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  Attività culturali

Stefano Bolognini: FANTASIE SUL FUTURO DELL’ANIMA DI BOLOGNA

In: “BOLOGNA QUARANT’ANNI”, GEDI Editore, Torino.  Volume celebrativo dei 40 anni di “Repubblica – Bologna”.

In psicoanalisi si lavora per far emergere – aldilà delle difese - l’essenza interna delle persone, la loro soggettività, il loro sotterraneo stile relazionale, il loro vero idioma privato: le si aiuta ad essere sé stesse, ad uscire dalle identificazioni troppo invadenti e snaturanti con ciò che non sono, e far fiorire la loro autentica identità.   Per questo ci interessa la loro storia.

Questo può valere anche per le grandi comunità, con le loro atmosfere e il loro DNA storico, artistico e psicosociale; e quando si dice che certe città hanno un’anima, o che l’avevano e la stanno perdendo, si sente che in frasi così generiche può esserci del vero.

Bologna è stata per secoli una città agricolo-conservatrice, che però commerciava la seta in tutta Europa; da sempre crocevia obbligato tra il Nord e il Sud d’Italia, mantiene degnamente la più antica università del mondo, ospitando e formando studenti di varia provenienza; da qualche anno è diventata una méta turistica internazionale nuova e attraente; il suo “cinema in piazza” è un unicum mondiale; ed è accogliente come poche.

Come psicoanalista, ho segnalato già molti anni fa ai colleghi stranieri la realtà dei portici bolognesi come un equivalente concreto di quello che nel nostro campo si chiama “area transizionale”: area di passaggio ben vivibile tra Sé e Non-Sé, né casa né strada, area di scambio e di convivenza godibile senza invadere il privato ma anche senza sperdersi nell’indefinito.

Se Bologna fosse una persona, la definiremmo complessivamente “di buon carattere”: sembra che questa città, per atmosfere, stili plurisecolari di contatto e specificità storico-culturali, abbia sviluppato più di altre un quid d’ambiente, un enzima relazionale speciale, riconosciuto da molti fino allo stereotipo, che però ha del vero e che tende a facilitare la convivenza civile tra culture diverse.

Questa “democrazia interiore diffusa”, rispecchiata anche nella sua tradizione amministrativa, la si ritrova incarnata nella buona disposizione di fondo della sua gente: nella sua tolleranza, nella sua tradizione solidale e perfino nel suo umorismo, incline alla divertita ironia più che al sarcasmo tagliente.  Non a caso il Cardinal Lambertini (poi Papa Benedetto XIV) era nato proprio qui.

Così, per l’"anima bolognese" futura immaginerei una propensione atavica alla convivenza umanizzata e sostenibile, in cui tanto le voci dei nonni quanto quelle dei nuovi amici trovino armonicamente il loro spazio e il loro senso, senza vissuti di indegnità e senza ripudi incrociati.

Tutto bene, dunque? Un futuro esemplare, possibile modello per altre città meno connotate in questo senso?

No. Un’immagine così caratterizzata rischia alla lunga di nuocere a Bologna se si fissa in uno stereotipo di maniera, tale da reprimerne la capacità di percepirsi in modo realistico; rischia di esasperare la maschera di una bonomia troppo figée per essere vera fino in fondo, e di sottoporre a rimozione parte dei propri reali umori proprio per eccesso di investimento su questa immagine idealizzata.

Certo, è una maschera di successo, che può essere esibita e venduta con facilità, ma che rischia di rendere caricaturali e fittizie quelle buone qualità di fondo cui si accennava.

Lo spirito bolognese può senz’altro facilitare la convivenza civile tra generazioni e culture diverse: ma quella convivenza deve risultare civile, per l’appunto, e l’inclusività dovrebbe essere piena, egualitaria e facilitante per chi, chiedendo rispetto, ne dimostra a sua volta; non a prescindere, per ideologia o per autocelebrazione di facciata.

Saprà Bologna, nel suo futuro, proporre modelli di accoglienza e di integrazione autentici, equilibrati e sostenibili, che tengano conto del proprio Sé e dell’Altro da Sé in modo realistico, bilanciato e progressivo (cioè: non traumatico)?

Saprà dire anche qualche no, a scapito parziale della propria immagine idealizzata, se il presupposto civile viene meno?

Ci sono persone e comunità autocentrate che sono in grado di pensare solo a sé e non tollerano l’Altro, chiudendosi a riccio; ve ne sono altre, pervase di idealizzazioni accecanti, che annullano se stesse proiettandosi completamente nell’Altro da sé fino al masochismo e che sottovalutano le proprie reazioni profonde autoconservative; dalle quali rischiano di essere poi “ribaltate” clamorosamente - con loro stesso stupore - per le eruzioni vulcaniche del Sé più profondo, quando viene ignorato e compresso in nome di ideali insostenibili.  La vita richiede una continua, equa trattativa tra il Sé e l’Altro da Sé, altrimenti una delle due parti si ribella.

In analisi vediamo soggetti ritirati, diffidenti e chiusi al nuovo, concentrati solo su loro stessi; ne vediamo altri proiettati insostenibilmente aldilà del proprio vero Sé, sostituiti al loro interno da ideali narcisistico-onnipotenti che li inducono a dimenticare la loro reale identità e finitezza.  E’ una patologia del nostro tempo, l’idealizzazione narcisistica di sé che fa dimenticare i bisogni di base e i limiti del soggetto.

E’ auspicabile che il soggetto/città non si chiuda difensivamente in un mondo autoriferito, ma si apra alle relazioni e agli scambi in modo vivibile e creativo, senza eccessive illusioni irrealistiche da Falso Sé, altrimenti la comunità – come gli individui – entra in tensione e brucia troppe energie e risorse nel conflitto.     Serve una misura armonica, perché un insieme funzioni.

Ciò detto, io penso che il futuro di Bologna e della sua mentalità psicosociale possa davvero svilupparsi all’insegna di una generosa ma realistica sostenibilità nell’apertura al nuovo e all’Altro.

Me la prefiguro metaforicamente come una città di giovani che sapranno cavarsela bene con le lingue straniere, aperti allo scambio con nuove realtà, ma che non disdegneranno l’ascolto interiore dei loro tanti dialetti o linguaggi di origine (quando il loro sano preconscio soggettivo lo suggerirà!).

Giovani di provenienze diverse, ma accomunati da una acquisita capacità “bolognese” di carrellare in modo fluido tra le loro radici e gli scenari del futuro; liberi di imparare nuovi linguaggi umani e tecnici, ma aperti al ricordo colorito e umanizzante delle voci e dei modi dei loro predecessori, quando ritornassero alla mente.

Il che, noi analisti lo sappiamo, non avviene mai per caso.

 

 

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