La scrittrice Nadia Terranova sarà tra gli ospiti del Festival di Psicoanalisi e Letteratura che il Centro Psicoanalitico di Bologna organizza il 4 ottobre 2026. Le abbiamo fatto alcune domande per avvicinarci a questo appuntamento conoscendola meglio.

Nadia Terranova, è nata a Messina nel 1978, è scrittrice di romanzi, saggi, raccolte di racconti, piece teatrali e opere di narrativa per l'infanzia.
Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (con cui ha vinto tra gli altri il Premio Bagutta Opera prima e il premio italo-americano The Bridge Book Award), Addio fantasmi (finalista premio Strega 2019), Trema la notte (premio Elio Vittorini) e Quello che so di te (finalista premio Strega 2025).
Nella letteratura per ragazzi ha lavorato con alcuni tra i più importanti illustratori italiani, tra cui Vanna Vinci (Omero è stato qui, 2019), Lorenzo Mattotti (Aladino e la lampada magica, 2020), Mara Cerri (Il segreto, 2021, Premio Andersen e Premio Strega Ragazze e Ragazzi), Simona Mulazzani (Il cortile delle sette fate, 2022, finalista al Premio Campiello Junior) e Mariachiara Di Giorgio (Scintilla, 2024).
I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Al Festival porterà una relazione dal titolo: “Maternità e follia nel Novecento e oggi”.
L'INTERVISTA
DF. Freud considerava poeti e scrittori alleati preziosi, spesso più avanti nella conoscenza dell’anima, perché attingendo a fonti profonde, scoprono e danno forma a quel che lo scienziato impiega un lavoro faticoso per portare alla luce.
Com’è nata la sua passione per lo scrivere? Quali libri hanno ispirato le sue letture più care e quali Autori oggi influenzano la sua scrittura?
NADIA TERRANOVA. Ho iniziato a scrivere quando ero bambina, scrivendo lettere a mio padre. Poi siccome ero una bambina un po’ solitaria, amavo tantissimo leggere, quindi dalla lettura sono passata alla scrittura. I libri che mi hanno più segnata sono stati Piccole donne, il primo romanzo che ho letto quando avevo solo otto anni, poi Pirandello e a vent’anni la scoperta di Bruno Schulz e Le botteghe color cannella. Posso dire che tutti questi libri oggi influenzano la mia scrittura, che è necessaria, si, è necessaria per stare al mondo, è una forma di equilibrio eri-equilibrio del mondo che, attraverso la scrittura, riesco ad attraversare in maniera sempre conflittuale ma in maniera più nitida e chiara. .
Come nasce l’idea di uno scritto? Com’è per lei il processo di mediare l’espressione di sé con le esigenze letterarie della lingua, per far funzionare l’emozione in quanto letteratura?
NT. È strano dire come nasce un romanzo perché può nascere in maniera molto inaspettata, da un’immagine, una suggestione, oppure da un dialogo o da una serie di ricordi che riaffiorano. La trama si costruisce scrivendo, per me tutto nasce dentro al lingua e dentro le parole che chiamano piano piano i fatti e questo mi piace moltissimo, non è un processo macchinoso, è un processo di mediazione molto felice in realtà.
La capacità di far risuonare l’altrui mondo emotivo è uno scopo diverso e un condizionamento sulla scrittura rispetto al libero comunicare qualcosa del proprio mondo interno?
NT. Non vedo una disconnessione tra il proprio mondo interiore e la capacità di farlo risuonare nell’altrui mondo. Io credo che questo avvenga quando è anche il lettore a mettersi in una predisposizione per cui quello che legge gli funziona, gli torna, gli risuona.
Quanta esperienza di conoscenza personale occorre avere per scrivere su un certo tema e quanta l’invenzione?
NT. Credo che più che esperienza di vita personale, serva una conoscenza personale per scrivere su un tema e si può inventare, invenire alla lettera, trovare qualcosa che c’è già nell’invenzione e quindi non c’è una differenza fra la scrittura delle mie esperienze e una storia inventata, perché mentre invento esperisco e anche un po’ viceversa.
A quali lettori immagina di rivolgersi mentre scrive?
NT. Credo che non si debba mai scrivere con l’aspirazione di scrivere per tutti, bisogna scrivere secondo la propria ispirazione e secondo le proprie esigenze e così si arriva ai lettori, forse. Non immagino un lettore specifico, immagino che ci sia prima o poi qualcuno che leggerà.
Ogni personaggio offre l’opportunità di rappresentare questioni o aspetti della vita esplorandoli attraverso il punto di vista che un altro ci permette. Che rapporto ha con i suoi personaggi e da dove le viene l’ispirazione? Sono più il tramite per rendere la storia o le interessa di più il loro sviluppo?
NT. Sento una grande possibilità di sorpresa nei miei personaggi e l’ispirazione per loro viene sempre da qualcuno che ho conosciuto o ho immaginato molto forte, e non sono disconnessi dalle loro storie. Sicuramente non sono un tramite, sono sempre dei personaggi dentro l’azione.
Cosa considera di più nel dare consistenza a un personaggio?
NT. Per dare consistenza a un personaggio mi chiedo quali siano i suoi problemi e le sue paure, da cosa stia fuggendo e che cosa desideri.
Quanto si consegna di sé ai personaggi e quanto lo si vela?
NT. Io divento tutti i personaggi, altrimenti non potrei essere nessuno di loro, anche quelli che non sono protagonisti, anche gli antagonisti, i personaggi negativi e i cattivi.
Dal momento che scrivere, così come leggere una storia, è sempre l’occasione di un viaggio per farci carico dell’alterità di noi a noi stessi e della possibilità di farci trasformare da quell’incontro.
Quanto e come pensa che la scrittura incida sulla sua vita e la trasformi?
NT. La scrittura è profetica, incide sulla vita, la trasforma, annusa l’aria, sente i cambiamenti prima che avvengano. Mi è capitato spesso di scrivere qualcosa che è accaduto soltanto dopo, come se la scrittura attingesse da un territorio misterioso.
Quanto arricchisce e quanto è faticoso in questa elaborazione? Come la lascia la fine di un romanzo?
NT. Arricchisce molto ed è anche molto faticoso, ma le due cose si parlano, per fortuna, quindi la fatica è arricchente. Alla fine del libro sono sempre stanchissima, esausta e mi sembra che non scriverò più nulla, poi dopo per fortuna non è mai così.
Per lei cos’ha significato la lettura? Chi l’ha condotta alla lettura?
NT. Senza la lettura non sarei nessuno, senza la scrittura forse avrei fatto qualcos’altro nella vita, ma senza la lettura non sarei niente perché non avrei nemmeno immaginato la possibilità di altri mondi. Mi sono avvicinata da sola alla lettura, ho avuto la fortuna di crescere in una casa con tanti libri e ho una zia che mi ha sempre regalato tanti libri per bambini e ragazzine.
Nella sua esperienza di lettrice, quanto considera che i buoni libri siano uno strumento elaborativo per il nostro mondo interno? Come si insegna a leggere un libro?
NT. Certo, i libri servono tantissimo a elaborare il proprio mondo interiore. Non si deve insegnare a leggere un libro ma bisogna porsi nel mondo con il proprio modo di leggere e forse sperare di essere di ispirazione per qualcun altro.
Capita spesso che i lettori le riportino quanto si sono ritrovati nella storia e la gratitudine per aver compreso aspetti sconosciuti di sé e della propria vita?
NT. Si, è capitato che i lettori mi dicessero quanto si siano trovati nelle storie e mi trasmettessero la loro gratitudine, mi raccontassero le loro storie. È stato sempre bello, toccante e forte.
La letteratura è una via per la ricerca dell’umano, l’incanto di un mondo che ci fa scoprire nuove visioni, dove trovare espressione per l’ignoto e l’inquietante, è un ponte sui precipizi che ha un suo potere di fare varcare soglie e squilibrare, è testimonianza per renderci accorti e interroganti, è incontro ed esperienza dell’alterità, compresa quella interna. Questa capacità di contatto con la proprie esperienze più riposte e con le sue possibilità trasformative che ci consentono di divenire più pienamente noi stessi, ha molto in comune con il pensiero e la cura psicoanalitici: è un contributo che in qualche modo partecipa del suo lavoro o suscita un interesse per lei?
NT. Penso che letteratura e psicoanalisi camminino su strade parallele, non so se si incrocino, solo qualche volta, forse, però attingono, in maniera molto diversa, alla stessa materia.
In questa contemporaneità di lento impoverimento del linguaggio e di dominio delle immagini e dei tempi accelerati della fruizione passiva del racconto visivo, sembra esserci un gran bisogno della letteratura. Pensa che la rivoluzione dei media, insieme alle enormi possibilità che ci ha aperto, destini al cambiamento i libri e gli spazi della lettura che nutrono la funzione narrativa che fonda l’umano?
NT. Penso ci sarà sempre bisogno di libri, che non morirà mai la necessità di guardarci attraverso le storie.
Borges credeva che la cultura non s’intenda senza l’etica: come sente il mandato di chi fa cultura oggi, in un tempo violento di ombre e di grandi difficoltà a confrontarci con l'alterità?
NT. Penso che l’etica venga fuori da ciò che si scrive, senza mettere un messaggio moralista in ciò che si scrive e quindi penso e spero che in questi tempi molto bui dal punto di vista politico e bellico, i lettori possano trovare da sé un messaggio di speranza.
Spesso nei suoi romanzi ha richiamato una vita familiare abitata da presenze sospese, fantasmi e lutti silenziati, il fascino di un femminile immaginifico che sa fare incantesimi o spezzarli; in particolare, nel suo ultimo libro “Quel che so di te”, intorno alla splendida figura della bisnonna, ha raccontato il dare forma agli inelaborati cui la Mitologia Familiare a un tempo rimanda e tiene distanti, sottolineando come la scrittura sia questo: dare voce a chi non ne ha avuto e interrompere i non-detti, trovando un varco per nuove versioni dentro una storia che “riceve senso dai piani slittati delle coincidenze e delle premonizioni”.
Ci racconta qualcosa di più di questa propensione maieutica e del dilemma di ogni creazione, di come coniugare la spinta a comunicare e il bisogno di non mettere a nudo, gli altri e l’intimo che custodiamo?
NT. È una bellissima domanda e sintesi del mio libro, non saprei dirlo meglio di come l’ho scritto nel mio romanzo. Diciamo che è proprio questo trarre senso da questo slittamento di piani non soltanto temporali ma anche di attraversamento di vite e biografie, tutto quel che mi interessa è lì.
Dal suo lavoro si traggono moltissimi e intensi sguardi sul materno:” madre è più di una parola, è un varco”, scrive, racconta della fragilità e del diritto alla fallibilità, del bisogno di una lingua che sappia stare nella contraddizione per poter raccontare quel che elettrizza, entusiasma, anestetizza la stanchezza, e insieme del buio, del pianto che fa perdere la ragione, dello sgomento di un amore che si vacilla a gestire, felici e tristi insieme.
Al Festival porterà una riflessione sul tema del materno, ci può dire qualcosa di questa scelta?
NT. Per quanto riguarda la maternità credo ci sia ancora molto da dire e raccontare e molto da scavare dentro le ambiguità che di questa parola sono state nascoste.
Leggi la recensione al libro di Nadia Terranova "Quello che so di te"
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