“C’erano storie, su quel piccolo pezzo di terra addossato all’argine del fiume, che gli abitanti dei paesi vicini raccontavano in maniera sprezzante.
In quella mezzaluna di terra, la gente conduceva una vita fatta di lavoro, molti figli, pochi soldi e tanta fame. In questo luogo che nessun atlante riporta, nacque una storia, cullata da quel fiume che stringeva i propri figli, amandoli tanto da costringerli, come una madre troppo possessiva, ad una vita mai troppo lontana da lui”.

Il romanzo di Raffaella Amadori narra dell’unione di due ricche famiglie i Roncaglia e i Solimei grazie al matrimonio di Bianca e Luigi e del loro figlio Antonio.
Il fiume, fin dall’incipit, è sfondo e contenitore della storia, come un osservatore inconsapevole, ora muto ora assordante.
La narrazione, scorrevole, coinvolgente, mai scontata, accompagna il lettore attraverso le “nostre” vicende storiche di guerra, povertà, amore, speranze per il futuro, senza cadere in descrizioni patetiche o spietate.

Alfonso Roncaglia desidera un figlio maschio al quale lasciare un avviato negozio di stoffe, dopo aver subìto il lutto di un primo figlio, Giovanni.
A distanza di un anno dal lutto nascono due gemelle, cresciute con il ritratto del fratello in salotto che “le avrebbe scrutate per tutta la vita, quasi a voler rimproverare loro quell’esistenza che lui non aveva potuto condurre”.
Dopo molto tempo arriva un’altra gravidanza e le gemelle prendono il posto della madre in negozio, iniziando anche a preparare il corredo in vista di una speranza di matrimonio. Al momento del parto la levatrice non se la sente di comunicare al Roncaglia la nascita di un’altra femmina, ma “quando il medico gliela mise fra le braccia rimase incantato dalla perfezione di quel piccolo viso (…) si avvicinò alla moglie ansiosa, le sfiorò una guancia con la mano - Mi avete dato la figlia più bella del mondo. La figlia della mia vecchiaia.”
La bellezza e la pacatezza di Bianca, chiamata come la nonna paterna, sembrano essere elementi sufficienti, agli occhi del padre, per superare la delusione e la colpa, materna, di avere generato una femmina. La possibilità di collocare la bambina nel ruolo di figlia della vecchiaia, la pone, in modo privilegiato, all’interno della storia familiare e la esenta da fatiche, ma anche dalla condivisione giocosa con le coetanee. Bianca descritta come silenziosa, obbediente, discreta, lontana dalla concretezza della vita viene prima affidata alla sorveglianza delle sorelle, poi del Convento.
Il tempo passa e in un pomeriggio Luigi Solimei vede Bianca, si innamora e decide di presentarsi a casa Roncaglia per chiedere il permesso di frequentare la ragazza. Il matrimonio, un po’ troppo sontuoso per quel piccolo paese, racchiude le aspettative da parte delle due famiglie di avere finalmente un erede maschio che possa gestire il patrimonio. Dopo quasi due anni, un tempo che ad entrambe le famiglie sembra eterno, Bianca rimane incinta.
Il parto rappresenta un evento traumatico che riempie di terrore la ragazza e segna in modo indelebile anche l’incontro con il suo bambino Antonio. Bianca rimane senza alcuna emozione, come se il parto avesse spazzato via ogni vitalità e Antonio, neonato florido, rimane in attesa di incontrare sua madre, “un’attesa che durerà tutta la vita”.
Le separazioni, i lutti interni ed esterni sembrano non finire ed Antonio viene mandato in Collegio a studiare.
Inizia un periodo storico difficile nel quale le donne, mentre gli uomini vanno in guerra, rimangono a gestire le attività e la vita del paese, superando il loro unico ruolo di madre e mogli.
Al ritorno Antonio trova la forza per raccogliere ed unire i frammenti della propria storia: entra nella stanza della madre e trova “sulla poltrona l’impronta di sua madre. Antonio si rannicchiò dentro quell’impronta, strusciando il viso in quel velluto sbiadito, cercando il profumo e il calore, cercando la voce e l’affetto, anelando a quella madre sempre rimossa e sognata (...) restava lui, solo, come sempre, raggomitolato nell’impronta di sua madre”.
E’ il fiume, ancora una volta che, con il suo movimento crea una rottura, un cambiamento e permette ad Antonio, con diverse oscillazioni, di interrogarsi rispetto alla propria storia.
“Il fiume faceva improvvisamente terrore (...) solo lui, unico uomo del paese, restava chiuso tra le mura di casa. Aveva sempre evitato ogni fatica e pericolo: stavolta non poteva trovare rifugio in ciò che non aveva avuto, ma doveva trovare forza in quello che la vita gli aveva generosamente dato e lui non aveva mai apprezzato”.
La rottura degli argini del fiume permette ad Antonio di unirsi, non visto, agli altri e per la prima volta si sente partecipe di una collettività.
Il seguito del romanzo ci sorprende soprattutto per l’utilizzo ripetuto dell’aggettivo nuovo, che crea una storia dentro alla storia, con sfumature e valenze simboliche che si prestano a molteplici letture.
Non vorrei svelarvi il resto del romanzo che racchiude ben altro e altri protagonisti, ma concludere con un frammento tratto dall’ultimo capitolo:
“C’erano storie, su quel piccolo pezzo di terra addossato al fiume, che venivano raccontate nelle notti d’estate, storie di quelli che non avevano fatto grande il mondo, di quelli che avevano passato il tempo che era loro concesso, in un pezzetto di terra perso lungo un fiume. Un fiume che portava lontano, nelle sue acque lente, i sogni di chi non aveva saputo staccarsi da lui (...) e sul quale restavano impressi i nomi di chi lo ha guardato almeno una volta”.

 

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