Ad arricchire la riflessione in vista del Festival, il bel lavoro di Daniela Cinelli, psicoanalista membro ordinario SPI e IPA del Centro di Psicoanalisi Romano, ci accompagna nel transito che collega fragilità e trasformazioni attraverso l’immaginazione, la disposizione naturale dell’essere umano all’espressione del proprio potenziale di crescita, il luogo fra illusione e radicamento dove psicoanalisi e letteratura possono incontrarsi facendosi spazio di cura.

Informazioni e iscrizioni

 

Daniela Cinelli è psicoanalista membro ordinario della SPI e dell’IPA del Centro di Psicoanalisi Romano, per il quale tiene dei seminari d’insegnamento per i candidati. Ha fatto parte della redazione della “Rivista di Psicoanalisi”, in qualità di Editor dello “Italian Psychoanalytic Annual”.

Ha pubblicato sulla “Rivista di Psicoanalisi” uno scritto dal titolo “Due mappe, un solo mondo: il dialogo tra corpo e mente come trama fondante della vitalità psichica” (vol. LXIII, 1, Gennaio-Marzo 2017, 115-124) e tradotto dall’inglese diversi articoli scientifici per alcune riviste del settore. Occasionalmente contribuisce con recensioni in lingua inglese alla sezione “Psychoanalysis and Literature” del sito web dell’IPA.

Dal 2025 fa parte del Workshop italo-britannico (SPI-BPS).

 

 

Sense of Place e creazione dell’umano

Quand’ero molto giovane
trovai un nido.
I suoi piccoli cinguettavano
ed erano già volastri.
Si alzarono e ridiscesero,
attorno al mio collo,
Nel prato bagnato fecero,
una stola di piume.
Per loro non ero umano
ma pietra o albero.
Sentii un acuto stupore
a loro del tutto estraneo.
Fu quando a venire fu l’arte
che pretende rispetto.
Gli artigli lasciarono in me
ferite di cui dura l’effetto.
(Michael Hartnett, Una collana di scriccioli. Traduzione di Paolo Febbraro 1)

Nel transito che collega fragilità e trasformazioni viene a rivelarsi una solidità insospettata e una disposizione naturale a un ampliamento e crescita possibile dell’essere umano al di là dell’immaginabile. Ma invece, a garantire questo transito, è proprio l’immaginazione, alimentata dall’illusione che non sostituisce la realtà, ma diviene veicolo per incontrarla. È qui, che credo, possa dimorare uno dei punti d’incontro di psicoanalisi e letteratura.

Illusione e radicamento sono termini compresenti nelle vicende esistenziali.

Il poeta romantico inglese Wordsworth vagava “solitario come un nuvola” ma esprimeva nei suoi versi la delizia per le cose solide della terra. E proprio attingendo all’illusorietà delle nuvole, con le loro forme cangianti, esaltava la bellezza dei narcisi radicati nel suolo natìo. Nuvole e terra sono così entrambi assolutamente necessari. 

La perdita precoce dell’esperienza estatica di contatto con la madre, agli albori della propria esistenza, rende spesso i pazienti estremamente sensibili al luogo in cui si svolge l’analisi, alla stanza stessa e all’atmosfera che ne emana. Emerge allora un bisogno di ritrovamento o di individuazione di quel “sense of place” (Heaney, 1980, 131), quel luogo originario, denso di storia e miti che concorre a definire il Sé.

Il termine “sense”, difficilmente traducibile, rimanda a una dimensione sensoriale di radicamento, all’essere in un luogo da cui possa derivare il “sense” del luogo stesso (che include la persona dell’analista) e tramite quest’ultimo, di sé stessi.

È un termine prezioso che contiene in sé la matrice psico-somatica dell’esperienza umana: la quota preverbale e ineffabile degli inizi, quell’unità di soma e psiche che deve trovare una continuità garantita di esistenza nell’area intermedia della creatività fantasiosa (Parsons, 2016). Dunque, per capire chi si è diviene necessario immaginare e nominare la storia del mito del luogo originario da cui si proviene (utero, infanzia, casa, famiglia). Proprio come nella storia irlandese, dove la definizione toponomastica del “sense of place” era vitale per definirsi e opporsi alla colonizzazione britannica, una tale definizione diviene tanto più necessaria e urgente quando questo luogo dell’essere è stato colonizzato o mai realizzato. Si rende così a volte necessaria un'accoglienza di partenza da me assimilata al concetto di metabiosi: una modalità di vita in cui un organismo dipende da un altro per la preparazione di un ambiente in cui possa esistere.

In questo “dipendere da un altro”, in questo allestire somatico e mentale uno spazio per la creazione del sé, si realizzano incontri all’unisono.

DanielaCinelliLa paziente si stende sul lettino e mi recita ad alta voce il testo di una canzone dei Negrita che immagina di poter ascoltare guardando un paesaggio marino. Sperimento una sensazione di stupore e sconcerto per la coincidenza di questa canzone con un poema da me amato, The Song of Amergin, che il bardo, poeta e druido Amergin si racconta abbia recitato approdando in Irlanda il primo aprile del 700 a. C. Colpito dalla bellezza del luogo si narra che egli abbia cominciato a pronunciare un canto-mantra che aveva il potere non solo di descrivere, ma di creare il mondo, dotandolo di una dimensione esistente e tangibile. È un poema in cui l’identificazione totale con la bellezza del paesaggio risulta in una duplice creazione: del luogo e di sé stessi. Qui la percezione diviene una forma di immaginazione e ciò che io chiamo “l’uso sognante dei sensi” si dispiega al meglio delle sue possibilità, risuonando con questi versi: “Sono vento sul mare, onda di oceano, ruggito del mare…”. A partire dall’oceano della non esistenza (tutto ciò che non era nominato e creato prima di questo incontro), l’unità di tutte le cose viene a dispiegarsi. È un crearsi, rendersi esistenti in un luogo e un incontro che rispecchino la propria esistenza e la rendano possibile. È quella fusionalità con il luogo in una esperienza di totalità e indistinzione che precede e garantisce la possibilità di relazioni umane e che le ricapitola al tempo stesso.

Si tratta di transiti che cominciano con la ricerca implicita, nella relazione analitica, tramite canzoni, poesie o sogni, di un “sense of place”, di un oggetto trasformativo (Bollas, 1987) che possa poi condurre a un luogo in cui si dia realtà e senso alla propria esistenza. Occorre avere un rispetto assoluto per questo bisogno dei pazienti di creare e crearsi a partire dalle fragilità delle loro storie primigenie, per questo tentativo di dare forma al proprio sé in un rimando continuo con l’ambiente che è ricapitolazione degli inizi. Qui l’illusione mostra il suo assoluto potenziale creativo e la paziente diviene Amergin, alla ricerca di una realtà interna e verità emotiva che possa dire di sé e del luogo degli inizi ritrovato perché da lei creato. In questi frangenti si assiste a quel passaggio da un’era che potremmo intitolare con la bellissima citazione della Enid Balint, “before I was I”, al cominciare a divenire sé stessi in presenza di un’analista che testimonia e facilita questo transito. L’essenza dell’esperienza di essere in O con i propri pazienti come tensione e possibile realizzazione diviene anelito assolutamente naturale di verità e consonanza, mai placato nell’essere umano. È un O da intendersi come possibilità di “essere chi si è” (De Bianchedi, 2025) e come dimensione che va divenendo; condizione che rimanda alla necessità dell’individuo di incontrare un oggetto che favorisca la sua crescita (Riolo comunicazione in panel 2021). In tal modo O viene a collocarsi in una dimensione tutt’altro che mistica o soprannaturale. Ma questo i poeti lo sanno: in una sua missiva del 1863 Emily Dickinson scriveva a Thomas Higginson che “il soprannaturale è solo il naturale svelato” (424).

Forse l’esito di questa navigazione potrebbe coincidere con la definizione di bellezza espressa dal pittore John Butler Yeats in una lettera del 1913 indirizzata a suo figlio, il poeta William: “Ho appena terminato un articolo nel quale sostengo che l’arte non incorpora questo o quel sentimento ma l’intera totalità - sensazioni, sentimenti, intuizioni, tutto - e che quando tutto ciò che è in noi viene espresso vi è pace e ciò che chiamiamo bellezza, la totalità nella personalità” (J.B. Yeats, 1999).

Ecco: occorre trovare nel corso dell’analisi la canzone della propria esistenza, che coincide con un senso di bellezza, con il prendere corpo e mente in un’armonia compiuta.

 

Bibliografia

Balint, E. (1993). Before I was I. Free Association Books, London.
Bollas C. (1987). The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unknown Thought. Free Association Books, London.
De Bianchedi E.T. (2005). Whose Bion. Who is Bion? Int. J. Psychoanal. 86, 1529-34.
Dickinson E. (1997). Letters of Emily Dickinson. Harvard, Harvard University Press.
Heaney S. (1980). Preoccupations. Selected Prose 1968-1978. Farrar, Straus and Giroux. New York.
Parsons M. (2016). On being Alive. Paper presentato al Convegno Winnicott e la psicoanalisi del futuro, 30-31 gennaio, 2016, Roma.
Yeats J.B. (1999). Letters of John B. Yates, London.

1 A Necklace of Wrens: When I was very young / I found a nest. Its chirping young/were fully fledged. / They rose and re-alighted around my neck, / Made in the wet meadow / a feather necklet. / To them I was not human/but a stone or tree: / I felt a sharp wonder / They could not feel. / That was when the craft came / Which demands respect. / Their talons left on me / Scars not healed yet.

 

Tutti i materiali del Festival