Durante il convegno internazionale IPSO, svoltosi a Roma dal 17 al 19 ottobre 2025, giovani psicoanalisti e candidati provenienti da diversi paesi si sono incontrati per riflettere sui temi della sofferenza psichica contemporanea e sulle possibilità di trasformazione offerte dal trattamento psicoanalitico. La presenza di colleghi provenienti da paesi in guerra, o da terre segnate da conflitti passati, ha portato al centro dell’incontro una domanda cruciale e attuale: come può la psicoanalisi continuare a pensare, a sentire, a restare viva in un mondo esposto a tensioni distruttive?
Si è discusso di traumi di guerra, di come l’angoscia reale — quella di cui scriveva Winnicott — costringa la mente a rifugiarsi in fantasie, in luoghi mitici dove ciò che è impensabile trova una forma. È riemersa la questione dell’eredità psichica dei traumi collettivi: le guerre mondiali sono davvero lontane, oppure continuano a vivere dentro di noi, trasformandosi in esperienze interiorizzate che influenzano il modo in cui amiamo, temiamo, costruiamo legami?
Forse il dolore delle generazioni precedenti ci attraversa ancora, addomesticato e difeso, ma non dimenticato. E forse le stesse difese che lo attenuano sono quelle che permettono alla mente di sopravvivere.
Le riflessioni si sono intrecciate con la cronaca contemporanea: le notizie di nuovi riarmi e minacce evocano un senso di vulnerabilità che viene prontamente coperto da reazioni difensive — paura, negazione, razionalizzazione, fiducia nei miti moderni della potenza.
Il pensiero collettivo, di fronte all’angoscia, sembra rifugiarsi nel mito della sicurezza, come la mente individuale costruisce difese contro l’impensabile.
Nel suo intervento, D. Karni ha descritto lo stato mentale mitico che si attiva nei momenti di trauma collettivo, in riferimento alla situazione di Israele: una condizione in cui la capacità simbolica viene sospesa e sostituita dalla certezza; la complessità si dissolve in polarità morali assolute. Non è solo un fenomeno mentale, ma un rifugio psichico che offre sollievo
al prezzo della vitalità del pensiero. Il richiamo alle teorie di Vamik Volkan sui traumi scelti e le glorie scelte ha illuminato la funzione identitaria di questi miti condivisi, che attraversano le
generazioni come difese contro l’angoscia di annientamento. Il tempo storico si contrae, e il passato viene rivissuto come se fosse presente.
È stato proposto di pensare a questo stato regressivo come a una possibile enclave psichica, nel senso di O’Shaughnessy: uno spazio interno separato, dove pensieri e traumi inaccettabili vengono isolati per proteggere l’Io. Anche la teoria psicoanalitica, talvolta, può diventare un’enclave — un rifugio necessario per sopravvivere emotivamente di fronte all’impotenza.
N. Israeli ha approfondito il paradosso dell’analista che lavora in tempo di guerra.
In un contesto dove la forza e la violenza dominano, il potere della parola entra in collisione con la logica dell’azione immediata. Come ricordava Freud, “l’uomo che per primo lanciò un
insulto invece di una lancia fu il fondatore della civiltà”. Ma in guerra, quel gesto fondativo si rovescia: la parola si spegne, il pensiero si ritira.
Israeli ha descritto questa condizione come una regressione mitica, una forma di organizzazione psichica arcaica in cui la voce interiore viene vissuta come comando esterno. È una struttura che garantisce sopravvivenza, ma al prezzo della soggettività.
E l’analista, in questa condizione, non è immune. L’attenzione al mondo interno può diventare una difesa contro la realtà esterna insopportabile. La pratica analitica rischia allora di trasformarsi in una forma di negazione — e tuttavia, proprio questa attenzione al mondo interno, per quanto difensiva, mantiene viva una possibilità di pensare.
L’intervento di Yuliia Leites, candidata ucraina, ha portato testimonianze cliniche e personali di rara intensità. Il suo lavoro con soldati, rifugiati e persone in fuga ha mostrato come il trauma collettivo si iscriva nei corpi e nelle relazioni, lasciando segni di smarrimento e resistenza. Attraverso i casi clinici, la riflessione si è concentrata sul non-luogo psichico, dove identità e appartenenze diventano instabili. Leites ha concluso richiamandosi alla capacità negativa di Bion: la possibilità di restare nel non-sapere, senza rifugiarsi nella
mania o in chiusure eroiche. Solo in questa sospensione — fragile ma viva — la mente può tornare a respirare anche in mezzo alla devastazione.
I temi della contemporaneità si riflettono nelle pratiche cliniche, sollecitando interrogativi metapsicologici e ridefinendo il senso delle esperienze della coppia analitica al lavoro.
Nel paper di A. Kansas, la ricostruzione di significato di un intenso lavoro con una grave paziente ipocondriaca nasce dal riconoscimento del dolore toracico costrittivo che l’analista ha provato nelle prime sedute.
Il lavoro illustra efficacemente come le reazioni corporee dell’analista possano derivare da potenti identificazioni proiettive degli stati emotivi non mentalizzati e primitivi della paziente.
Le risposte somatiche vengono intese come elementi estranei che invadono lo spazio interno dell’analista e chiedono una elaborazione simbolica.
Kansas descrive con limpidezza il passaggio dal corpo al pensiero, mostrando come l’esperienza controtransferale possa trasformarsi in strumento di conoscenza, in linguaggio dell’inconscio condiviso.
N. Dekel ha invece riflettuto sull’interazione tra identificazione proiettiva e coazione a ripetere. L’Autrice ricorda come la coazione a ripetere rappresenti la manifestazione comportamentale di un’emozione bloccata, e come l’emozione depositata nell’analista corrisponda alla comunicazione proiettiva di Bion. Entrambi i processi implicano una proiezione di emozioni negative sull’oggetto, così da operare congiuntamente.
Osservare la coazione a ripetere consente di avvicinarsi al nucleo emotivo in modo meno minaccioso, favorendo una forma di attenzione congiunta (Stern, 1985). In questo spazio condiviso, afferma Dekel, il paziente può cominciare a riconoscere la propria angoscia con parole e significati propri — un passaggio silenzioso ma decisivo verso la simbolizzazione.
Nel corso del convegno è stato presentato anche il lavoro di Perez Prat che ha esplorato la psicoanalisi come spazio potenziale di trasformazione nel contesto della migrazione e del trauma relazionale.I riferimenti a Winnicott — con i concetti di ambiente facilitante e spazio potenziale — e a Grinberg e Grinberg, nel loro studio sulla migrazione e l’esilio, hanno offerto una prospettiva profonda sul modo in cui le esperienze precoci influenzano la capacità di adattarsi al nuovo. È stato mostrato come un trauma relazionale precoce, come una relazione materna instabile o persecutoria, possa segnare la possibilità di sperimentare quegli spazi potenziali che rendono possibile la crescita emotiva. Per chi è stato privato di un ambiente facilitante, la migrazione può riattivare l’antica ferita, ripetendo l’esperienza dell’impotenza e della perdita. In questo contesto, il trattamento psicoanalitico ad alta frequenza è stato descritto come un luogo di rinascita possibile: uno spazio transizionale in cui il paziente può regredire in modo sicuro, dare forma al dolore, trasformare il terrore in simbolo e iniziare un processo di lutto e di ricostruzione del Sé. La capacità dell’analista di contenere e trasformare le proiezioni del paziente permette il passaggio dalla paralisi alla fiducia, dal silenzio alla creatività. Il recupero della capacità di giocare, di scrivere, di sorridere — di partecipare alla vita culturale e affettiva — diventa segno di una ritrovata continuità interna.
La migrazione non è più soltanto una ripetizione traumatica, ma un’opportunità di crescita e di ricomposizione identitaria. La psicoanalisi può così offrire un ambiente facilitante dove elaborare la perdita, ricucire i legami interiori e sviluppare un nuovo senso di appartenenza.
Ma in tutto questo — tra guerra, esilio, perdita e speranza — è stato anche ricordato quanto l’incontro analitico non sia sempre facile.
Non lo è quando la distanza tra due menti sembra troppo grande per essere colmata, quando il dolore dell’altro scuote troppo da vicino, quando il transfert diventa un campo di battaglia invisibile.
A volte, la seduta è un luogo in cui due silenzi si toccano e non si comprendono.
Altre volte, un gesto minimo, una parola trovata per caso, diventa la prima crepa nella
corazza del trauma.
L’incontro analitico resta fragile, incerto, eppure profondamente vivo.
È un luogo dove anche la difficoltà ha un senso, dove il non-capirsi diventa parte del lavoro, dove la fatica stessa del pensare insieme è testimonianza di vita.
Forse è proprio in queste zone di impasse, in questi momenti in cui nulla sembra muoversi, che accade qualcosa di essenziale: un piccolo cambiamento invisibile, un respiro in più, una
nuova possibilità di esistere.
C’è un filo rosso che attraversa tutte queste riflessioni: la tensione tra distruzione e trasformazione, tra difesa e vita.
Il mito, la guerra, la migrazione, la difficoltà dell’incontro — esperienze diverse, ma unite dal bisogno della mente di trovare forma, di non soccombere al caos.
Il compito dell’analisi non è spegnere il dolore, ma permetterne la metamorfosi.
Il verso di Ovidio, Omnia mutantur, nihil interit — tutto cambia, ma nulla perisce — continua a risuonare come un filo sottile di speranza.
Nella mente, come nella storia, nulla si cancella davvero: tutto si trasforma, anche il trauma, anche la perdita.
E forse è proprio in questa capacità di trasformare il dolore in pensiero che la psicoanalisi trova ancora oggi la sua voce più umana, la sua etica più profonda.
Omnia mutantur, nihil interit.
Tutto cambia, ma nulla perisce.
Bibliografia
Bion, W. R. (1962). Learning from experience. London: Heinemann.
Freud, S. (1930). Civilization and its discontents. London: Hogarth Press.
Grinberg, L., & Grinberg, R. (1989). Psychoanalytic perspectives on migration and exile. New Haven, CT: Yale University Press.
O’Shaughnessy, E. (1992). Enclaves and excitements: A psychoanalytic contribution to the understanding of psychotic states. Psychoanalytic Inquiry, 12(1), 19–36.
Stern, D. (1985). The Interpersonal World of the Infant.
Volkan, V. D. (1997). Bloodlines: From ethnic pride to ethnic terrorism. New York: Farrar, Straus and Giroux.
Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment. London: Hogarth Press.
Annamaria Pietrocola
Luca Castelletti
