di ombre e di grandi difficoltà a confrontarci con l'alterità?
Certo, tempo violento di ombre. Forse perché sono stati cancellati i tre trattini che univano: etica-cultura; etica-politica; etica-partecipazione democratica. Di qui le difficoltà tra il noi e gli altri e la prevalenza dell’egoità rispetto al senso collettivo della presenza umana nel mondo e nella storia. Purtroppo oggi l’intellettuale, specie in senso gramsciano quanto pasoliniano, deve sopportare l’impotenza se non il fallimento. Bisogna tornare a disegnare i trattini cancellati.
Bloom scriveva che la lettura è il più terapeutico dei piaceri, che rafforza l’Io cogliendone i veri interessi e lo fa tornare a casa. Quando le parole finiscono e riponiamo il libro su uno scaffale, il significato continua a lavorare in noi, con i suoi dubbi, i pensieri, le prospettive. Come descriverebbe ciò che vorrebbe arrivasse ai lettori del suo lavoro, quale vorrebbe fosse il suo messaggio?
Io credo che ognuno sia esploratore e inventore del messaggio in cui meglio si ritrova. Non vorrei farmi carico del senso del mio lavoro verso l’altro. Ognuno raccolga dubbi, pensieri, prospettive: già sarebbe un buon primo passo nel cammino.
Il suo libro “Di nome faceva Arturo” è una dichiarazione d’amore ai libri, alle storie a alla lingua con cui poter dire il proprio nome, la splendida dimostrazione di come le costruzioni fantastiche non siano solo una consolazione ma ci insegnino il vivere, ci aiutino a sopportare le difficoltà, ci facciano sperimentare mondi e visioni diverse e a condividerle. In esergo cita Cioran: “Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo”. E ancora: “Un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito”, concetti che rappresentano la cornice perfetta per una storia sul pensiero e la curiosità come strumento di trasformazione, di solidarietà e impegno sociale. Come guarda al nostro presente e come crede che l’immaginario trasmesso dalla letteratura possa contribuire a coltivare un presente più pensato e responsabile?
Credo occorra trasformare l’immaginario individuale in un immaginario collettivo. Se sognare resta un evento solo personale, se il sogno appartiene solo alle nostre notti, si corre il rischio di un agire vano: se il sogno, al contrario, raccoglie una dimensione collettiva, alloara diventa un progetto politico di cambiamento, una energia di trasformazione. Ecco, un passaggio dall’IO al NOI. Come cantava Jacques Brel, ne La dernier chanson, le cose impossibili non esistono. Esistono le cose difficili: bisogna attaccarle e conquistarle.
Nell’Emilio Rousseau definiva l’educazione “il mestiere di insegnare a vivere”, un’esperienza fondamentale della nostra esistenza, perché non si tratta solo di acquisire nozioni per rapportarsi con il mondo e con gli altri, ma di apprendere una capacità di pensare, una capacità riflessiva che ci metta in grado di leggere e significare la nostra esperienza e quella degli altri. Ma ogni apprendimento passa attraverso la qualità di una relazione che segnerà profondamente la possibilità di appassionarci a una materia e il modo in cui la faremo nostra. Condivide l’idea che si cresca solo se sognati, come diceva Danilo Dolci?
Assolutamente: Sognando gli altri come ora non sono / ciascuno cresce solo se sognato. Si torna, come dicevo in precedenza alla necessità di un sogno collettivo, sognando appunto, se stessi e gli altri all’interno di un percorso rivoluzionario di trasformazione dell’esistente, un movimento reale che supera lo stato di cose presente, per dirla con Marx.
Come si aiutano i giovani a costruire i loro sogni e scoprirli anche attraverso l’incontro con i libri?
Aiutandoli ad aiutarsi da soli, al di là di buoni e cattivi maestri. Inutile regalare pesci, si deve insegnare a pescare. Costruire la coscienza di sé all’interno di una coralità di voci e di consapevolezze. Userei le parole della signora Reece, nella Antologia di Spoon River: Io vorrei dire a questa generazione di imparare a memoria qualche verso di verità o di bellezza. Potrebbe servirvi nella vita. Una meraviglia.
Educare richiama il “condurre fuori”, una funzione maieutica che porta qualcuno ad emergere, a farlo esprimere per realizzare le proprie potenzialità, “un fuoco che deve essere acceso”, diceva Montaigne. Da scrittore e insegnante, qual è stata la sua esperienza delle potenzialità della letteratura per una cura delle nostre anime?
La letteratura assolve una funzione immensa. Essa rappresenta la piccola luce che Pinocchio vede nel cavo della balena, una visione-guida che gli permette di raggiungere il buon Geppetto e salvarlo, così approdando ad altre terre. Non c’è gesto più prezioso, per l’uomo, se non quello di chinarsi per aiutare chi è caduto, l’altro, a rialzarsi. Solo nei luoghi della marginalità e della fragilità può nascere una condivisione di anime, il pane da spezzare.
Quanto il suo mestiere ha influenzato la sua attività di scrittore e viceversa?
A ripensare i giorni andati, forse mal spesi, comunque vissuti, senza dimenticarsi e senza mai dimenticare gli altri, penso che le attività, i gesti, le parole, hanno permesso di rompere barriere e ridefinire più vasti confini, di crescere in quanto “sognato” e in quanto sognatore. Scrivere / insegnare: due modalità incise nella stessa medaglia. Mi sembra di aver fatto non più che cose semplici e modeste, semplicemente cercando di amare ciò che è umano, restando umani, leggendo il mondo con gli occhi della ragione come del cuore, scavando alla ricerca delle giuste parole, che sono sempre parole di verità e di giustizia. Ecco, se le parole sono pietre, credo sia tempo, nel farsi della Storia e oggi più che mai, di lanciarle o, almeno, imparare a farlo. Senza paura
L’intervista è a cura di Daniela Federici
Trovate la recensione del libro Di nome faceva Arturo al link Recensione: "Di nome faceva Arturo" di Remo Rapino - recensione di Daniela Federici
Consulta la locandina del Festival di Psicoanalisi e Letteratura