Italia (2025), 133’ - Uscito il 15 gennaio 2026.
La Grazia di Paolo Sorrentino racconta una storia di potere senza forza, di decisione senza certezza. Un Presidente della Repubblica anziano, alla fine del mandato, è chiamato a pronunciarsi su questioni che non ammettono riparo: il fine vita, la grazia dopo l’omicidio. La legge chiede una firma, ma l’uomo che dovrebbe apporla è abitato dal dubbio. Non è paralisi: è il peso di sapere che ogni scelta lascia una ferita aperta.
Sorrentino mostra ciò che spesso resta fuori scena: l’umano che resiste sotto la funzione. Il Presidente, soprannominato “cemento armato”, appare solido, compatto, eppure attraversato da crepe invisibili. La sua fermezza è una corazza necessaria, ma anche una prigione. Come accade nella vita psichica, ciò che protegge dal crollo può, allo stesso tempo, impedire il movimento.
Il film insiste su una soglia difficile da nominare: quella tra ciò che può essere regolato e ciò che deve essere assunto. Le leggi, le perizie, i documenti provano a ordinare il reale, ma non lo esauriscono. C’è sempre un resto che chiede una risposta personale, un gesto che non può essere ridotto a procedura. È in quel punto che la decisione smette di essere tecnica e diventa atto.
A questa dimensione pubblica si intreccia un dolore privato. La moglie morta, l’amore perduto, il sospetto mai chiarito di un tradimento. Qui il dubbio prende la forma del ricordo: un peso che insiste, che non si lascia archiviare. Il Presidente è abitato dalla memoria, ma anche dal desiderio opposto, altrettanto umano: quello di dimenticare. Dimenticare non per cancellare, ma per poter continuare a vivere. Tra il dovere di ricordare e il bisogno di lasciar andare, il soggetto resta sospeso.
La Grazia non è un film leggero; è un film attraversato da un desiderio di leggerezza. Una tensione verso qualcosa che alleggerisca il peso del ruolo, del ricordo, della colpa, senza negarlo. La leggerezza, qui, non è fuga né superficialità: è il tentativo di non schiacciare la verità sotto il peso delle risposte definitive. È la possibilità di restare in ascolto, di tollerare il non sapere, il tempo dell’attesa.
La verità, nel film, non arriva come una rivelazione, ma come un processo fragile. Ogni avvicinamento comporta una perdita: di un’immagine di sé, di una certezza, di una difesa. È un movimento che ricorda il lavoro analitico, quando per comprendere qualcosa di essenziale è necessario attraversare una zona di confusione. Non si cresce senza smarrimento, non c’è grazia senza attraversamento.
Eppure, proprio dove il dubbio pesa di più e il ricordo diventa quasi insopportabile, affiora il desiderio di leggerezza: come una lacrima sospesa, sottratta per un attimo alla gravità. Le immagini oscillano tra spazi rigidi, presidenziali, carcerari, e luoghi in cui la gravità sembra annullarsi, come in una navicella nello spazio. È la stessa oscillazione che attraversa il protagonista: tra il peso del dover essere e la possibilità, forse tardiva, di deporre l’armatura.
La Grazia non chiede allo spettatore di giudicare, ma di sostare. Di abitare una domanda che non cerca chiusura. Non si tratta di salvare o demolire, di decidere o rinviare. La questione, più profonda e più semplice insieme, resta aperta: di chi sono i nostri giorni?