“Questo strano anniversario in cui, insieme allo sfascio di una famiglia intera - su cui non c’è molto da festeggiare - celebro una liberazione.”

Chiudere ogni rapporto con la propria famiglia, troncare una relazione che ci ha dato la vita, può essere un atto salvifico? Forse sì, quando gli affetti, pur restando tali – o forse proprio per questo – diventano traumatizzanti, con la potenza di un dolore che proviene proprio da chi amiamo. In questi casi, la separazione può costituire un atto di salvezza verso se stessi.
Andarsene per lavoro, allontanarsi temporaneamente, “frapporre chilometri, demandare allo spazio – e dunque al tempo, perché la frequentazione diventava giocoforza diluita”, può consentire un tentativo di autoprotezione. Ma se la chiusura non è definitiva, accade che si debba “andare a riconsegnarmi a ciò cui per destino appartenevo. E se quello cui appartenevo era la paura, o la violenza, voleva solo dire che dovevo provare a non urlare. Poi sarei stato rilasciato. Il che equivaleva a considerarsi senza scampo. A vivere, cioè, una vita con obbligo di firma.”
Bajani scrive di questo, immerso, ci immaginiamo, in una dimensione emotiva estremamente asciutta, di chi ha imparato precocemente a prendere atto di ciò che accade attorno a sé cercando di non farsi sopraffare dall’angoscia. Pare addirittura astenuto dal coinvolgimento nelle scene quotidiane: un figlio che osserva e prende nota, nella speranza, un giorno, di poter mettere in fila i pensieri e i fatti senza la presunzione di raccontare una verità assoluta, ma la sua verità, come esperienza soggettiva, profondamente permeata dai fatti reali nei quali si dispiega una famiglia che potremmo definire disfunzionale.
Il protagonista descrive la sua vita familiare come un osservatore esterno, in maniera quasi chirurgica: quella chirurgia che ci fa male ma ci fa anche bene, che forse servirà a curare o, viceversa, potrà diventare una sorta di “filtro a protezione 100, totale”.
Il romanzo si dispiega attorno alla descrizione di una madre a cui si vuole restituire una visibilità non richiesta, apparentemente da lei stessa non desiderata, strutturata attorno alla figura di un marito che riempie la scena e determina la giurisdizione entro cui lei deve restare. Il figlio, futuro scrittore, osserva muto una madre “sopraffatta da una forma di timidezza molto prossima alla negazione di sé”.
“La sua vita si riassumeva nel suo venire al mondo. Il suo starci, nel mondo, non era degno di nota.”
Bajani scrittore e Bajani figlio sembrano cercare qualcosa assieme: non è la colpa, non è l’accusa. Eppure non si può non temere per questa moglie che pare non avere paura di un uomo violento e probabilmente malato; non si può nemmeno non temere per questi figli così esposti alle ire paterne, un uomo così incline alla rissosità.
Forse non si può neppure evitare di identificarsi con questi figli che non hanno avuto quell’accudimento necessario per sentirsi al sicuro e capaci di affidarsi a una madre sufficientemente presente a se stessa e agli altri. Una madre di cui si vede solo una zoppia, esito di una poliomielite.
Il protagonista, durante le diradate ma necessariamente regolari visite ai genitori, durante i pranzi, si strappava la barba con le mani, si apriva crateri sulla faccia, si descrive sfigurato e sorridente. In questo modo “spostavo il dolore sulla cute: sentivo la radice che si strappava, sradicata dalla carne, e quello era sufficiente.” Quelle visite si concludevano con una tovaglia scrollata fuori dal balcone, “nevicata di briciole e bulbi sul selciato.”
Eppure, nel suo peregrinare, si intravede un fragile ma tenace bisogno di cura: il protagonista trova un accudimento materno sostitutivo nei luoghi che frequenta il martedì, giorno rituale delle sue sedute con una anziana psicoterapeuta scampata alla morte nei campi di concentramento. Nella pasticceria e nella pizzeria in cui si reca, prima e dopo le sedute, tra gesti semplici e ripetitivi – una brioche, una pizza al taglio, qualche parola scambiata – si costruisce un fragile spazio di umanità e riconoscimento. È lì che, in modo quasi inconsapevole, egli ritrova una forma di contenimento, una presenza materna diffusa, fatta di rituali ordinari che si oppongono al caos del passato.
Nell’incontro del gruppo di lettura è emerso come, attraverso questa esperienza di accudimento minimo ma vitale, il protagonista sembri tentare una riparazione psichica: una possibilità di reinscrivere il materno in una forma nuova, quotidiana, non più legata alla ferita originaria ma al gesto che cura senza chiedere nulla in cambio (“il lato umano del capitalismo, non certo una forma di prostituzione dei legami.”). La scrittura stessa di Bajani, asciutta e precisa, appare come un atto riparativo, un modo per dare parola al trauma senza restarne imprigionato.
Il romanzo si chiude con un’immagine che racchiude questo movimento trasformativo, nella sua essenzialità e nel suo limite, quando la vita mette il figlio, diventato uomo, nel ruolo a sua volta, di padre e si sofferma a osservare il bambino davanti a sé: “Ogni tanto sul suo viso vedo il viso di mia madre, è quello il posto in cui la incontro da due anni a questa parte. Di solito è un istante poi sparisce. E non fa bene, e non fa male.”
In questa sospensione, tra il bene e il male, tra presenza e assenza, sembra compiersi l’unica possibile forma di elaborazione: non la cancellazione del dolore, ma la possibilità di contenerlo, di riconoscerlo, di lasciarlo esistere nel tentativo di non esserne più sopraffatti.

 

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