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Report: Giornata di Studio “Tra crisi della fiducia e smarrimento, verso un nuovo immaginario” – 6 novembre 2021 - a cura di Ramona Fava

Sabato 6 novembre, in modalità online, si è tenuta la prima Giornata di Studio dal titolo “Tra crisi della fiducia e smarrimento verso un nuovo immaginario”, all’interno della cornice tematica sviluppata dal Centro Psicoanalitico di Bologna “Contatto Contagio Connessione: Il lavoro clinico fra pandemia e rivoluzione digitale”. (*)
La Giornata ha visto la partecipazione di Relatori con formazioni, esperienze e competenze eterogenee che hanno accompagnato i partecipanti, un centinaio, a riflettere e ad interrogarsi sui diversi temi proposti.
Chair della mattinata è Marco Monari, Segretario Scientifico del Centro Psicoanalitico di Bologna, Psichiatra e Membro Ordinario SPI/IPA.
Ha aperto i lavori Filippo Marinelli, Presidente del Centro Psicoanalitico di Bologna, Psichiatra, Membro Ordinario con Funzioni di Training SPI/IPA, che, partendo da un toccante e nostalgico episodio-incontro infantile, ha ripensato alla necessità della presenza percepita di un altro essere umano “catalizzatore inconsapevole della nostra maturazione mentale, delle funzioni dell’organismo nel suo complesso somatopsichico, stimolando potenzialità e progetto di crescita”.
A partire da un articolo di Lingiardi pubblicato su Repubblica, il dottor Marinelli si è interrogato sulle possibili motivazioni della perdita di fiducia nei confronti della conoscenza di una parte della popolazione. A tal proposito ha citato un lavoro di Gaburri, pubblicato su Psiche (2006, 13-27), nel quale il compianto maestro ricorda la necessità di sviluppare nel lavoro e nella vita una capacità negativa per tollerare il vuoto rappresentativo e la minaccia persecutoria che ne può emergere, al fine di arrivare alla ricerca di conoscenza. In assenza di questa capacità si possono produrre nei gruppi “assunti di base” (W. Bion), spingendo gli individui verso identificazioni “a massa”, ostacolando l’identificazione individuale e il pensiero critico.
La pandemia ha dissolto certezze precostituite, ha ridotto l’intersoggettività nei rapporti sociali e affettivi, fino all’estremo della morte senza la vicinanza dei cari. Ci siamo trovati intrappolati in un paradosso: si doveva stare a casa per salvarsi, ma la mancata relazione con “l’altro-da-me” faceva ammalare.
Il rimedio, secondo Filippo Marinelli, non può essere ricorrere in modo maniacale a estemporanee manifestazioni gioiose, ma alimentare una capacità adattiva individuale e di gruppo, nel senso di capacità negativa, frutto di una riuscita “introiezione di legami rispecchiante una buona integrazione dei diversi aspetti del Sè”.
Per concludere viene citato un frammento tratto dal “Sergente della neve”, nel quale si evoca il desiderio di tornare a casa, alla bàita o meglio all’oggetto amato, “sapendo ancora quanto tempo e freddo ci vorrà prima di ritornare alla nostra Itaca per poi ripartire”.

Parte centrale della mattinata di lavoro è stata l’interessante ed originale relazione dal titolo “Su quali enigmi della vita e della cura ci interroga la Sfinge del nostro tempo, il Coronavirus?” di Anna Ferruta, Psicologa, Membro Ordinario con Funzioni di Training SPI/IPA a Milano, autrice di diversi saggi ed articoli.
L’intervento prende l’avvio da un articolo pubblicato ormai due anni fa sul sito del Centro Milanese di Psicoanalisi dalla stessa dottoressa Ferruta, nel quale si sottolineava come l’impatto del Coronavirus ci avesse obbligato a porci degli interrogativi soprattutto sulla nostra fragilità, “come una specie di nuova Sfinge”. L’articolo metteva in evidenza la possibilità di riscoprire tre risorse di forze: il piacere della responsabilità personale, l’importanza di quegli “odiosi altri” con i quali viviamo ed incontriamo distrattamente, ma soprattutto l’occasione di superare le paure suscitate dalla nostra fragilità, affidandoci alle conoscenze della scienza. E oggi, cosa ne è stato di queste potenzialità?
La relatrice ha sottolineato quanto l’avventura della scoperta e della produzione dei vaccini abbia seguito percorsi non lineari, con “intrecci in parte dovuti al caso e in parte a Eros, all’amore per la vita, la realtà e le differenze” e a quanto, tutto ciò, assomigli al lavoro psicoanalitico fra libere associazioni e rigorosità del metodo.
La dottoressa Ferruta si è soffermata a raccontare in modo puntuale gli esordi della favola-realtà della nascita e della produzione del vaccino e dell’intreccio fra Ugur Sahin e Ozlem Tureci, marito e moglie di origine turca, anime della BioNTech, società farmaceutica tedesca e di Albert Bourla, greco sefardita, Ceo di Pfizer. Persone con storie e provenienza diverse, ma che hanno condiviso una condizione mentale visionaria e metodica. Cosa accomuna questi tre ricercatori? La passione, la possibilità di cambiare vertice osservativo, in una dimensione di cooperazione, visionarietà e metodo di impegno continuativo.
La relatrice ha sottolineato quanto la pandemia abbia alterato la fiducia di base (M. Balint, 1967) che ogni individuo alla nascita ripone nell’ambiente e nelle persone e ha ricordato il Numero verde di supporto psicologico, a cui hanno aderito migliaia di colleghi. Questo spazio di ascolto è stato anche utilizzato dal personale sanitario, colpiti dal virus, collocati in prima linea, a rischio burn out, esposti al contagio virale, ma anche all’isolamento relazionale ed emotivo, ponendo tutti in una condizione emotiva regressiva. E’ venuta a mancare “la reciprocità e la dinamicità della relazione nei due sensi”, nella quale per la mancanza di scambio di parole, di sorrisi, per l’urgenza delle situazioni, per la collocazione isolata dei curanti, si è bloccato lo spazio di condivisione, evacuazione ed apprendimento reciproco (come ci insegna l’esperienza dei Gruppi Balint), immobilizzando ciascuno nel proprio ruolo.
I preziosi riferimenti teorici a Freud, Winnicott e Bion ci hanno ricordato come anche nell’analisi l’elemento che assicura lo sviluppo del processo di cura è la relazione analista/paziente e, per dirla con Ferruta, “quello che cura è la capacità di stare in relazione con l’altro da sé che abita l’inconscio di ciascuno, altro da sé”.
Il contributo di Anna Ferruta ha approfondito una tematica, che ha sollevato interesse e varie domande anche fra i partecipanti, vale a dire la dimensione del “prendersi cura” che rappresenta una dimensione relazionale permanente che attraversa tutte le età, tutti i ruoli e si configura come situazione antropologica fondamentale della condizione umana: riguarda la vita umana nella sua dimensione globale, biologica e simbolica (Ferruta, 2020). La vita è immersa in una rete di significati che ne rende possibile lo sviluppo, nella quale tutti svolgono una funzione di responsabilità, come ad esempio lavarsi le mani, responsabilità individuale del legame che unisce le mani degli esseri umani e che non può essere delegata ad altri. Ci si è chiesti quali dispostivi possano essere utilizzati al fine di sviluppare e rendere il prendersi cura nella sua funzione riparativa e creativa. Vengono citati i gruppi Balint (Balint, 1961), nei quali i curanti si incontrano regolarmente con un conduttore analiticamente formato per approfondire significati della relazione con il paziente. Altro esempio di modello è la scuola che in tempo di Covid ha rilegato bambini e adolescenti in un isolamento animato per lo più da collegamenti e scambi virtuali.
Ultimo punto, ma non per importanza, è stato considerare quanto, a causa della pandemia, la vita quotidiana familiare e sociale si sia alterata, soprattutto penalizzando il dialogo fra generazioni, entrate in un “grande sonno”, con una oscillazione fra meccanismi paranoici (teniamo distanti gli altri) e negazionisti, con aggregazioni di massa mosse, sembra, in minima parte dal piacere d’incontrarsi.
La sollecitazione conclusiva è sembrata essere un invito a rivolgersi al dio delle arti Apollo, creando la possibilità di vivere esperienze artistiche insieme, un modo complesso per riflettere e rimanere suggestionati.
A tale proposito la dottoressa Ferruta ha citato due film: “Marx può attendere” di Marco Bellocchio e “Un altro giro” di Thomas Vinterberg. Da un lato si riflette su quanto la forzata convivenza familiare del Covid abbia evidenziato isolamento, chiusura, violenza ed incomprensioni, come se il mancato accesso all’esterno avesse impoverito il dialogo, nutrito invece dalle esperienze esterne condivise in famiglia al rientro. Dall'altro quanto le generazioni abbiano bisogno di una viva interazione, non abitata da alcool o psicofarmaci, ma di una reciproca trasmissione, di speranze da vivere e del desiderio di “fare un altro giro di vita fra identificazione e realizzazioni” per riaccendere la comunicazione.
La mattinata si è conclusa con un ricco e proficuo dibattito fra i partecipanti, ancora numerosi e i relatori.

Nel pomeriggio si è aperta la Tavola Rotonda con un’introduzione del Chair Andrea Scardovi, Psichiatra, Membro Ordinario SPI/IPA, Consigliere Centro Psicoanalitico di Bologna, il quale ha ripreso le tematiche emerse nel corso della mattina del “prendersi cura” nel suo rapporto con il problema della fiducia al tempo della pandemia e ha proposto il racconto di un Mito come punto di partenza della riflessione (**).
Il Mito narra della creazione dell’Uomo, a partire da un humus plasmato da Cura, e della disputa, mediata da Saturno, fra Giove e Terra per l’attribuzione del nome.
Il Mito ci ricorda che se gli “ideali della conoscenza” rimangono senza Cura, rischiano di ancorarsi ad un sapere “definitivo”, soggiacente alle fedi e alle fiducie “deviate”. La materia umana non può disporre di una conoscenza preformata, ma ogni volta, ha aggiunto il dottor Scardovi, “si tratta per il curante di far proprio l’incontro con la “sfinge”, senza volerlo saturare o risolverlo, ma a pensarne qualcosa come può accadere solo nel lavoro che si fa con il paziente, nell’incontro e nella comunicazione che avviene nell’incontro clinico, con metodo e fiducia”. Si ricorda l’etimo di “fiducia” dal latino fido, con-fido e dal greco peido, peizo, che significa ho fiducia, ma anche “aprire l’animo, aprire l’orecchio”. Ancora citando Winnicott (1945) ha ricordato che un approccio scientifico ci permette di tollerare di non sapere e di non dovere inventare “bizzarre teorie per spiegare le lacune della conoscenza (…) e abbiamo cominciato a vivere da uomini di scienza se ci è toccato in sorte un maternage abbastanza buono nei primi momenti della vita”.
Andrea Scardovi, nella funzione di Chair, ha poi presentato i relatori della Tavola Rotonda a partire da tre vertici osservativi e di competenza molto diversi.
Apre la Tavola Rotonda il Professor Marzio Barbagli, Sociologo, Professore Emerito presso l’Università di Bologna, occupandosi dei cambiamenti sociali, culturali nella strutture delle famiglie. E’ stato consulente dell’Istat e del Ministero degli Interni.
Il Professore ha citato numerose ricerche su vasti campioni di popolazione nei paesi occidentali dell’Unione europea, da un lato considerando il rapporto fra fiducia e avvento del Covid, dall’altro indagando i vari tipi di fiducia nei confronti delle Istituzioni politiche, nelle scienze, tenendo conto anche delle variabili che riconducono alla prossemica (cioè la distanza che teniamo verso gli altri), al grado di intimità, fiducia, in base alla cultura del contatto o del non-contatto (tipica dei Paesi del Nord Europa). I risultati degli studi hanno evidenziato come, ad esempio, negli Stati come Italia, Polonia, Bulgaria, Spagna e Portogallo, nei quali la cultura del contatto è più diffusa si sia verificato un più alto tasso di mortalità.
Rispetto alla fiducia nelle Istituzione i dati hanno evidenziato una differenza fra il primo periodo del lock down fino ai primi mesi del 2020 e il secondo periodo: inizialmente, a fronte di una minaccia esterna, si è verificato un forte aumento della fiducia nei confronti dello Stato, un “stringersi intorno alla bandiera”, con un’adesione ai provvedimenti sanitari indicati, mentre dopo la primavera del 2020 la fiducia è calata significativamente, ad eccezione della Danimarca.
Il professor Barbagli ha sottolineato l’inserimento nelle ricerche del concetto di “capitale sociale”, cioè la presenza di reti e contatti che si basano su norme di reciprocità, e di quanto sia stato fondamentale nel periodo della pandemia, fino a risultare un fattore protettivo rispetto alla diffusione del Covid. I dati relativi al “capitale sociale” sono rimasti stabili, come a dire che alcuni aspetti delle relazioni sono più difficili da scalfire, mentre la fiducia verso le Istituzioni ha subìto delle oscillazioni nei vari periodi presi in considerazione.
Al termine del suo interessante intervento lo studioso ci invitato a ricordare quanto le paure e le proteste nei confronti della scienza e dei vaccini siano sempre esistite, come ad esempio nel 1910 quando il chinino veniva dato ai maiali per diffidenza e ci ha esortati ad avere uno sguardo meno ingenuo e una prospettiva più storica.

death the vaccinatorvaccinationIl secondo intervento è stato di Antonio Sgobba, filosofo, giornalista, redattore e conduttore della rubrica di Rai 3 Petrarca - Le parole della cultura.
Partendo dal titolo della Giornata si è chiesto se si possa parlare di crisi della fiducia e di smarrimento oppure se, partendo dalla propria formazione filosofica e dalla professione di giornalista, si possano considerare i cortei no green pass come l’esplosione di un movimento che viene da più lontano: una minoranza di persone che si è radicalizzata, diventando più rumorosa, anche per l’accesso ai social. A fronte della sfiducia nella Scienza questa frangia della popolazione si è rivolta altrove, verso fonti non Istituzionali considerate come più affidabili e credibili. A tal proposito ha citato anche una ricerca tratta dal suo libro nella quale si distinguono due tipi di fiducia: fra pari, alla base del capitale sociale e asimmetrica nei confronti di esperti ed Istituzioni. Nel periodo della pandemia il 63% del campione intervistato ha rivolto la fiducia alla categoria “uno come me”: ecco forse la chiave per capire come si è arrivati ai cortei di protesta, nel senso che ci si fida di chi si sente più simile.
Il relatore ha ripreso due importanti concetti coniati nel 2008 e nel 2011, in tempi ante-Covid, vale a dire “bolle epistemiche” e “camere dell’eco”, spesso erroneamente usati come sinonimi. Il primo fa riferimento al meccanismo per cui non ascoltiamo quello che dice qualcuno in una posizione diversa dalla nostra: non potendo ascoltare tutto e tutti scegliamo per somiglianza. Il modo in cui è costruito l’algoritmo dei social, ad esempio, si basa su questo, vale a dire che troviamo conferma delle nostre idee e pregiudizi. I social sembrano essere, ha aggiunto il giornalista Sgobba, più simile ad uno specchio che ad una finestra sul mondo e i meno consapevoli di ciò sembrano essere le fasce di età media.
Il secondo concetto riguarda la fiducia, nel senso che non ci fidiamo di chi la pensa diversamente da noi, fino ad arrivare a screditare attivamente (si veda l’opera dei negazionisti). Il relatore ha evidenziato che chi si trova in una “camera dell’eco” è come appartenesse ad una setta, quindi qualsiasi voce arrivi dall’esterno attiva, come in un rimbalzo, delle conferme rigide del proprio pensiero.
L’intervento è terminato con una citazione “la fiducia è uno stadio intermedio fra conoscenza ed ignoranza”, che comporta un’accettazione dell’impossibilità di arrivare ad una conoscenza definitiva. Cosa possono fare gli esperti per essere ritenuti più credibili? Recuperando una dimensione di comunità, comunicando in tono pacato, con umiltà, ragionevolezza, comunicando la verità, anche se non sembra essere sufficiente, in quanto come esseri umani possiamo accettare una quantità di verità limitata e “la verità ti rende libero, ma solo quando avrà finito con te”.
Ultimo intervento, ma non per importanza, è di Alessandra D'Agostino, PhD, Psicologa, Psicoterapeuta, Associanda SPI/IPA, ricercatrice in Psicologia Clinica presso l'Università degli Studi di Urbino.
La relatrice ha iniziato l’intervento citando un articolo di The Lancet (2020) nel quale si faceva appello alla psicoanalisi di intervenire in merito alla non-aderenza di massa ai consigli medici a seguito della pandemia da Covid e ad un diniego totale dei fatti medici (negazionismo). La sfiducia medica nasce molto prima del Covid e si può definire come la “tendenza a non fidarsi o guardare con sospetto i sistemi medici e il personale che si pensa rappresentino la cultura dominante di una data società”. Tale tendenza presenta dimensioni e sotto-dimensioni specifiche fra cui una risposta protettiva o difensiva al gruppo dominante al potere. La dottoressa D’Agostino ha riportato un episodio storico del 1984 ricordato come “Le teste finte di Modigliani/La beffa di Livorno”, nel quale ad un certo punto uno scherzo, dichiarato tale, diventa un fatto credibile. Per dirla con Kristeva, (2009) un “incredible need to believe”, come evidenziato dal boom di maghi e cartomanti nel periodo più drammatico della pandemia.
La fiducia si costruisce nel contesto della relazionalità primaria e citando Winnicott (1971) “il senso di sé si costruisce a partire da uno stato di non integrazione, non osservato e ricordato e perso finché non viene visto e rispecchiato da qualcuno di cui si ha fiducia e che dà senso a quella fiducia, rispondendo adeguatamente ai bisogni di dipendenza”(p.61). Si potrebbe aggiungere anche la necessità di una comunicazione sintonizzata e un contesto sociale benigno per sviluppare quella che Fonagy (2015), definisce “fiducia epistemica”, la capacità adattiva che consente di considerare l’altro come fonte autorevole e affidabile di conoscenza.
Per la relatrice la sfiducia odierna non è nata con il Covid, ma si presenta ogni volta emerga un pericolo per l’incolumità collettiva, anche se di specifico, in questa pandemia, dobbiamo sottolineare il ricorso al distanziamento sociale attivatore di modalità fobiche di funzionamento per salvaguardare l’incolumità personale e la potenza di comunicazione dei social come “camere dell’eco”.
Per concludere l’intervento Alessandra D’Agostino ha auspicato la possibilità di risignificare questo specifico trauma insieme ad un lavoro profondo “con la popolazione che agganci dinamiche emotive profonde più che logiche e razionali”, utilizzando un linguaggio comprensibile a tutte le fasce di popolazione.

L’interessante e vivace discussione al termine della Tavola Rotonda ha coinvolto i partecipanti, ancora un centinaio, e concluso i lavori di una stimolante giornata, grazie anche alla generosità dei relatori.

(*) Per i curricula dei relatori e i riferimenti bibliografici si rimanda al link
 http://www.cepsibo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=833&Itemid=800
(**) A. Scardovi “La Cura fra fede e conoscenza. Fedi deviate e compiacenza conoscitiva” in “Derive della Fede” a cura di L. Fattori e G. Vandi, Guaraldi, 2019, pp.61.

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