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Lo spettacolo A Place of Safety possiede un’architettura essenziale. Sulla scena solo due attori, Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi della compagnia teatrale Kepler-452. Accanto a loro non compaiono personaggi immaginari, ma presenze reali: operatori della nave Sea-Watch 5, impegnata nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo e sulla quale gli attori si sono imbarcati nell’estate del 2024. Sono persone che, nel loro lavoro quotidiano, incontrano il mare nel suo punto più fragile: là dove il Mediterraneo, tra Libia e Lampedusa, diventa una soglia instabile, spesso tragica. Accanto agli attori troviamo Miguel Duarte, capo missione; Josè Ricardo Pena, elettricista e figlio di immigrati messicani; Floriana Pati, infermiera; Flavio Catalano, ex militare della marina in pensione, entrambi ora impegnati sulla nave di Emergency; e Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch.
Questa scelta cambia subito il tono della scena. Non siamo soltanto davanti a una rappresentazione: siamo dentro un attraversamento. Le voci si alternano. Raccontano, a volte si fermano. Qualcuno ricorda la prima volta in cui una barca sovraccarica è apparsa all’orizzonte. Qualcun altro parla delle mani: quelle che emergono dall’acqua e quelle che, dal ponte, cercano di afferrarle.
Sono frammenti di esperienza, piccoli nuclei narrativi che non cercano di comporsi in una storia completa. Restano parziali, come spesso accade quando il trauma è vicino.
In fondo, il vero testo dello spettacolo è la migrazione stessa. È lo stare sospesi tra due luoghi: non più pienamente dentro ciò che si lascia e non ancora dentro ciò che si immagina. Si è in transito. Si scappa, si viaggia, si resiste. Si spera di arrivare vivi dall’altra parte.
In questa sospensione convivono il dolore e il timore, il distacco da ciò che resta indietro — una casa, una lingua, un volto — insieme alla paura e al desiderio di una terra nuova.
Sul palco si avverte anche il peso del trauma. Non viene spiegato, né drammatizzato. Piuttosto si deposita nelle pause, nei silenzi, nella fatica di trovare le parole giuste. Gli operatori raccontano con una lingua semplice, quasi trattenuta. E proprio in questa sobrietà emerge qualcosa di più profondo: la necessità di sostare accanto al dolore senza scacciarlo troppo in fretta. Il trauma è fatto di spavento e di terrore. È lo stare in balia del mare, giorno e notte. È l’onda che si alza mentre cento persone sono strette su un gommone che comincia a imbarcare acqua.
C’è chi parla dei salvati.
Dei corpi che riescono a salire a bordo. Dei respiri che tornano regolari sotto le coperte termiche. Dei nomi che lentamente vengono pronunciati. Ma accanto a queste storie si affacciano, inevitabilmente, anche i sommersi. Non sempre nominati, spesso soltanto evocati.
Una bimba scivola in acqua e la madre si tuffa per cercarla. Il mare resta lì, immenso e indifferente. Il Mediterraneo si sta trasformando in un cimitero acquatico, o forse in un grande deposito silenzioso di vite interrotte.
Lo spettacolo non cerca di chiudere questa frattura. Piuttosto costruisce uno spazio in cui il dolore può essere tenuto, almeno per un momento, senza essere negato. Un luogo dove qualcuno resta presente mentre l’esperienza prende forma, lentamente.
In questo senso il teatro incontra anche una psicoanalisi del sociale, un’etnopsicoanalisi capace di restare accanto ai dolori collettivi senza distogliere lo sguardo.
A pochi minuti dalla fine dello spettacolo, una luce abbagliante proveniente dal ponte della nave illumina il mare per cercare i corpi dei naufraghi, con la speranza di trovarne ancora qualcuno vivo. Quella stessa luce, un attimo dopo, colpisce gli occhi degli spettatori seduti in platea.
Per un istante lo spettatore diventa un migrante nel buio del mare.
Potremmo trovarci, in un attimo, dall’altra parte della storia.
Chi è il matto in un mondo malato?
Sono matti gli operatori della Sea-Watch e di Emergency che lavorano sul confine delle nuove leggi che criminalizzano il soccorso in mare? O sono, piuttosto, tra i pochi che non accettano di disumanizzarsi?
Lo spettacolo ci invita a guardare questa dolorosa e tragica storia contemporanea senza negarla. Qui si gioca una parte della nostra umanità.
Resta allora una domanda più semplice, ma decisiva: da che parte vogliamo stare.
Il desiderio di alcuni è ancora quello di costruire pensieri comunitari, di partecipare alla festa dell’incontro. L’incontro con persone che parlano lingue sconosciute, che portano con sé certamente traumi e caos, ma anche sogni e desideri.
Forse è questo, alla fine, il senso più sottile del titolo.
A Place of Safety non è soltanto un porto sicuro dove poter sbarcare. È uno spazio umano, in cui chi tende un braccio può guardarti negli occhi e dirti “Welcome! Salam Alaikum! Benvenuto!”, in cui le storie — dei salvati e dei sommersi — possono essere accolte e sostenute, anche quando restano incomplete. Anche quando il mare continua a parlare attraverso i silenzi.
Il regista ci fa infine partecipare a una festa inattesa che si svolge nel mezzo del Mediterraneo.
Donne, uomini, bambini ballano sul ponte della nave per festeggiare una cosa semplice e immensa: essere vivi. E così i soccorritori, quasi senza accorgersene, si ritrovano a ballare insieme ai migranti finalmente arrivati in A Place of Safety o, potremmo dire, a Place of Humanity.
In quel momento accade qualcosa di raro: sul ponte di quella nave, tra lingue diverse e storie lontane, affiora per un attimo il senso profondo dell’esistenza. Il ritrovamento di un’umanità condivisa. E di un sogno che, almeno per un momento, diventa comune.
AnnaMaria Pietrocola, Federica Stortoni
