
La violenza contro le donne costituisce un fenomeno complesso, che include qualunque forma di abuso – fisico, psicologico, sessuale, economico o digitale – esercitato nei confronti di una donna. È riconosciuto dalle Nazioni Unite come una violazione dei diritti umani e una delle manifestazioni più diffuse della discriminazione di genere.
La scelta del 25 novembre come ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne’ deriva dalla commemorazione delle sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana assassinate nel 1960 dal regime di Rafael Trujillo. La giornata ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto della violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica perpetrata nei confronti delle donne.
Un riferimento normativo fondamentale è la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, firmata nel 2011 ed entrata in vigore in Italia nel 2013. L’articolo 3, lettera b, definisce la violenza domestica come «tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare, o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima».
La violenza contro le donne non rappresenta soltanto un’emergenza sociale, ma un fenomeno strutturale e culturale, riconosciuto come tale solo in tempi relativamente recenti. Le sue radici affondano in profondi condizionamenti sociali e culturali, maturati nel lungo percorso verso la conquista della libertà femminile, dei diritti e dei mutamenti sociali. Si tratta di un fenomeno antico, alimentato da dinamiche sistemiche: ogni individuo si è formato all’interno di un contesto che, per secoli, ha riprodotto e consolidato forme di discriminazione di genere.
Nonostante l’esistenza di un quadro normativo solido, molte donne incontrano ancora notevoli difficoltà nell’uscire da relazioni violente o tossiche. L’efficacia delle norme dipende infatti dalla preparazione e dalla capacità degli operatori coinvolti – magistrati, avvocati, forze dell’ordine, professionisti sanitari – di riconoscere tempestivamente i fattori di rischio, evitare pregiudizi e stereotipi, e intervenire garantendo la protezione delle donne e dei minori e prevenendo l’escalation della violenza.
È quindi necessario un approfondito percorso di conoscenza che consenta di comprendere il fenomeno nella sua complessità e di attuare strategie di contrasto realmente efficaci, considerando le sue dimensioni giuridiche, sociali, economiche e culturali. In questo quadro, il ruolo dei sistemi culturali, educativi, informativi e formativi è centrale per promuovere il riconoscimento della violenza, nelle sue varie forme e nei suoi vari contesti, attraverso percorsi coerenti con le raccomandazioni nazionali e internazionali.
Il cambiamento richiede una trasformazione dell’approccio collettivo, coinvolgendo sia le donne sia gli uomini, ma anche modalità più consapevoli di interpretazione e applicazione delle norme.
Prevenzione e formazione rappresentano, pertanto, elementi decisivi nella lotta alla violenza di genere allo scopo di intercettare sin dai primi segnali, spesso sottili e poco evidenti ma predittivi, di forme più gravi di maltrattamento, prevaricazione e assoggettamento.
In questa direzione si muove l’attività della Società Psicoanalitica Italiana che, attraverso il lavoro di molti soci, da tempo promuove il dialogo con gli operatori della giustizia sui temi della violenza di genere attraverso gruppi di studio, seminari e percorsi formativi. In particolare, rispetto alla violenza contro le donne, i concetti di ascolto e linguaggio costituiscono uno spazio di incontro significativo tra psicoanalisi e giustizia.
Un ulteriore ambito di contributo della prospettiva psicoanalitica riguarda la prevenzione dei comportamenti violenti, che implica l’individuazione precoce e il trattamento degli aspetti patologici della personalità – in particolare tratti narcisistici, dipendenti o borderline – che possono predisporre a forme di conflittualità relazionale, soprattutto nelle relazioni familiari e affettive. A ciò si affianca la progettazione di interventi psico-educativi rivolti sia alle vittime, sia ai minori orfani di vittime di femminicidi o bambini che assistono ai maltrattamenti delle proprie madri in ambito domestico, sia agli autori di violenza, considerando le diverse configurazioni relazionali: coppie adulte, relazioni tra adulti e minori, e dinamiche nelle quali sono coinvolti minori. La formazione degli operatori chiamati a gestire tali problematiche in ambito giuridico e sociale – avvocati, magistrati, educatori, insegnanti, assistenti sociali, forze dell’ordine – costituisce un elemento imprescindibile nelle strategie di contrasto alla violenza e un presupposto essenziale per una risposta efficace da parte dello Stato.
La prospettiva psicoanalitica offre un contributo rilevante nell’analisi delle forme di intolleranza verso il femminile e nella comprensione delle interazioni tra sfera psichica e sfera sociale, evidenziando come ciascuna influenzi e sia influenzata dall’altra, e aprendo a importanti prospettive di cambiamento.
Anche nell’ambito della Federazione Europea di Psicoanalisi, il lavoro di uno dei comitati è dedicato all’esplorazione delle dimensioni molteplici e sfumate della violenza in relazione al mondo femminile, considerando esperienze esterne e interne, consce e inconsce. Il gruppo di lavoro esamina la complessa interazione tra questi due concetti e mira a superare prospettive unilaterali per promuovere una comprensione più approfondita e articolata delle dinamiche psicologiche, sociali e culturali coinvolte.
La prospettiva psicoanalitica cerca di oltrepassare narrazioni rigide per aprire nuovi percorsi di pensiero e di ricerca sul significato e sulle intersezioni tra violenza e femminile ed esplorare l’ampio spettro della violenza legata al femminile quali: la misoginia, il femminicidio, i delitti d’onore, i matrimoni precoci, la pornografia, lo stupro, la tratta di esseri umani, oltre a forme di oppressione economica e di “violenza istituzionali” nei sistemi giudiziari.
La realtà della violenza femminile rimane poco documentata e difficile da accettare anche per la natura bidirezionale e interdipendente della violenza: le donne, spesso segnate da proprie storie di vittimizzazione, inclusa la violenza materna, possono a loro volta diventare autrici di violenza.
Gli strumenti psicoanalitici permettono di analizzare le complesse dinamiche inconsce, individuali e di gruppo, che contribuiscono alla formazione di legami violenti e alla relazione vittima-perpetratore.
Questo tipo di sguardo e di ascolto consente di attribuire significato a tali complessità, non solo offrendo una comprensione più profonda del fenomeno ma contribuendo all’elaborazione di strategie concrete ed efficaci di prevenzione e contrasto.
Emanuela Quagliata è psicologa e psicoanalista Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana SPI e dell'International Psychoanalytic Association IPA. È Chair del Comitato EPF “Violence and the Femine”.
Specialista in psicoanalisi per bambini, adolescenti e genitori, si è formata alla Tavistock Clinic di Londra dove ha conseguito ha conseguito un dottorato clinico e di ricerca sulle gravidanze a rischio e infertilità. È docente presso l’Istituto di Training della SPI nei corsi di formazione sul modello Tavistock a Firenze.
Coordina il gruppo di lavoro-SPI dell’Osservatorio sulla Violenza di Genere della SPI che ha stipulato una convenzione con l’Osservatorio sulla Violenza di Genere del Ministero della Giustizia.
Ha pubblicato per Astrolabio ‘Un Buon Incontro: la valutazione clinica in età evolutiva’, ‘Un Bisogno Vitale: le difficoltà alimentari nell’infanzia e adolescenza’ ed è’ direttore della collana di libri di psicoanalisi per genitori 'Cento e un bambino'. Ha curato insieme a Lisa Baraitser il volume ‘Violence and the Feminine’ per Routledge (2026).