Prefazione di Tonia Cancrini
Postfazione di Giuseppe Civitarese
L'INFINITO
di Giacomo Leopardi
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Anna cammina nel parco, ha preso la sua auto, incerta si mette alla guida, la patente appena ottenuta le sembra un trofeo, un potere assoluto.
Si reca a Recanati per passeggiare nei luoghi del poeta sentendosi così consonante con le parole, vuole vivere quel legame, desidera l'esperienza dello sguardo oltre la siepe.
Il pensiero sviluppato da Benedetto Genovesi attorno alla centralità della relazione trova un’eco particolarmente suggestiva nella riflessione poetica di Giacomo Leopardi quando descrive la tensione continua tra solitudine e bisogno di legame, tra finitezza e desiderio di infinito.
Nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia ogni uomo si interroga: «Dimmi: ove tende / questo vagar mio breve?» e nella domanda si coglie la stessa ricerca di senso che attraversa, in chiave psicoanalitica, il libro di Genovesi: la ricerca dell’Altro come condizione per esistere noi stessi.
L’autore intende il concetto di relazione non solo quale semplice aspetto dell’esperienza, ma come la matrice originaria ed identitaria: il soggetto prende forma solo nel legame.
Questa prospettiva si amplia nel confronto con la fisica quantistica, secondo cui nulla esiste in modo isolato, ma solo attraverso l’interazione. In modo analogo, anche l’identità umana si costituisce nella reciprocità, mai nell’autosufficienza. In questo ulteriore aspetto la visione dell’autore ha richiamato fortemente in me la percezione leopardiana della realtà come mobile ed al contempo sfuggente, mai definitivamente afferrabile in questo paradosso.
All’interno della stanza d’analisi, questa impostazione si traduce nel concetto di campo analitico: uno spazio condiviso in cui analista e paziente co-costruiscono significati. Qui emerge una “terza realtà”, frutto dell’incontro. In questa apertura al possibile si può intravedere un parallelismo con la celebre esperienza dell’infinito leopardiano: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Come nel campo analitico, anche nell’esperienza poetica si dissolve il confine rigido dell’Io, lasciando spazio a una dimensione più ampia e trasformativa.
Oceanica.
L’autore narra di sé, del suo lavoro, della ricerca con i colleghi e nella solitudine di fronte al mare, evocando nel lettore la personale siepe che dispone alla riflessione trasformativa.
Il tempo e lo spazio dell’analisi assumono sempre caratteristiche peculiari: il tempo può sospendersi, lo spazio si dilata e si trasforma.
Questa sospensione richiama quella dimensione dell’attesa e dell’indefinito così cara a Leopardi, dove l’esperienza non è chiusa ma aperta, carica di possibilità. L’attesa, come suggerito nel testo quale ambito psicoanalitico, diventa condizione del futuro di ogni esistenza personale e collettiva.
Genovesi ci ricorda che le radici di questa dimensione relazionale si costituisono già nella vita intrauterina, quando il feto entra in contatto con la carne, il sangue e la voce materna. È in questa fase di contatto e prima regolazione percettiva che si pongono le basi della mente, attraverso una comunicazione/significazione originaria che precede il linguaggio. Leggendo ho pensato che Leopardi attribuisce grande importanza alle illusioni primarie; esse, così ben descritte in chiave poetica, ove i versi evocano suoni e presentificano emozioni altrimenti indicibili, costituiscono il primo modo in cui l’essere umano si pensa nel mondo.
Nel testo di Genovesi i contributi di Winnicott e Bion risultano fondamentali per comprendere il lavoro analitico che segue lo sviluppo psichico. Winnicott evidenzia il ruolo dello spazio transizionale e del gioco, mentre Bion descrive la funzione materna di trasformazione delle emozioni. Questa relazione, tuttavia, non è mai unidirezionale: è piuttosto un processo reciproco, una “danza” in cui le due menti si sintonizzano progressivamente. Ricorrono infatti immagini di onde del mare tanto amato dall’autore.
Genovesi attinge anche dalle neuroscienze che confermano tale impostazione attraverso lo studio dei neuroni specchio, che mostrano come la comprensione dell’altro sia radicata nella corporeità. La comunicazione iniziale è infatti preverbale e si fonda su sguardi, gesti e posture. In questo senso, lo sguardo diventa essenziale: essere visti equivale a essere riconosciuti come esistenti.
Quando questo riconoscimento manca, le conseguenze possono essere profonde. Genovesi mostra come l’assenza di contenimento e accoglienza nelle relazioni primarie possa generare vissuti di frammentazione e angoscia. In tali condizioni, la relazione analitica può offrire una possibilità riparativa, restituendo al soggetto un’esperienza di integrazione.
Il legame tra corpo, mente ed emozioni viene costantemente ribadito dall’autore, ciò non è scontato, io ritengo infatti che occorra oggi tornare a delineare la visione dell’essere umano come sistema bio-psico-sociale che può emendarsi dalla pressione tecnologica, superficiale e banalizzante del tempo perturbante attuale. Le relazioni incidono infatti non solo sul piano psicologico, ma anche su quello biologico, influenzando i processi vitali dei soggetti in età evolutiva. Natura e cultura risultano così profondamente intrecciate.
Sul piano filosofico, emerge l’idea che l’esistenza sia sempre co-esistenza. L’essere umano è originariamente con l’Altro e la cura psicoanalitica diventa il luogo privilegiato in cui questa condizione può essere trasformata. L’incontro tra analista e paziente, il tempo lento e profondo della cura, il coinvolgimento transferale e controtrasferale dei sensi, genera una dimensione condivisa, un “terzo” in cui può emergere il nuovo.
Le metafore utilizzate da Genovesi rendono particolarmente efficace la trasmissione di questi concetti. Tra queste, la pesca con il palamito ha rappresentato per me l’esplorazione possibile dei diversi livelli della mente, mentre la metafora della placenta ha descritto classicamente la relazione analitica come uno spazio di contenimento generativo e nutriente.
Anche lo stile dell’opera, come sottolinea Giuseppe Civitarese, possiede una qualità poetica. In questo senso, il dialogo con Leopardi appare ancora più significativo: il poeta recanatese, la mia terra, con linguaggi diversi, si confronta oggi come allora con il mistero dell’esistenza e con la tensione tra isolamento e relazione.
Leopardi scrive: «e quando miro in cielo arder le stelle», evocando la stessa apertura al mondo che, nella psicoanalisi, si traduce nella possibilità di pensare e sentire insieme.
Infine, come ricorda Tonia Cancrini, il soggetto nasce sempre all’interno di una relazione. La cura psicoanalitica non elimina l’enigma dell’esistenza, lo approfondisce, lo dipana e rende condivisibile la tecnica. Proprio come nella poesia ricordata, legata ad un evento della propria vita, versi leopardiani il cui senso non si trova nella risposta definitiva ma nella possibilità di sostare ancora ed ancora la domanda, insieme all’Altro.
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
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