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When I'm pushed to the limit
When I'm thrown in the fire
When I'm down in the trenches
In the mouth of a lion
In the face of the wicked
When the end is near
In the day of evil I will have no fear.
I Come Alive - Dorothy
Potrà sembrare irrituale iniziare un piccolo scritto che parla del libro di Artem Chapeye “La gente normale non va in giro armata”, sulla sua esperienza di pacifista in guerra - o, usando le parole corrette, nell’invasione russa d’Ucraina - iniziarlo, dicevo, col bridge di un brano hard rock americano.
Eppure, come osserva Mikhaylo Suslov, analista didatta ucraino, “alcune cose hanno un linguaggio semplice; quando c’è tanto dolore non si può dire altro che qualcosa di semplice”. Lo dice in un’intervista a Paola Solano (2024), all’interno di un libro collettaneo che parla della psiche di fronte alla guerra.
La scissione è un meccanismo inevitabile di fronte alla violenza: semplifica, divide, permette la sopravvivenza. È una questione di risparmio energetico: la realtà si divide in noi e loro, noi siamo i buoni e loro sono i cattivi. Come tutti i meccanismi di difesa, nasce con uno scopo evolutivamente necessario. Come una canzone hard rock, semplifica e taglia le cose a metà, permettendo la concentrazione dell’Io e la coesione del gruppo, la raccolta delle energie per la lotta, la protezione delle istanze più fragili. È poi il contesto nel quale si attua, la sua intensità e gli effetti che determina, che raccontano quanto sia patologico o meno. Ancora Suslov: “c’è una scissione che opera massicciamente per consentire una dimensione appena vivibile, perché la consapevolezza di vedere la propria vita apertamente e ripetutamente messa a rischio insieme alla distruzione di tutto ciò che ci apparteneva sarebbe troppo”.
Artem Chapeye è un giornalista ucraino, un uomo che si è sempre definito progressista e pacifista, un intellettuale poco più che quarantenne, amante della vita, marito affettuoso e padre di due bambini, lettore di autori antibellicisti come Vonnegut e Remarque. Quando la Russia invade il suo paese, il 24 febbraio 2022 (il Ventiquattro, come lo chiamano in Ucraina, la data da cui nascono un prima e un dopo), sente dentro di sé una potente “chiamata alle armi” e decide di arruolarsi, lui che non ha mai tenuto un fucile in mano e che ha sempre aborrito la violenza.
Questo passaggio mi ha fatto recuperare il bellissimo libro di Pierre Bayard, “Sarei stato carnefice o ribelle?” (2018). Filosofo e psicoanalista francese, Bayard parte dalle parole di Primo Levi - “non si è mai al posto di un altro” - per sostenere che non possiamo sapere come avremmo reagito in determinate situazioni, quale parte di noi avremmo conosciuto se fossimo stati costretti dalla vita - e dalla Storia - a scegliere da che parte stare. Il suo è un lavoro speculativo di estremo interesse, che ipotizza le scelte che avrebbe potuto compiere se fosse vissuto ai tempi della seconda guerra mondiale. Da che parte si sarebbe schierato? Avrebbe combattuto? O forse sarebbe fuggito, o perfino diventato un collaborazionista? Cosa porta le persone a fare le scelte che fanno, di fronte alle biforcazioni decisive che ci vengono imposte?
Bayard definisce personalità potenziale “quella parte della nostra personalità che nasce e si sviluppa soltanto in circostanze eccezionali, anche se possiamo avvertirne l’esistenza già in alcune situazioni della vita quotidiana”. Lo stesso Chapeye cita Sartre e il principio esistenzialista “l’esistenza viene prima dell’essenza”. Ovvero, “non posso avere idea di quale sarà la mia scelta finché non l’avrò fatta”. Il giornalista ucraino sente un incoercibile obbligo interno alla mobilitazione, un “non poter fare altrimenti” (Bayard). Scrive ancora l’analista francese: “l’io di chi sceglie di mobilitarsi è molto più permeabile alla realtà circostante di quanto non lo sia quello degli altri, così risultando molto meno capace di rinchiudersi su se stesso per proteggersi dalla violenza del mondo e dalla sua continua irruzione nelle nostre vite” (ibidem).
Chapeye chiama “le Tenebre” l’invasione dei russi, evocando gli orchi Uruk-hai di Tolkien. Seguendo questa suggestione, l’Ucraina diventa il Fosso di Helm, assediato dalle forze oscure di Saruman, spalle al muro e in lotta disperata per salvarsi dall’annientamento. C’è fatalmente una semplificazione scissionale in questa rilettura epica, e Chapeye ne è ben consapevole. “Gli ucraini non sono gli elfi e i russi non sono gli orchi. Sia da una parte che dall’altra ci sono esseri umani, ed è proprio questo che rende tragica la situazione”.
Lo stesso Suslov dice: “sebbene sappiamo che anche i russi stanno soffrendo, era inaccettabile per me e gli altri colleghi ucraini sentire la compassione e il dolore dei colleghi di quella terra […] Non è ancora il momento dell’integrazione. Dobbiamo rispettare i tempi della scissione senza giudicarla né considerarla come una struttura regressiva”. È importante ricordarsi che la guerra è una questione di vita o di morte e, come emerge da uno dei passaggi più toccanti del libro di Chapeye, non si parla di assassini, ma di persone cui “è toccato uccidere”. Del resto l’integrazione, che costituisce uno degli orizzonti fondamentali del lavoro psicoanalitico, richiede condizioni che non sempre la realtà consente. Penso non dovremmo dimenticare che poter integrare è anche un privilegio di tempi e luoghi in cui ci è data l’opportunità di farlo.
Chapeye è molto onesto nel raccontare la sua costante lacerazione interiore: la mancanza dei figli e della moglie, emigrati in Germania, il timore di non essere abbastanza soldato da un lato e la paura di morire dall’altro, la rabbia e forse l’invidia verso chi non è così coraggioso – o così matto – da arruolarsi a rischiare la propria vita per tutti gli altri dietro, dagli abitanti di Kiev fino a quelli di Lisbona.
Il libro è una sorta di diario dei pensieri di un uomo qualsiasi durante la guerra, nel quale si riconosce una continua oscillazione tra il necessario funzionamento schizo-paranoide e quello depressivo, ambìto ma al tempo stesso temuto: un tentativo di testimoniare e insieme forse di ricucire un’individualità disintegrata e sotto assedio, come del resto disintegrato e sotto assedio è il suo stesso paese.
L’autore ucraino è stato recentemente in Italia per presentare il suo libro, edito nella collana Altrecose de “Il Post” in collaborazione con Iperborea. Chi ha assistito alla presentazione ha raccontato che, mentre fuori stava per scatenarsi un temporale, lo ha visto sobbalzare più volte, a ogni lampo, a ogni tuono, come se si trattasse dell’esplosione di un missile o di un drone.
Bibliografia
- Bayard, P. (2018), Sarei stato carnefice o ribelle?, Sellerio.
- Solano, P. (2024), “Quando la tua realtà è minacciata di distruzione. Un analista ucraino racconta la sua storia”, in AA.VV., Il campo di battaglia della mente, Vecchiarelli.