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"Britt Marie è stata qui" di F. Backman (Mondadori, 2017) - Recensione di Daniela Federici

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“Con la divina prerogativa dei fanciulli
che prendono sul serio i loro giochi,
la meraviglia che è in noi la rovesciamo
sulle cose con cui giochiamo,
e ce ne lasciamo incantare. (…)
Le figure non sono inventate da noi,
sono un desiderio dei nostri stessi occhi.”
L. Pirandello I giganti della montagna

“Come si vive una vita?”, si chiede Britt Marie.
L’immaginazione è repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è, né è stato, né forse sarà ma che avrebbe potuto essere, scrive Calvino nelle Lezioni americane.
La protagonista di questo libro delizioso è una sessantenne che ama come una necessità che sia tutto pulito e ordinato intorno a lei, una normalità fatta di consuetudini e di un posto preciso per ogni cosa, fra liste che regolano ogni ambito e leggi implicite e indiscutibili su cosa sia presentabile e opportuno nelle varie circostanze.
La sua vita prende una piega del tutto inaspettata quando non riesce più a tenere in piedi la finzione con cui si è sempre nascosta i tradimenti del marito e decide di uscire di casa. Come svegliarsi d’un tratto con più vita alle spalle che davanti, senza sapere bene com’è potuto accadere, un’esistenza lasciata scorrere nell’inerzia di aspettative, delegando alla compostezza il senso del procedere.
“È difficile sapere chi si è quando si rimane soli dopo una vita spesa per qualcun altro.”

Nello spaesamento di come tornare a orientarsi, la guida una paura (si badi bene, non formula un desiderio): che la morte la colga da sola, senza nessuno che si accorga della sua scomparsa finché il cattivo odore non arriverà alla porta dei vicini. Per difendersi dalla triste eventualità foggiata dai suoi fantasmi, il suo imperativo diventa quello di trovare un lavoro, “perché quando si è necessari per qualcuno non si è mai soli.”

Così Britt Marie, che il marito definisce un’incompetente sociale, che ha sempre considerato la misura ideale della sua relazione con il mondo quel balcone di casa che le permetteva di ‘non stare sola senza costringerla a stare in compagnia’, dove accudiva per salvarle le piante abbandonate, affronta, con il suo rigore per le cose come dovrebbero andare, il disordine turbativo e imprevedibile di come invece vanno, calata nel contatto ravvicinato e sorprendente con la vita altrui e tutt’altri codici da imparare.
Spedita per un breve incarico in un paesino svuotato e demoralizzato dalla crisi economica, incontra un campionario di personaggi che a tratti ricorda l’estro di Pennac, fra adulti dagli orizzonti opacizzati e bambini lasciati a se stessi a tirar calci a un pallone.  
Ed è come se le circostanze e la disposizione a trasformarsi non attendessero altro che venirsi incontro.
“Come si fa se si è aspettata tutta la vita perché tutto avesse inizio?”

Una scrittura efficace e piacevole, condita di dialoghi dal ritmo spesso perfetto, ironici e commoventi, quasi musicali nell’andirivieni fra i pensieri del dentro e il riflesso con il fuori, nei suoi scarti straniti e amari, nelle illuminazioni esilaranti. Un dar voce arguto di una buona tessitura dei personaggi, un’umanità resa con attenzione alle sfumature e affettuosa leggerezza.

“È la premura che fa la differenza.”

Il candore e la limpidezza dello sguardo dei bambini ricordano a Britt Marie le “cose vive”, creature che come lei hanno bisogno di qualcuno che li veda. Ritrovare in loro la sorella perduta senza poterla salvare, come si salva una pianta che qualcuno ha rinunciato a far crescere, ritrovarsi come la ragazzina che sarebbe potuta essere se non si fosse persa anche lei con la sorella, caduta in labirinti di silenzio senza specchi vivificanti, come una brusca gelata invernale.

“L’inverno richiede che chi bagna la terra abbia fiducia nel fatto che ciò che sembra niente abbia in sé un grande potenziale.”

Viene in mente Green e il suo nominare nei quadri nevrotici l’esistenza di un principio speranza che attiene alla possibilità che l’oggetto faccia ritorno, uno spazio transizionale appunto, che non elide il legame e lo sfondo di un’organizzazione di senso.
Così può accadere che un incontro fecondo trasformi di pensieri nuovi il proprio camminare accanto a qualcuno che impara a conoscere il nostro passo e ci sorprende di partite inattese, dischiudendo possibilità che si era ormai disabituati a sognare, per ritrovare ancora palpitanti parti in animazione sospesa e un lascito ancora da spendere.

Un libro che diverte mentre fa pensare, fra figure sghembe e universali al tempo stesso. Perché chi non conosce la fatica di mettersi in gioco oltre i propri schemi consolidati e il desiderio di qualcuno che testimoni il nostro essere stati, di poter imprimere una traccia del nostro breve passaggio.

 

“La psicoterapia si svolge nella sovrapposizione di due aree di gioco,
quella del paziente e quella del terapeuta.
Se il terapeuta non è in grado di giocare allora non è adatto al lavoro.
Se il paziente non è in grado di giocare c’è bisogno di fare qualcosa
per metterlo in condizioni di diventarne capace.”
D. W. Winnicott Gioco e realtà

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