Germania/Francia/Ungheria (2025), 145’, drammatico, in sala dal 2 settembre 2026.

In Silent Friend il tempo sembra avere un ritmo diverso. Tre storie, in tre epoche lontane, si raccolgono intorno a un ginkgo biloba che vive nel giardino botanico di un’antica università. Una presenza silenziosa e tenace, mentre intorno le vite umane arrivano, cambiano, si incontrano e scompaiono.

Fin dalle prime immagini il film interroga il nostro modo di conoscere. Un seme si apre e lascia affiorare i primi germogli. Poco dopo, un bambino di pochi mesi viene osservato mentre il suo cervello risponde agli stimoli del mondo. Due forme di vita all’inizio, due modi diversi di affacciarsi all’esistenza. Ma che cosa possiamo davvero conoscere dell’una e dell’altra?

Non è casuale che tutto accada intorno a un’università, luogo che ha fatto della conoscenza la propria ragione d’essere. Silent Friend sembra però spostare delicatamente la domanda: che cosa accade quando ciò che desideriamo conoscere non parla la nostra lingua? Come entrare in contatto con un altro senza ricondurlo a ciò che già conosciamo? E che cosa passa tra due esseri viventi quando le parole non ci sono, o non bastano?

La domanda attraversa le tre storie, assumendo ogni volta una forma diversa.

Una delle prime giovani donne a entrare in un mondo universitario quasi interamente maschile, attraverso la botanica e la fotografia, cerca un proprio modo di guardare ciò che vive. Molti anni dopo, un giovane studente, timido e un po’ ai margini del gruppo, si prende cura di un geranio che appartiene alla ragazza di cui è innamorato: la pianta diventa una possibilità di avvicinarsi quando raggiungere direttamente l’altro è ancora troppo difficile. Infine, durante la pandemia, un neuroscienziato rimasto quasi solo nell’università si ritrova, come le piante del giardino botanico, lontano dal proprio luogo d’origine e a contatto con un custode con cui è difficile comunicare. Anche per lo scienziato saranno l’albero, la cura e la curiosità ad aprire lentamente uno spazio di incontro.

Tre epoche, tre solitudini. E ogni volta una pianta si trova lì, tra sé e l’altro.

Forse è questo uno dei fili più delicati di Silent Friend: per incontrarsi non è sempre necessario colmare la distanza. A volte occorre poterla abitare. Può esserci qualcosa in mezzo — una pianta, un’immagine, un esperimento, un oggetto condiviso — che non separa, ma permette di stare vicini senza invadersi. Qualcosa verso cui rivolgere insieme lo sguardo quando guardarsi direttamente è ancora troppo difficile.

Viene in mente Winnicott e la capacità di essere soli: un’esperienza che nasce, originariamente, dall’essere soli in presenza di qualcuno. È la presenza discreta e affidabile dell’altro a rendere possibile una solitudine che non coincide con l’abbandono. Si può allora rimanere nel proprio spazio, seguire il proprio ritmo, senza perdere il legame con l’altro.

Il ginkgo sembra incarnare questa forma di presenza. È lì, ma non reclama, non domanda, non risponde nella lingua degli esseri umani. Attraversa un tempo immensamente più lungo del nostro e sembra custodire, senza possederle, le tracce delle vite che gli passano accanto.

Il film, però, compie un movimento ulteriore. Non cerca di immaginare che cosa pensi un albero, né pretende di parlare al suo posto. Accetta il limite della nostra percezione. Conoscere l’altro sembra cominciare proprio qui: dalla rinuncia a considerare il nostro modo di sentire e comprendere come la misura di tutte le cose. L’altro rimane, almeno in parte, inconoscibile.

Vale per le piante, ma anche per le relazioni umane.

La psicoanalisi incontra continuamente qualcosa di simile. Ci sono esperienze che non hanno ancora trovato parole e continuano a vivere nelle sensazioni, nei gesti, nelle immagini, nei silenzi, nel nostro modo di avvicinarci o di sottrarci agli altri. Anche nella stanza d’analisi può accadere di sostare accanto a ciò che ancora non sappiamo, lasciando che rimanga, per un tempo, non conosciuto.

È anche questo che le piante sembrano suggerire agli esseri umani di Silent Friend: la possibilità di modi di stare in relazione che non chiedono necessariamente di comprendere o decifrare l’altro, ma lasciano spazio all’attenzione, alla curiosità, all’attesa.

Il vecchio ginkgo rimane al centro del giardino mentre più di un secolo gli scorre intorno. Muto, estraneo e insieme familiare, sembra ricordarci che appartenere al mondo non significa necessariamente comprenderlo tutto.

Non tutto ciò che tace è assente. Non tutto ciò che è vicino deve essere raggiunto. Si può restare accanto all’altro, lasciandogli qualcosa del suo mistero. E quando una presenza non occupa tutto lo spazio, possiamo sentirci abbastanza soli da cominciare a sentirci a casa.

Bibliografia

  • Winnicott D. (1958), Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore

 

 

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