oslo marzo2026 1

Neutrality, Neutralité, Neutralitat

Nel passaggio da Dresda, dove si era tenuta la 38ª conferenza lungo le rive dell’Elba, a Oslo, affacciata sull’ampio respiro del fiordo, la 39ª Conferenza della Federazione Europea di Psicoanalisi si inscrive in un paesaggio che non è solo geografico, ma anche concettuale. È qui, tra acqua e luce nordica, che prende forma un interrogativo antico e sempre rinnovato: quello della neutralità.

Termine condiviso da molte discipline — dalla politica al diritto, dalla filosofia fino alle urgenze del pensiero contemporaneo sul clima — la neutralità sembra promettere una posizione di equilibrio, una sospensione, un “né l’uno né l’altro”. Ma cosa accade quando questo concetto attraversa il campo della psicoanalisi? Quali trasformazioni subisce quando si avvicina alla stanza d’analisi, al corpo vivo della relazione, alla complessità del transfert e del controtransfert?

È noto come Freud non abbia mai definito esplicitamente la neutralità, e tuttavia ne abbia tracciato le coordinate essenziali attraverso indicazioni tecniche che ancora oggi orientano il nostro lavoro: l’attenzione fluttuante, la rinuncia a selezionare, la necessità di tenere a bada i propri moti affettivi e le proprie aspettative. In questa tensione tra ascolto e astensione, tra presenza e rinuncia, si delinea una postura dell’analista che non è mai data una volta per tutte, ma che richiede un continuo lavoro su di sé.

Nel corso del tempo, il concetto di neutralità è stato ripreso, criticato, trasformato. Dalle teorie intersoggettive alle prospettive relazionali, fino alle riletture più recenti, esso ha smesso di apparire come una posizione fredda o distante per rivelarsi piuttosto come una forma complessa di rispetto: rispetto per l’alterità interna del paziente, per i suoi tempi, per ciò che ancora non può essere pensato.

In un presente attraversato da crisi globali e conflitti, la neutralità torna così a interrogare non solo la tecnica, ma anche il posto della psicoanalisi nel mondo. Tra interno ed esterno, tra stanza d’analisi e realtà condivisa, essa si offre come un possibile ponte, fragile ma necessario, capace di tenere insieme l’ascolto dell’inconscio e le domande del nostro tempo.

È dunque particolarmente significativo che la scelta di dedicare alla neutralità il tema della 39esima conferenza della Federazione Europea di Psicoanalisi, ospitata ad Oslo, appaia già in risonanza con il contesto storico e culturale in cui essa si colloca. L’intera area scandinava è stata infatti coinvolta, negli anni recenti segnati dal conflitto russo-ucraino, in un acceso dibattito sulla propria posizione di neutralità: mantenerla, come tradizione, o ridefinirla di fronte a un rischio bellico percepito come sempre più vicino. Questo sfondo, al tempo stesso politico e simbolico, sembra aver attraversato i due giorni di lavori, offrendo una cornice viva alle riflessioni cliniche e teoriche. Nelle presentazioni e negli spazi di discussione, le fondamenta metapsicologiche della neutralità e le loro trasformazioni nella pratica contemporanea hanno trovato interpreti attenti e appassionati, dando luogo a un confronto ricco e articolato.

Freud, pur non avendone mai fornito una definizione esplicita, colloca la neutralità tra i principi cardine della tecnica psicoanalitica. La sua nozione di attenzione fluttuante invita l’analista a non selezionare, a non lasciarsi guidare dalle proprie aspettative, per non correre il rischio, come egli stesso scrive, “di non trovare nulla che non sia già noto”. In questa disposizione si radica anche la gestione del controtransfert: la necessità di contenere le proprie reazioni affinché non interferiscano con il dispiegarsi dei processi inconsci del paziente. La neutralità diventa così uno spazio generativo, una condizione che rende possibile l’emergere di pensieri nuovi, mai pensati prima. E tuttavia essa si distingue dall’astinenza, con cui pure è spesso confusa. Come sottolineato da Enrich Enckell, la neutralità riguarda il non prendere parte alle scelte del paziente, lasciandogli la possibilità di scegliere e, così, di diventare se stesso. L’astinenza, invece, si colloca maggiormente sul versante della gestione dei desideri transferali, aiutando l’analista a non cedere alle pressioni del campo relazionale. Siri Gullestad sottolinea che la neutralità analitica non coincide con indifferenza o distanza, ma con una postura di ascolto aperto e non giudicante, capace di favorire l’emergere di ciò che non è ancora pensato. Essa si configura così come una condizione essenziale affinché il lavoro analitico possa svilupparsi “dall’interno”, sostenuto dalla tensione tra ciò che è già noto e ciò che deve ancora prendere forma.

Nella seconda giornata, la relazione plenaria di Adela Abella ha ripercorso le trasformazioni del concetto alla luce dei contributi post-freudiani, mettendo in evidenza come le prospettive intersoggettive e del terzo analitico abbiano profondamente interrogato l’idea originaria di neutralità.  Adela Abella introduce la sua riflessione attraverso un’immagine che ha la forza di un mito: mentre la caduta di Costantinopoli segna un passaggio epocale nella storia, i vescovi riuniti discutono del “sesso degli angeli”. Al di là della sua veridicità storica, questo racconto condensa una tensione che resta attuale anche per la psicoanalisi: quella tra l’elaborazione interna, teorica e istituzionale, e l’urgenza della realtà esterna. Trasposta nel nostro campo, questa immagine apre una domanda essenziale: la psicoanalisi può limitarsi a interrogare i propri concetti — anche quando appaiono astratti o distanti — oppure è chiamata a confrontarsi, nello stesso tempo, con il contesto storico, sociale e politico in cui è immersa? In altri termini, essa si colloca al di sopra della realtà, come osservatrice distaccata, o ne è inevitabilmente parte, attraversata dallo stesso “orizzonte storico” che struttura il pensiero e l’esperienza di un’epoca?

In questa prospettiva, ogni concetto psicoanalitico — e in particolare quello di neutralità — si rivela storicamente situato. La neutralità non è soltanto una questione tecnica interna alla stanza d’analisi, ma un punto di intersezione tra il lavoro clinico e il mondo condiviso. Le crisi contemporanee — guerre, tensioni politiche, trasformazioni sociali, fino alla crisi ecologica — costituiscono uno sfondo che inevitabilmente entra nel campo analitico, modellando tanto l’ascolto dell’analista quanto il modo in cui il paziente dà forma alla propria esperienza. Attraverso il materiale clinico, è emersa la tensione in cui si trova oggi l’analista: da un lato il rischio di rifugiarsi nell’attualità per evitare conflitti più arcaici, dall’altro quello di ritirarsi in un passato psichico per sottrarsi all’urgenza del presente. Più che scegliere tra questi due versanti, si tratta di tollerarne la coesistenza, mantenendo uno sguardo capace di muoversi in entrambe le direzioni.

In questo senso, la neutralità appare sempre più come un ideale regolativo: non una condizione pienamente raggiungibile, ma una bussola che orienta il lavoro clinico. Essa invita l’analista a interrogare continuamente la propria posizione, a riconoscere l’impatto delle proprie risonanze interne e del contesto esterno, e a mantenere aperto uno spazio in cui il pensiero possa ancora emergere.

È proprio nel vivo della clinica, tuttavia, che questo ideale mostra tutta la sua fragilità e la sua necessità. Nel lavoro quotidiano, la neutralità non è mai una posizione stabile o garantita: è piuttosto qualcosa che viene continuamente messo alla prova, sollecitato, talvolta incrinato. Come mostra Thomas Jung, uno dei luoghi privilegiati di questa messa alla prova è l’acting out, quando ciò che non può essere detto si fa azione e chiede all’analista di rispondere. La neutralità, così come Freud l’ha solo sfiorata, si avvicina allora a un’attenzione “senza pregiudizio”, ma inevitabilmente attraversata da perturbazioni. La scena analitica può espandersi oltre la stanza, coinvolgere altri attori, attraversare la realtà esterna. In questi movimenti, anche l’analista è implicato: può reagire, difendersi, talvolta perdere, momentaneamente, la propria capacità di ascolto. Eppure è proprio in queste fratture che si apre una possibilità: quella di riconoscere ciò che accade nel campo analitico e di ritrovare, attraverso questo lavoro, una nuova forma di presenza. La neutralità non è allora distanza fredda, ma un equilibrio mobile tra partecipazione e limite, tra apertura e contenimento. Nel lavoro con i bambini, questa tensione diventa ancora più evidente: il corpo entra in scena, l’azione precede la parola, e l’analista è chiamato a contenere senza chiudere, a porre confini senza smettere di ascoltare. È un esercizio continuo, fatto di aggiustamenti, di cadute e riprese. In questo senso, anche le inevitabili deviazioni dalla neutralità, i momenti in cui essa sembra venir meno, fanno parte del processo. Diventano segnali preziosi, tracce di qualcosa che chiede di essere pensato. Essere attenti a ciò che interrompe l’attenzione diventa, paradossalmente, una delle forme più profonde dell’attenzione stessa.

Così, tra ideale e impossibilità, tra teoria e pratica, la neutralità continua a vivere come una tensione feconda: una postura che non si possiede, ma che si cerca, ogni volta, nell’incontro con l’altro.

 

Bibliografia

ABELLA, A. (2023): L’analyste et son rapport à la théorie: de la rencontre entre les baleines et les ours polaires, Revue française de psychanalyse, 2023/5 (5), 87: 1065-1092
BION, W.R. (1979): Making the Best of a Bad Job. In W.R. Bion: Clinical Seminars and Other Works. London: Karnac Books, 2000, 321-381.
FREUD, S. (1912): Consigli al medico sul trattamento psicoanalitico. SE 12, pp. 109–120. Londra: Hogarth Press.
FREUD, S. (1915): Osservazioni sull'amore transferale. SE 12, pp. 157–171. Londra: Hogarth Press.
FREUD, S. (1933): Nuove lezioni introduttive alla psicoanalisi. Lezione XXXV: La questione di una Weltanschauung (Ulteriori raccomandazioni sulla tecnica della psicoanalisi III) . SE 22, pp. 158–182. Londra: Hogarth Press.
GULLESTAD, S.E. & KILLINGMO, B. (2020): Psychoanalytic Therapy in Practice. Listening for the Subtext. London & New York: Routledge

oslo marzo2026 2oslo marzo2026 3 

We use cookies
Il nostro sito utilizza i cookie, ma solo cookie tecnici e di sessione che sono essenziali per il funzionamento del sito stesso. Non usiamo nessun cookie di profilazione.