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Italia (2025), 105’ - Al cinema dal 5 settembre 2025

C’è un bosco bello, quasi fiabesco, dove Elisa percorre sentieri come fosse in piena libertà, ma libera non è: a un tratto si ferma davanti alla recinzione con telecamera di sorveglianza, che rivela trattarsi di un carcere, per quanto accogliente e immerso nella natura.

Già questa prima scena ci trasporta nel clima enigmatico del film, fornendo quasi una metafora della mente di Elisa, che sembra libera ma non lo è, da 10 anni bloccata nell’amnesia dell’atto violentissimo commesso, il sequestro e l'omicidio della sorella di cui ha anche bruciato il cadavere.

Col padre, che la visita regolarmente, Elisa parla, piuttosto che della carcerazione o dei suoi pensieri, degli gnocchi cucinati secondo la ricetta della mamma, che poi scopriremo essere stata anch’essa vittima di una sua aggressione spaventosa. Sembra voler serbare un ricordo idealizzato della vita che ha preceduto il suo crimine, evitando/mistificando il ricordo delle tensioni famigliari. 

Poi ci sono i colori. Le uniformi delle detenute di un rosso carminio che evoca il sangue, i toni bruni delle foglie autunnali, poi il bianco della neve che tutto copre, attutisce, e anche nasconde. 

E la lingua: siamo nella Svizzera francese, ma Elisa è italiana, come il poliziotto che la controlla e non riesce a vedere in lei la parte assassina, confuso dalla sua parvenza mite e gentile.

Il criminologo francofono, che le propone alcuni colloqui da utilizzare per una propria ricerca, si offre di ascoltarla nella sua lingua madre, cercando di aprire un canale di comunicazione dove Elisa possa sentirsi accolta coi propri pensieri. 

Questa la cornice dentro cui si muove la scena, che gira intorno alla relazione tra Elisa (una intensissima Barbara Ronchi) e il criminologo (Roschdy Zem). Quest’ultimo, venuto nell’istituto di pena per una ricerca che prevede colloqui con diverse detenute, è colpito dalla storia di Elisa e della sua amnesia, tanto che le propone di proseguire gli incontri oltre i tre previsti.

Le parole di Elisa iniziano a fluire e compare il trauma, o meglio una serie di situazioni a portata traumatica, a partire dalla figura della madre che le ha sempre detto che non la voleva e ha cercato di abortirla, il suo sentirsi poco interessante per i genitori, poco significativa nella famiglia, mai creduta. Inizia a emergere un senso di profonda vergogna e di nullità, a cui cerca di fare fronte e riscattarsi compiacendo i genitori e lasciandosi caricare di pesi troppo grandi per la sua età, venendo nominata titolare dell’azienda di famiglia a soli 20 anni, lei che è la figlia più piccola, senza esperienza e con una carriera scolastica non brillante. Dice: faccio ciò che vogliono gli altri, solo così non mi sento invisibile. E contestualmente emerge, subito negata, la sua rabbia invidiosa verso la sorella, che pare essere stata capace di difendersi dalle dinamiche famigliari, sottraendosi al loro coinvolgimento controllante. Mentire e poi cancellare dalla mente pare essere la soluzione che Elisa ha trovato per sopravvivere alla propria vergogna e alla furia esplosiva che questa può scatenare. Così come la vediamo, in una scena, mangiare furtivamente di nascosto un biscotto e velocemente pulire tutto, come a eliminarne ogni traccia... 

Lei che in carcere appare gentile e collaborante, apprezzata dalle compagne (loro pure stranamente così miti), e dal direttore, dal poliziotto… lei ha agito la sua rabbia violentemente  -“un atto orribile, irreparabile” dirà il criminologo- e poi l’ha cancellato dalla mente, evitando così di sentirne la colpa. Ma continua a sentirne la paura, paura della propria impulsività distruttiva che non sa gestire e tiene bloccata nel limbo dell’amnesia. 

I colloqui con il criminologo, che si pone in ascolto, sollecitano però un nuovo contatto con quella rabbia distruttiva, e la dissociazione, funzionale a proteggere il Sè, rischia ora di non funzionare più, Elisa stessa segnala quanto ne sia allarmata: “in vita mia ho avuto solo paura: di me stessa”.

Paura della propria impulsività violenta, ma anche paura che scoprissero che lei non era stata capace di mantenere l’azienda, paura di essere smascherata nella propria incapacità. Riemerge la vergogna, il fallimento della falegnameria è come abbia acceso i riflettori sul proprio personale fallimento, che lei aveva sempre sentito, rendendolo così evidente a tutti.

Riemergono ora impetuosi i ricordi dei crimini violenti da lei compiuti: “Non c’è mai stata amnesia, ho sempre ricordato tutto!” 

A questo punto Elisa interrompe i colloqui col criminologo, furiosa e tesa, non prima di averlo apostrofato su cosa lo spinga a interessarsi a persone come lei, a fare quel lavoro. Il criminologo accusa il colpo, non risponde, pare vivere la domanda come un agito aggressivo che si oppone al percorso terapeutico, pare non cogliere l’entità del vissuto traumatico di Elisa.

Ora Elisa sta davvero molto male. Si ritira. Soffre.

E una volta tanto non è compiacente: ha interrotto i colloqui col criminologo e dice di no anche alle visite del padre, non va al lavoro nel bar della struttura, rifiuta di condividere il pasto con la compagna di stanza.

Era rimasta bloccata nell’amnesia, un limbo da cui non voleva uscire, non voleva neanche chiedere la semilibertà pur avendone diritto. La dissociazione, che produce l’amnesia, richiede un lavoro psichico per poter essere mantenuta, e distorce la prospettiva temporale. Tenere contenuti psichici sequestrati fuori dal contatto con la coscienza cancella il passato, ma toglie anche la prospettiva del futuro, della progettualità e dei desideri per la propria vita. 

Riprendere contatto con quei contenuti espone Elisa all’angoscia di mostrare quello che è, e ora, dolente e angosciata, riesce a dire al poliziotto, che fatica a immaginarla assassina: “Sì, sono stata capace di farlo!” 

Qualcosa intanto, attraverso il dolore che sente, si sta muovendo e trasformando nella sua mente.

C’è un momento in cui si ferma ad osservare una bambina che incontra su un sentiero, la guarda giocare quasi incantata, fino a che la piccola viene richiamata da una voce fuori campo… Una allucinazione? Forse -che ci fa una bambina da sola nel bosco recintato di un carcere?-, ma vera o immaginaria che sia, questa percezione porta Elisa in contatto con la propria parte fragile, bambina, per la quale sembra provare tenerezza e non più solo schifo e vergogna.

E torna dal criminologo, dove essere stata ascoltata ed accolta anche con le proprie fragilità ha riaperto la strada al contatto con il proprio dolore, con la vergogna e l’impulsività distruttiva. Per poter riavviare la crescita e il contatto con il passato c’è bisogno della relazione, c’è bisogno di ascolto, di un aiuto che accolga. Che può arrivare anche a fare male, perché tocca là dove ha colpito il trauma, riattivando il sentimento di insignificanza e di vergogna. Può così emergere il tema della responsabilità, già posto dal criminologo (Dobbiamo chiamarlo omicidio, non ‘il fatto’), e la possibilità di sentire autenticamente la colpa e il desiderio di riparare, di poter ritrovare una propria dignità. 

Elisa inizia a stare meglio quando riesce a soffrire, a sentire il male che ha fatto, il dolore che ha provocato. 

Ma ci vuole tempo. Il tempo che vediamo scorrere nelle stagioni del bosco (autunno, inverno, primavera). Perché 10 anni sono passati in una sorta di (quasi) immobilità, ma anche il processo che i colloqui innescano richiede tempo, il tempo che ci vuole per riaprire una piaga incistata e riattivare una circolazione affettiva autentica.

Il tempo che Elisa non ha avuto quando è stata nominata titolare dell’azienda famigliare, quando non è stata aiutata ad evitare il fallimento, e forse anche prima quando sentiva vergognoso e intollerabile essere la più piccola.

Perché “si cresce imparando gradualmente a tollerare il dolore, a superare le sconfitte”, come scrive Laura Ambrosiano (2022) nella nota aggiuntiva del libro da cui il regista Leonardo di Costanzo ha tratto ispirazione.

La storia rappresentata nel film infatti prende spunto da una reale vicenda di cronaca, e dall’esperienza degli incontri avuti in carcere dalla protagonista di quella vicenda con i criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che da anni studiano i percorsi della giustizia riparativa e propongono una “criminologia dell’incontro”. Questa esperienza è presentata nel libro scritto dai due criminologi (2022), che raccoglie anche i testi dei colloqui dai quali il regista ha attinto per alcuni dialoghi del film 

Infine l’aspetto enigmatico del film si esprime negli interrogativi che pone a tutti noi il regista, che già nel precedente film “Aria ferma” aveva messo l’attenzione sul rapporto tra carceriere e detenuto.

C’è la domanda che il criminologo rivolge agli studenti nelle sue lezioni: cosa fa essere tranquille, o addirittura contente, le persone che in una fotografia d’epoca vediamo essere di fronte allo spettacolo orribilmente violento dell’impiccagione di due afroamericani nel sud degli Stati Uniti negli anni 50?

E anche quella che Elisa pone al criminologo: cosa la spinge a cercare di capire persone come me? 

In altri termini, se come scriveva Terenzio: sono uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo, la capacità di fare il male ci appartiene, da Caino in poi.

Ci sono circostanze e situazioni che la favoriscono o addirittura promuovono, tra queste anche il lungo processo traumatico che la paziente ha vissuto nella sua crescita.

La responsabilità del male che ha provocato rimane, ma se possiamo aiutare a comprenderlo si può riavviare un processo di umanizzazione e responsabilizzazione, fino all’istanza di riparazione, unica speranza di autentica riabilitazione per chi ha commesso crimini terribili. 

Rimane un’altra domanda, l’altra faccia della medaglia: la comprensione del processo che porta a commettere il male è un compito troppo gravoso, troppo schiacciante per le vittime? La madre (impersonata da Valeria Golino) che ha perso il figlio ucciso da una banda per aver protetto una senzatetto, lo sente così, ha bisogno di continuare a vedere gli assassini del figlio come mostri, perché l’odio la aiuta a non soccombere. 

Intervento presentato a commento del film nella rassegna "Cinema e Psiche 2025, VOCI NEL VUOTO", a cura del Centro Adriatico di Psicoanalisi, 6-27 ottobre, presso Cinema Eliseo, Cesena.

 

Bibliografia:

Ambrosiano L. (2022), “Il dolore delle trasformazioni”, in “Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro”, Raffaello Cortina Editore, Milano

Ceretti A. e Natali L. (2022), “Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro”, Raffaello Cortina Editore, Milano

 

 

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