Per introdurre ai lavori del Festival di Psicoanalisi e Letteratura che si terrà domenica 4 ottobre, un contributo di Daniela Federici sul tema della giornata La fragilità e le sue trasformazioni che riflette su quel che inciampa la crescita condizionando il nostro vivere e su come prendercene cura per riuscire a migliorare il come viviamo attraverso le possibilità trasformative di un’esperienza terapeutica.

Daniela Federici, psicologa, psicoterapeuta, è psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).
È autrice di Il gioco dell’analisi. Creatività e responsabilità nella relazione psicoterapeutica (Foschi Editore 2012) e Senso di responsabilità e relazione psicoterapeutica (Clinamen 2008) con F. Rizzi e L. Tomaselli. Ha partecipato ai testi collettanei Pulsione e fantasia (a cura di F. Munari e F. Pozzi; Antigone 2015) e Come parlare ai nostri pazienti (a cura di F. Marinelli et. al; Franco Angeli 2025). Con S. Fallini ha curato Dialoghi per un’etica delle relazioni amorose (La Meridiana 2016) e Dialoghi per un’etica delle relazioni educative (La Meridiana 2017); con Lisa Marchiori Gradiva e le frontiere della psicoanalisi (Fondazione Museo storico del Trentino 2022), In gioco con la psicoanalisi (Fondazione Museo storico del Trentino 2023) e Sogni perduti. Risonanze ritrovate (Ed. Bette 2025).
È autrice di diversi articoli su riviste specialistiche e online, in particolare sui temi del preconscio, della creatività e del rapporto fra psicoanalisi e letteratura.
Scrive recensioni su narrativa e saggistica in particolare per SPIWEB (di cui è stata redattrice) e per il sito del Centro Psicoanalitico bolognese (Cepsibo) di cui è responsabile.
È nel comitato scientifico del tradizionale convegno: “Le Frontiere della Psicoanalisi” di Lavarone e Presidente della giuria del Premio Gradiva – Lavarone.
Vive e lavora a Parma.
La fragilità e le sue trasformazioni
Anche ad essere si impara.
Calvino, Il cavaliere inesistente
Nasciamo alla vita come debutto di un percorso che durerà fino all’ultimo dei nostri giorni: quello di diventare chi siamo. La condizione umana si caratterizza per questo essere in divenire, per un’eredità che dobbiamo fare nostra abitandola e inscrivendola in un orizzonte di senso. È l’ordine del senso che dà accesso all’essere, che definisce i contorni della nostra identità consolidandoci nel tempo e nella memoria, che ci fa nascere alla nostra umanità come frutto di un processo che ci porta a sentirci autori dei nostri pensieri e comportamenti.
È nel pensiero che la realtà prende forma e consistenza, è nell’attività di simbolizzazione che elabora, modella e trasforma il reale dal tumulto delle nostre percezioni, un lento sviluppo - niente affatto scontato - che porta alla soggettivazione. Il flusso dell’esistenza è nel continuo fare esperienza e farsi plasmare da essa, che non sta solo in ciò che ci accade, ma in quel che facciamo di ciò che ci accade, che può trasformarsi in esperienza oppure no, non diversamente da quando si viaggia ‹sovrappensiero› inconsapevoli del panorama che ci scorre davanti agli occhi, una presenza assente finché non ci soffermiamo ad accorgerci di cosa stiamo guardando o sentendo. Perché si può essere tra i viventi senza sentirsi vivi, lo vediamo bene in quei quadri melanconici dove la vita pare caduta fuori dal senso, gettata nel mondo in una condizione di inermità e sconforto insormontabili, dove l’esistere appare privo di valore, svuotato della forza e trascendenza del desiderio, un abbandono affranto e angoscioso, un manto colpevole e sventurato.
Quel che definiamo psicopatologia è traducibile in un restringimento delle potenzialità di sviluppo, in modelli di funzionamento che diventano rigidi e stereotipi, nella mancanza di un adattamento e di un’agibilità dell’esperienza, l’opposto di un essere che ci appartiene, di un’esistenza condotta in conformità a degli ideali e capace di riconoscimento.
Il senso etimologico di esperienza - dove ex è il da che richiama un fuori, e la radice indoeuropea per indica un tentare, un mettersi alla prova, un attraversamento che affronta il pericolo -, rimarca l’esperire come un impatto che ci investe inaspettato e richiede di essere vissuto in modo riflessivo per ricavarne la conoscenza di cosa e come ci ha segnati.
La psiche ha bisogno di riflettersi per simbolizzare, il funzionamento psichico di essere e osservarsi è una facoltà presente in potenza dalla nascita ma l’esternalizzazione dell’esperienza soggettiva deve incontrare un altro attraverso il quale mediare questo rispecchiamento e investire l’esperienza di valenze affettive. Si tratta di processi introiettivi strutturanti che dipenderanno dalla qualità della risposta di riconoscimento da parte dell’ambiente che si incontra fin da neonati. La crescita mentale implicherà poi lo sviluppo dell’estensione e della profondità della relazione che ciascuno può stabilire con il proprio mondo interno, fornendo all’individuo lo strumentario di un essere partecipe e riflessivo sulla propria esistenza, capace di arricchire e condividere la propria dialettica interiore.
Quando la sofferenza psichica distorce questo metabolismo vitale, il lavoro terapeutico si applica a riavviare ciò che è rimasto sospeso, offrendosi come possibilità di far fiorire la pensabilità che organizza il nostro modo di guardare alla vita, di tessere legami e costruire le risorse del Sé con cui la nostra mente può contrastare l’urto delle angosce e le secche della morte psichica.
Nel suo triplice statuto di teoria psicologica, metodo d’indagine e tecnica terapeutica, la psicoanalisi realizza una processualità integrativa con un fine di conoscenza e di cura di sé attraverso il favorire ed esplorare i propri scenari interiori, le paure e i desideri, i modi di difendersi e mettersi in rapporto con la realtà e con gli altri, per meglio comprendere quel che di inconscio ci condiziona e poterne liberare almeno in parte la presa. Perché solo una sofferenza resa pensabile potrà divenire meglio vivibile.
Abbiamo solo il presentimento,
analista e paziente,
che comincia una traversata, la nostra,
senza troppo sapere
ciò che l’imbarcazione trasporta nella stiva
– tesori ed esplosivi -,
senza disporre di una mappa
per assicurarci che la strada seguita sia la migliore,
senza garanzia che arriveremo in porto.
Pontalis, Questo tempo che non passa
Le condizioni ottimali per lo sviluppo umano richiedono che l’Io infantile riceva dall’adulto una funzione di anticipazione del futuro (Aulagnier, 1979), l’investimento di un sentimento di prospettiva che solo via via il bambino renderà un personale progetto identificatorio. Le relazioni primarie hanno quindi il compito strutturante di sostenere narcisisticamente il desiderio e l’immaginario del piccolo, esaudendo il suo bisogno di identificarsi in un potenziale di crescita, come lo si vorrebbe vedere riflesso nello sguardo amoroso e ammirato dei propri genitori.
Loewald (1980) è stato uno degli Autori che ha meglio esposto la funzione genitoriale e maieutica che l’analista esprime: un essere più avanti e dedicati che viene dalla propria lunga esperienza di lavoro su di sé, un’adultità formata al comprendersi che, nel lavoro con i propri pazienti, si impegna a trasmettere quel che ha ricevuto, uno stare accanto accrescitivo nell’attesa fiduciosa dell’essenza emergente di ognuno. La disposizione analitica infatti non fa riferimento a un qualche concetto astratto di ‹normalità› cui si dovrebbe corrispondere, ma si pone a salvaguardia di un processo dalle prerogative astinenti, un’etica di neutralità che scaturisce dal rispetto per l’individuo e il suo sviluppo.
L’analista intende la propria partecipazione come un’induzione catalizzante (Green, 1995) che mira a favorire la percorribilità delle traiettorie individuanti di ciascuno secondo le proprie inclinazioni. Per espandere questa fiduciosa possibilità di un Sé in divenire, l’analista si offre come un compagno vivo (Alvarez, 1992), un oggetto trasformativo (Bollas, 1987) che mette a disposizione una presenza ‹intonata› e la propria funzione significante, uno spazio dialogante nel cui lungo transito si possa migliorare il rapporto fra le cose e il viverci dentro. L’ascolto attivo, rivolto come un vuoto aspirato che esorta all’esplorazione, esercita una funzione di rispecchiamento necessaria a una maggiore competenza di sé, perché raccontarsi è ascoltarsi mettere in forma la propria storia e in questo modo riflettere su come la si vive, su ciò che manca, sulle problematicità, sviluppando al contempo la consonanza necessaria per intendere ed essere intesi.
Ne Le città invisibili di Calvino c’è una scena che evidenzia un simile gioco di rimandi:
“Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio”, dice Marco Polo al Gran Khan, riconoscendo l’importanza dell’ascolto benevolo che egli offre alla sua narrazione di terre sconosciute.
E l’imperatore ribatte: “Alle volte mi pare che la tua voce mi giunga da lontano, mentre sono prigioniero d’un presente vistoso e invisibile, in cui tutte le forme di convivenza umana sono giunte a un estremo del loro ciclo e non si può immaginare quali nuove forme prenderanno” (1992, p.137-138).
Quando siamo prigionieri “d’un presente vistoso e invisibile”, il metodo analitico appronta le migliori condizioni per una processualità elaborativa di questo invisibile: il rilassamento di censura e giudizio, uno stato di fluidità dei confini (dentro-fuori, passato-presente, me-altro) in un clima di contatto, favoriscono la praticabilità di tutto ciò che ha bisogno di venire a essere nel paziente.
Ben lungi da una conoscenza intellettuale, “l’analisi è un diritto d’asilo per tutto ciò che ci viene da una terra straniera, da un continente lontano, per tutto ciò che migra” (Pontalis, 1997, p. 56), è una palestra aperta sulla tempestosità dell’inconscio e deve poter coniugare il sentire e il pensare, perché se è il linguaggio a rendere i nostri processi di pensiero comprensibili e comunicabili, occorre recuperare l’intensità libidico-emotiva dei vissuti per fare in modo che le parole non siano solo un involucro sterile, così “le nostre memorie per essere vive, la nostra psiche, per essere animata, si devono incarnare” (ibidem).
Al centro del metodo analitico è posto infatti il transfert, vero motore che si ricalca sul già avvenuto della vita del paziente ma nondimeno è forza e verità di un’esperienza attuale, è il modo attraverso cui l’originario tende a ripresentarsi nella seduta per tentare di rigiocare altrimenti e su un’altra scena quel che è rimasto inevaso e non ha potuto integrarsi. Noi siamo l’ospite in ritardo alla tavola del paziente (Morgenthaler, 1977), arriviamo a cose già accadute, e l’elaborazione non potrà esulare né da ciò che si realizza nell’attualità, né dalla considerazione di un passato che si riedita, alla ricerca del riconoscimento della sua realtà psichica, frutto della sua storia e di ciò che ha potuto metabolizzare (Roussillon, 2006). Nel transfert si intrecceranno quindi due dimensioni: una ripetizione che riproduce gli schemi del passato, le visioni di come il soggetto organizza il mondo e i suoi modi di difendersene, e una spinta evolutiva che in quella ripetizione cerca un finale diverso al bisogno che la anima, consentendo alle spinte vitali del sé di reperire nell’altro le funzioni che gli necessitano per realizzare le proprie potenzialità.
Questo è ciò che l’analisi spesso può consegnare ai suoi pazienti: di realizzare l’essere che quella persona sarebbe potuta diventare nelle condizioni più favorevoli (Freud, 1915-17).
Come questa comprensione che fa esperienza di sé porti alle trasformazioni di un sentirsi diversi nel rapporto con se stessi, gli altri e la realtà, è poi una mescola delicata e misteriosa di ogni analisi, che intreccia tessuto relazionale e messa in forma del senso sullo sfondo di un investimento significativo sul vivere e sul configurare le vicissitudini del legame.
Scriveva Freud: “trattamento psichico vuol dire trattamento dell’anima con mezzi che agiscono in primo luogo e immediatamente sulla psiche dell’uomo. Un tale mezzo è soprattutto la parola” (1890, p. 93); un logos narrativo, dunque, perché è attraverso le parole che riflettiamo sulla nostra esperienza.
La magia lenta della parola, il suo potere di evocare e far comparire come per magia le cose, è intimamente connesso a quel bagno di parole che per ogni neonato rappresenta la prima forma di contenimento, l’impronta che nell’evento fisico senso-motorio del rispecchiamento con la madre, trova la prima traduzione della propria esperienza emotiva e mentale in un più complesso modo di essere che lo significa. In modo analogo, il cambiamento che può avvenire in analisi passa attraverso “ciò che abbiamo fatto del paziente dentro di noi e cosa abbia fatto lui di noi dentro se stesso” (Turillazzi Manfredi 1982, p. 252), raggiungendo luoghi intimi e profondi, intessendovi un lessico vivo e personale di verità emotive che permetterà pian piano al paziente ‹parlato› dal suo malessere, di diventare un soggetto ‹parlante› della propria esistenza nel sentimento di una prospettiva dischiusa.
“Ogni cosa che vedo e faccio
prende senso in uno spazio della mente
dove regna la stessa calma di qui, la stessa penombra,
lo stesso silenzio percorso da fruscii di foglie.
Nel momento in cui mi concentro a riflettere,
mi ritrovo sempre in questo giardino,
a quest’ora della sera…”
I. Calvino Le città invisibili
“Navigavo senza tregua in acque terribilmente pericolose, piene di vortici, di rapide, di relitti e insidie nascoste, tutto questo dovendo far finta di scivolare su un lago tranquillo come fossi un cigno”. Così Marie Cardinal (1975, p. 7) descrive il suo sentire approdando alla stanza d’analisi con la paura di non trovare le parole per gettare un ponte tra l’agitazione e la calma, il chiaro e l’oscuro, per quel fracasso e disordine dentro di sé che nessuno avrebbe dovuto vedere.
“C’erano cose sotto le cose e dentro le cose”, scrive Hilda Doolittle (1973) nel racconto della sua analisi con Freud, delineando i diversi modi di sfuggire all’inevitabile, il continuare a girare a vuoto, il raggomitolarsi e dormire dell’anima. Del Professore dice: “Con quell’istinto infallibile di saper cogliere il particolare nel generale, il personale nell’universale, il concreto nell’astratto, aveva osato tuffarsi nell’abisso inesplorato, cominciando dall’abisso del proprio inconscio, dal cui fondo aveva dragato i propri sogni e li aveva usati per esemplificare le sue teorie, per dimostrare la serietà delle sue scoperte, per far capire che erano dati di fatto, con una causa e un effetto, un principio e una fine (...) Come avesse immerso il tessuto grigio del pensiero (articolato e parlato in modo così convenzionale) in un tino contenente una mistura che egli stesso aveva fatto fermentare – o come se avesse messo nel calderone ribollente della sua mente una strisciolina di pensiero, strappata dal tessuto (così monotono, scolorito e logorato) della lingua stessa, per poi tirarla fuori tinta di blu o di rosso, magari uno straccio da buttar via che in futuro sarebbe diventato una bandiera, uno stendardo, un segno che indica la strada da percorrere o che guida un esercito, sventolando in cima a un palo” (p.86).
Margaret Little (1990), divenuta a propria volta un’esperta psicoanalista, nel racconto della sua analisi con Winnicott evidenzia le angosce psicotiche connesse alla sopravvivenza e all’identità che arrestano i processi di crescita e costruiscono un Falso Sé che congela la situazione di carenza infantile. Per rendere reversibile e quindi curabile questo fallimento fondativo, il paziente necessita della funzione ambiente dell’analista, un adattamento facilitante, che attraverso il contenimento e una continuità affidabile della presenza, riproduce l’holding che è mancato nel rapporto primario e che è indispensabile a promuovere l’integrazione. In una condizione indifferenziata che riproduce lo stato dello psichico ai suoi esordi, l’analista, analogamente alla madre sufficientemente buona, offre la forza e le funzioni dell’Io di cui il paziente ha bisogno per poi ritirarle gradualmente quando questi diviene in grado di sostenere il proprio Sé e di assumersi i rischi di un vero ingresso nella vita.
Riportare entro le mura del Sé quel che ne era stato confinato passa attraverso l’occasione di condividere ciò che si sente incomunicabile, intollerabile o minaccioso, in una comprensione che sostenga le scissioni difensive per il tempo necessario a renderle integrabili, facendo acquisire loro traducibilità e fluidità affettiva, arricchendole di immaginazione entro uno spazio mentale ben sintonizzato. Nel descrivere le parole che Winnicott le offriva permettendole di assaggiare o sentire, libera di accettarle o rifiutarle, la Little dipinge meravigliosamente il bisogno che alberga in ciascuno di noi di essere accolto e compreso in qualcosa di profondo, nascosto, minuscolo ed essenziale, a volte vissuto come mai inteso prima, e come questo riconoscimento abbia a che fare con il sentimento stesso di esistere, perché è nella rappresentazione di vissuti condivisi che ci sentiamo concretamente tenuti e conferiamo un senso di realtà alla nostra vita psichica e alla relazione.
Ogni persona ha una propria idea di cosa ha preso, scoperto, vissuto nella sua esperienza terapeutica, e potrebbe descrivere in modo diverso cosa ha funzionato. Chi ha imparato a transitare parti ignote di sé, a fare i conti con le frustrazioni e i conflitti sentendoli più tollerabili, chi sente di aver bonificato il passato e trovato nuovi sguardi sul futuro, chi ha potuto sbrigliare desideri senza vergogna, o sostenere i morsi della dipendenza e osare posizioni di autonomia senza ritorsioni, o ha potuto attaccare fino a svelenirsi nel profondo, senza distruggere. Il condursi a un sé più autentico non concerne solo una ‹libertà da› - sintomi, inibizioni inconsce, il fatale destino della ripetizione – ma anche una ‹libertà di› realizzare più creativamente le proprie potenzialità.
Se nel suo specifico l’analisi è un processo vivente che coinvolge l’emergere dell’inconoscibile, il suo esito passa attraverso la buona qualità dell’incontro, in un clima emotivamente ben temperato e lievitante, in cui la responsabilità del curante è quella di non spegnere mai la domanda su un orizzonte di ricerca e pensiero, rendendosi disponibile a un uso creativo e trofico della propria soggettività. La prolungata convivenza psichica che mette a coltura competenze trasformative e relazionali, capaci di aprirsi all’ignoto e a configurazioni affettive inedite, avrà maggiori possibilità di essere interiorizzata quanto più quel rapporto vivificante ed emancipativo avrà fatto sentire il paziente libero di crescere seguendo un proprio indirizzo e capace di separarsi.
L’analisi indubbiamente si appoggia su un principio speranza nel suo lavoro con i pazienti, opera per positivizzare l’esperienza, per sostenere la fatica e il tempo che occorre per trasformarne l’impraticabilità. Coltiviamo talee.
Ma questo compito promette un viaggio che, per essere buono, non sarà un idillio soltanto. Nella marea tumultuosa del processo, si ama e odia, si confida e si dispera, si tiene duro fra pena, stanchezza, irritazione, non deve stupire la rabbia né l’attacco, perché abbiamo a che fare con ferite e mancanze. Se all’analista non accade di vestire anche i panni di figure persecutorie e insufficienti, si deve avere il sospetto di aver lasciato stanze chiuse, magari per il bisogno di essere solo dispensatori di una mitica esperienza buona, il Bene senza il Male, che resterebbe a lavorare nei sotterranei.
Spesso è proprio sotto gli urti delle temperie emotive che ci giochiamo quel ‹di più› di chi sa, per esserci già passato, sia dell’inevitabile attraversamento delle bufere sia della possibilità di riguadagnare riva su territori diversi. È in quei passaggi che veniamo convocati su un piano più ‹reale› come le persone che siamo, forse più lontano dalle parole e più vicino ai conti che ciascuno di noi ha fatto con la sofferenza e la propria umanità anche attraverso la propria esperienza terapeutica, perché la tenuta e la creatività che sapremo offrire ai nostri pazienti viene anche dalla sofferenza accudita che ha contribuito a levigarla.
Freud considerava la ricerca di una verità di sé il baluardo contro l’infelicità umana, una conoscenza idonea a far crescere, a prendersi cura e tollerare il dubbio, il conflitto e la comprensione emozionale, questi gli strumenti della nostra mente per far fronte alle angosce e per affrontare in modo vitale l’esistenza, in un’etica di responsabilità di sé e di ciò che si conosce.
BIBLIOGRAFIA
Alvarez, A. (1992) Il compagno vivo, Astrolabio 1993.
Aulagnier, P. (1979), I destini del piacere, La Biblioteca 2002.
Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto, Borla 1989.
Calvino, I. (1993) Lezioni americane, Mondadori.
Calvino, I. (1992) Le città invisibili, Mondadori.
Cardinal, M. (1975) Le parole per dirlo, Bompiani 1976
Doolittle, H. I segni sul muro, Astrolabio, 1973.
Freud, S. (1890) Trattamento psicoanalitico (trattamento dell’anima), OSF vol. 1, Boringhieri.
Freud, S. (1915-17) Introduzione alla psicoanalisi, OSF vol. 8, Boringhieri.
Green, A. (1995) Propedeutica. Metapsicologia rivisitata, Borla 2001.
Little, M. (1990) Il vero sé in azione, Astrolabio 1993.
Loewald, H. W. (1980) Riflessioni psicoanalitiche, Dunod 1999.
Morgenthaler, F. (1977) “Forme di rapporto della perversione e perversione delle forme di rapporto” in: Psicoterapia e Scienze umane, 1979 n.2: p.1-14.
Roussillon, R. (2006) Qualità dell’appropriazione soggettiva, in La soggettivazione (a cura di Richard, F; Wainrib, S., Borla 2008.
Turillazzi Manfredi, S. (1982) “Due scopi per la psicoanalisi: verità e cambiamento”, in: Di Chiara (a cura di) Itinerari della psicoanalisi, Loescher.
Winnicott, D. W. (1971) Gioco e realtà, Armando 1974.
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