Is This Thing On? (2025), 121’, USA, al cinema dal 2 aprile 2026.

È l’ultima battuta? si apre in uno spazio silenzioso, quasi sospeso, dove due vite che hanno condiviso per anni la stessa casa sembrano ora sfiorarsi senza più coincidere davvero. Alex e Tess non appaiono come una coppia in crisi nel senso più evidente del termine: non litigano, non esplodono. Sono piuttosto due presenze che hanno abitato con cura una forma comune — una famiglia, dei figli, una casa — che col tempo ha iniziato a suonare come una lingua non più propria. Alex porta con sé una lieve inquietudine, una ricerca ancora aperta; Tess, invece, appare più raccolta, come se custodisse il peso e il senso delle scelte fatte. Fin dall’inizio si avverte che tra loro non c’è rottura, ma una distanza silenziosa che si è lentamente sedimentata.

Il film si muove in questa tonalità sommessa. Non c’è conflitto esplosivo, non c’è dramma dichiarato: c’è piuttosto quel silenzio denso che arriva quando le parole hanno smesso di trovare un appiglio. È una fine che non si annuncia, ma si deposita nei gesti minimi, negli sguardi che non insistono più.

Questa coppia di mezza età sembra aver vissuto una vita “giusta”: figli, amici, una trama sociale coerente. Eppure, sotto la superficie, si avverte la fatica di sostenere un personaggio, come se a un certo punto il copione non reggesse più il peso del desiderio individuale. In termini psicoanalitici, potremmo dire che l’Io ha funzionato bene, ma al prezzo di un progressivo allontanamento da parti più vive e pulsanti del Sé.

Il momento del treno ha qualcosa di onirico: due direzioni diverse, senza dramma né spiegazioni. È una separazione che non chiede testimoni. E proprio lì, nel caso — o forse in quella forma sottile di necessità che chiamiamo destino — Alex inciampa in un palco.

La stand-up comedy diventa allora più di un espediente narrativo: è uno spazio transizionale, un luogo in cui il vero può essere detto travestendosi da finzione. Il dolore può essere sfiorato senza essere nominato direttamente. Il tentativo di far ridere diventa, in fondo, un modo per rendere tollerabile ciò che altrimenti resterebbe troppo esposto.

Quando Alex dice ai figli “sono solo storie inventate”, si rimpicciolisce, sì — ma allo stesso tempo protegge qualcosa di prezioso. Cerca una distanza, una cornice, per non essere travolto dalla propria verità. È il paradosso del lavoro psichico: abbiamo bisogno della finzione per avvicinarci all’autenticità.

Tess, invece, resta in una posizione apparentemente immobile. Ma è una immobilità solo esterna. In lei si condensano rinunce, scelte faticose, un corpo che ha attraversato la tecnica — la fecondazione assistita — insieme al desiderio. Il suo movimento è interno, silenzioso, ma non meno radicale: è la domanda, tardiva ma viva, su chi si è diventati.

Il film racconta qualcosa di molto comune, e proprio per questo profondamente umano: non tanto la fine di un amore, quanto la trasformazione delle forme attraverso cui abbiamo cercato di viverlo. Due solitudini che si erano incontrate forse per proteggersi, e che ora devono imparare a lasciarsi andare per ritrovarsi — ciascuno, separatamente.

C’è una dolcezza malinconica in tutto questo. Come se il film suggerisse che non sempre si può restare insieme, ma si può, forse, diventare un po’ più veri. Anche solo per una battuta, su un palco, davanti a sconosciuti. Anche solo per il tempo necessario a sentire che la propria storia — inventata o no — ha ancora una voce.

Annamaria Pietrocola