“Che importavano gli anni quando si cominciava a capire?
Quella cicatrice che divide la fronte sta ora a dimostrare
la saldatura del suo essere prima diviso.
Rinasce Modesta partorita dal suo corpo,
sradicata da quella di prima che tutto voleva,
e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere.
Rinasce nella coscienza d’esser sola”
(Goliarda Sapienza - L’arte della Gioia)
Leggo questo titolo e penso, “ecco ci siamo, che meraviglia”, la meraviglia del poter dire con libertà qualcosa di infinitamente incongruo con le aspettative, con l’immagine che si è sempre data, in sintonia con quella che i più acuti ascoltatori hanno invece sempre percepito. Una sensazione simile a quella che si può provare ascoltando la Vanoni degli ultimi tempi, una liberazione, un’infinita tenerezza e tanta ammirazione e stima, per qualcosa di molto semplice ma pericoloso, difficile e rivoluzionario come la verità.
Sentire la Vanoni scherzare sulla sua presunta imminente morte o sul sonno che le viene alle nove di sera, o vederla sul palco di un teatro bolognese con uno spettacolo preparato quasi per lei dalla sensibilità raffinata di Paolo Fresu, mentre con la scusa della fatica a deambulare, per quanto le cantanti siano tre, lei ne approfitta per non lasciare il palco per tutta la sera e per punteggiare lo spettacolo della sua beffarda ironia, senza nascondere affatto che non aveva voglia di cantare ma che quando ha saputo il numero di canzoni fatto dalle altre lei voleva farne di più.
Ecco questa atmosfera di profonda ironia, dolce competizione e acuta intelligenza mi pare la stessa che subito inonda leggendo il titolo dell’ultimo libro della Ravera. Autrice che credo non necessiti di presentazioni.
“Volevo essere un uomo!”, come non identificarsi con quella bimba che lo pensò, insieme a chissà quante altre bambine? Quante volte lo avrà riformulato un pensiero del genere, quante trasformazioni avrà subito quella prima frase nata da un impeto di ribellione? Perché forse, semplicemente, voleva stare dalla parte di chi decide, di chi è più libero di scegliere, di chi può coltivare le sue passioni vantandosene e non nascondendolo. Ognuno viene da uno specifico contesto dove lo spazio riservato al maschile e femminile varia, tuttavia fra le strade che portano alla consapevolezza della propria femminilità e all’amore per stessa, come anche a varie forme di femminismo, una credo sia proprio questa. Un grido silenzioso che inizialmente dice “volevo essere un uomo” e che sovente si può tradurre con, “mai accetterò un ruolo subalterno”, da lì, quando le cose vanno bene, l’inizio di una strada irta di trasformazioni, di profonde prese di coscienza, di fatica e lotta. Silenziosa la lotta, spesso giocata nelle piccole cose, piccole se si guarda e ascolta da lontano e se non si è personalmente toccati.
Ravera usa la propria storia personale intrecciata alla storia tout court per narrare questa lotta continua, fra il disagio e l’orgoglio, fra gli automatismi e la riflessione, fra l’amore e l’ambivalenza, usa la terza persona quando parla di sé, come a sottolineare la consapevolezza che c’è il pensiero di mezzo e che non parla solo di sé ma da voce a qualcosa che la trascende, che è singolare ma anche collettivo:
“eravate corpi giovani e menti assetate a cercare la verità. A estrarla la verità, senza troppa cautela, l’una dall’altra, in una lotta continua contro l’ipocrisia in cui eravate cresciute, a cui eravate state educate.” (pp.49).
“Vi lega un patto scellerato: dire l’indicibile. Senza censure. Evocare certi mostri. Ammansirli. Riderne”. (pp-54)
“Eravate giovani e dai vostri corpi volevate trarre piacere. Vi promettevate l’un l’altra di nominarlo. Di perseguirlo. Di pretenderlo. Le vostre madri erano quasi tutte frigide, oppresse da un persistere delle regole cattoliche anche in assenza di fede.” (pp.51)
E riferito a se stessa, nel momento in cui si rende conto che la propria femminilità sta per fiorire, sempre usando la terza persona e quindi parlando anche in modo amorevolmente materno a tutte le ragazzine di ieri, di oggi, di domani, guardandole negli occhi:
“Eppure senti, per la prima volta, mentre cammini per strada, gli sguardi dei maschi su di te, striscianti, collosi, viscidi. Ti mettono a disagio eppure ti fanno piacere. Non riuscirai mai a districarti fra risentimento e gratificazione” (pp.32)
“Il vostro era un movimento composto da persone in lotta contro pregiudizi e discriminazioni, contro un’idea di donna che non corrispondeva alla vostra esperienza di donne, ai vostri corpi, ai vostri sentimenti, al vostro desiderio” (pp.62).
E’ poi profondamente onesta Ravera quando non addita l’uomo come cattivo o mancante di affettività. Si evince tra le righe come lo consideri a suo modo impigliato nelle stesse maglie culturali delle donne, maglie per lui più comode e di conseguenza non da discutere con urgenza.
“Le barricate le avete alzate nelle camere da letto, in cucina, nei salotti. Avete combattuto contro avversari innocenti, che vi amavano a modo loro e il loro era quasi sempre un modo sbagliato” (ibid)
Il punto però è un altro, quante volte si pensano frasi del genere se si è donne e quante volte le si tacciono, quante volte si pensa poi, dopo intuizioni più o meno precoci, che l’essere donna porta in sé una complessità che non è data all’uomo, un affare biologico altamente invidiabile da chi, come tutti gli esseri umani in modo più o meno massiccio l’onnipotenza la vagheggia. Il corpo femminile crea la vita.
E qui Lidia dà voce, una voce che può arrivare ad un pubblico vasto, a qualcosa che riguarda la psicoanalisi da vicino:
“Secondo Sigmund Freud si scatena nella bambina l’invidia del pene, in seguito alla scoperta della differenza anatomica fra i sessi. Ne conseguirebbe un bel complesso di castrazione. La bambina si sentirebbe menomata rispetto al bambino e ne trarrebbe un sentimento velenoso, l’invidia, fino al momento in cui il suo sesso, pericolosamente concavo, non fosse adeguatamente riempito (e soddisfatto) dal pene di un uomo. Soltanto il desiderio di essere penetrata, non importa se con piacere o con dolore, oppure il desiderio di riempire la cavità misteriosa fabbricando un essere umano, spegnerebbero l’invidia penis. Le cose stanno davvero così? Soltanto in una visione patriarcale della condizione femminile. Una visione che, a pensarci bene, è giustificata esclusivamente da uno sproposito: che il modello sia l’uomo, che chi non è fatto come lui sia inferiore. Non differente, bensì mancante. Incompleto. Tu non l’hai mai accettato, anche senza saperlo, lo sproposito su cui gli uomini hanno fondato un impero e goduto di una supremazia immeritata. Hai sempre pensato: lui possiede il pene ma io possiedo il dispositivo che produce esseri umani. Il ricciolo di sperma che lui emette al culmine del suo piacere può essere conservato venduto comprato scambiato prodotto in laboratorio… se io chiudo la fabbrica dei bambini il mondo si estingue. O almeno il mondo che conosciamo noi. Chi ha il corpo più potente, allora? Chi è incompleto? Io o lui? Tu sai bene che il tuo corpo, il corpo di una donna, è più complesso e più completo del corpo dell’uomo. Più necessario. Più potente. Altro che invidia penis!” (pp.88/89/90)
Un bello stimolo per aprire al pubblico l’evolversi e l’approfondirsi di riflessioni psicoanalitiche già presenti e/o ancora da venire. Perché ne è passato di tempo dal primo Freud e le voci si sono moltiplicate, in primis quelle che coraggiosamente volgono lo sguardo verso l’origine e l’originario, verso il sensoriale, il corpo e l’ascolto di queste dimensioni in rapporto e in continuità con le teorizzazioni citate dalla Ravera.
In merito ad una possibile invidia della capacità di generare, come in merito alla frase che dà il titolo al libro della Ravera, viene da chiedersi, chissà quante volte e quante psicoanaliste, o anche psicoanalisti avranno fatto questo pensiero silenziosamente? Ma la Ravera oggi lo scrive!
E lo scrive con la finezza e delicatezza consuete di chi non ha troppe certezze, di chi con maestria tiene in mente e nelle pagine, un’intuizione e anche il suo contrario. La profonda consapevolezza del valore delle differenze, della ricchezza derivante dal loro dialogo e la curiosità mista a un filo di malcelata preoccupazione per questa nostra società che va verso un ideale fluido, per fare un esempio.
La struttura del libro, che lei definisce “un oggetto misterioso”, suggerisce che si tratta di un’opera innovativa e originale, che sfida le convenzioni letterarie tradizionali. L’autrice ci invita infatti a riflettere sulle identità di genere e sulle aspettative sociali, creando un dialogo profondo con il lettore. Raccontando il personale tramite il collettivo e il collettivo tramite il personale. Usando come filo rosso l’autenticità della voce.
Viene poi da chiedersi: finire con il proporsi un tentativo di virata verso i nuovi ideali, che superano le differenze di genere, è un fallimento o la testimonianza di una mente aperta, contraddittoria, umile nei confronti della realtà, in costante e inesauribile ascolto?
Perché sono della Ravera entrambe le affermazioni: il valorizzare la differenza e questo finale che ricorda Freud e il diritto all’incoerenza, o direi meglio alla complessità.
Nello scrivere in modalità autobiografica, capita di raccontarsi come nemmeno nei rapporti stretti si riesce a fare. E in questo libro brusco e sincero la Ravera scrive la sua storia con “quella che per un uomo è audacia e per una donna è scandalo”. Lo scandalo di dirsi convintamente femminista e insieme una che avrebbe preferito nascere maschio. Dall’infanzia alla vecchiaia procede con motivazioni incontestabili, con l’elenco ragionato dei privilegi che, in quanto femmina, le sono stati sottratti, che all’intero sesso femminile sono tuttora sottratti.
Non si tratta di rivendicazioni già sentite, già viste, è piuttosto una descrizione dei fatti, interiori ed esterni, vissuti da una bambina prima e da un’adulta poi, il cui destino può essere obiettivamente considerato invidiabile. Siamo cioè di fronte a una personalità femminile di successo, che ha attraversato da protagonista le varie fasi di una generazione in rivolta. Eppure, eppure. Dal primo sguardo di una madre che non ha remore a dire “volevo un maschio”, all’impegno politico nel non meno maschilista ’68, alla vecchiaia che travolge con inaspettate nuove discriminazioni e vulnerabilità, si prende atto dell’inevitabile fragilità che un destino femminile, qualsiasi destino femminile, si trova a scontare nella società governata e diretta dagli uomini. Uomini violenti e guerrafondai, perché “la storia del patriarcato è storia di guerre”. Lo stiamo sperimentando attualmente con minacciosa chiarezza.
Bello a maggior ragione il finale, che non inneggia ad ulteriori battaglie ma fa risaltare il dubbio, l’umiltà di chi non smette di porsi domande e di pensare, di recente ho sentito in un’intervista la Ravera che si diceva dispiaciuta perché da molti considerata una ex incendiaria ora scrittrice di “cosette romantiche” (sto parafrasando perché non ricordo le parole esatte) una “rammollita” dal tempo insomma. Ma penso, cosa c’è di più coraggioso che invecchiare interrogando il passato, il presente e anche il futuro? Mi pare una posizione molto più scomoda e autentica di chi inspessisce una corazza fatta di ideali che una vita di lotte può portare ad indossare rendendo immuni a qualsiasi dubbio. E’ insomma una mollezza, o meglio morbidezza che somiglia molto alla forza, una forza molto più profonda di quella che serve per fare la guerra
L’interrogazione continua mi pare esaltata anche dall’utilizzo della terza persona: per sé e per i gruppi cui ha appartenuto. Un distanziamento che forse le, e di certo ci, consente di vedere quella ragazza o quelle ragazze di fronte, interrogandole, dialogandoci, in una tridimensionalità che può tenere dentro la complessità.
“il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole. Mentivano quasi tutte. Ecco cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali.. E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggior frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo..” (Goliarda Sapienza – L’arte della gioia)