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"Il campo" di R. Seethaler (Neri Pozza, 2018) - Recensione di D. Federici

il campo

 

 

 

 

 

 

 

 

Nulla sappiamo di questo svanire
che non accade a noi.
Rilke

 

“C’è stato un tempo in cui il campo era un semplice fazzoletto di terra disseminato di pietre e ranuncoli velenosi, tanto che l’agricoltore cui apparteneva era stato felice di sbarazzarsene donandolo alla comunità. Ora, al riparo di un muro sgretolato e infestato di cespugli di sambuco tra cui cantano i merli, il campo ospita le tombe degli abitanti di Paulstadt.”

Questa la presentazione del luogo dove troviamo un uomo che siede sotto una betulla storta, su una panca fra le sepolture, testimone cui pare di udire le voci dei morti raccontare la loro storia.

Quando era giovane voleva ingannare il tempo, più tardi lo voleva fermare e adesso che era vecchio non c’era niente che desiderasse di più che recuperarlo.

Il passato ormai consisteva soltanto di immagini sbiadite, nomi e date che non si potevano più riempire di vita.

Se non per quei sussurri…

Seethaler è l’Autore de “Il tabaccaio di Vienna”, lo scrittore che ci ha fatto immaginare un Freud incanutito, già tormentato dal tumore, lo spirito indomito di garbata ironia e la passione per i sigari, le stanze della Berggasse nelle settimane della partenza per Londra, in una Vienna ormai infestata dal veleno delle delazioni e dai metodi della Gestapo.

Si vis vitam, para mortem.

“Il nostro destino non è di conoscere sentieri. Il nostro destino è di non conoscerli. Non veniamo al mondo per trovare risposte, ma per porre domande. Avanziamo a tentoni in una persistente oscurità, e solo con molta fortuna avvistiamo di tanto in tanto un lume che balugina in lontananza. E solo con molto coraggio o perseveranza o sventatezza, o anche con tutte queste cose insieme, riusciamo a lasciare un segno qua e là!”, così rispondeva Freud al giovane protagonista che gli chiedeva lumi sulle sue vicende amorose.

“Il campo” è una sorta di Spoon River, squarci di vita che stingono con le loro impronte di affetti, sogni, solitudini, sconfitte, fraintendimenti e finzioni, dignità perdute e fantasie di vendetta, rassegnazioni e speranze. Piccoli racconti di individui che si incontrano, si legano, incastrano bisogni, inciampano e vanno alla deriva o restano per mano come le buone circostanze.

Confidenze intime come quelle che si affiderebbero a un diario, a una stanza d’analisi.

Non riesco a dormire. Di notte mi vengono dei pensieri. Non sono pensieri belli. A volte mi sembra quasi che non siano nemmeno miei. Come se con il buio i pensieri arrivassero in volo da sopra i campi a farmi il nido dentro.

Vestigia del passato e traiettorie in giacenza, i resti sospesi e amari del non accaduto, la filigrana del destino. L’escamotage narrativo mostra le vicende da punti di vista diversi, aprendo risvolti e ribaltando le apparenze con quel che accade “sotto” mentre si è presi dai propri tormenti.

La verità non è nient’altro che un desiderio.

Un modo per raccontare la Storia che cambia sullo sfondo di un affresco di ordinaria umanità.

Morti violente precipitate d’inganno o attese a dare sollievo, cercate come una vertigine.

L’acqua è nera come il sangue del coniglio. È questa la cosa più bella. È nera e calma e profonda. Io so quanto è profonda. È così profonda che può ingoiare il sole. Il buio lo conosco. Il buio è caldo e brilla sui bordi.

Adesso lo so com’è. Ma non dirò niente. Raccontare della morte è vietato. La morte contiene la verità, però non la si può dire. Naturalmente è concesso mentire, ma io non lo farò. In ogni caso non è venuto a prendermi nessuno. Sono soltanto caduta dalla vita. Proprio come si cade dentro la vita, così si cade fuori. C’è un buco e lo devi trovare.

Un trasloco d’abitudini le trame della trascendenza che affiorano in quell’immaginarsi da fuori, da oltre un cammino concluso, potendo tirare bilanci e morali al proprio viaggio.

Ho cercato dietro i veli. Scostato anche l’ultimo velo, ho visto che dietro non c’è niente.

Pensare alla morte da vivi. Parlare della vita da morti. Che senso ha? Gli uni non capiscono niente degli altri. C’è qualche presentimento. Ci sono i ricordi. Tutta roba ingannevole.  

Il pensiero della morte è un pensiero che facciamo da vivi, e per Freud si da nell’impensabilità della nostra inesistenza. Non un’esperienza ma un sentimento di anticipazione come lo definisce Bauman, una morte parlata che non può prescindere dall’esperienza di continuità con la vita, come dire che quello che ci rappresentiamo riguardo la morte è ancora immaginazione, un simbolo, o la morte in terza persona, l’atrocità della perdita dell’altro. Le angosce di separazione sono quanto di più doloroso nell’umano, perché scoprono il nervo della nostra dipendenza, della solitudine e del frangersi della nostra onnipotenza.

Il vento soffiò sulle ceneri e io mi ritrovai in un turbine di ombre svolazzanti, come uno sciame di delicate farfalle nere.

Come leggere l’esistenza? Fato o destino? Fatum è ciò che è stato vaticinato, attribuibile a potenze trascendenti in modo inintenzionale e irrevocabile, la sensazione di essere determinati dagli eventi ed espropriati di libertà. Il destino è più legato a un’assunzione consapevole e intenzionale della propria sorte, la realizzazione della cifra personale di una potenzialità creativa.

Il segreto della vita, è che te ne devi interessare.

Aulagnier rileva il verdetto che colpisce l’Io fin dal suo apparire sulla scena psichica: l’individuo deve pensare il suo corpo, il suo statuto desiderante, la realtà di cui dovrà accettare le esigenze, in modo da proteggerli dal rischio di un disinvestimento di queste rappresentazioni, senza le quali né corpo, né oggetto, né realtà potrebbero avere per lui esistenza: essere parte di ciò che può pensare e grazie a ciò investire. Senza queste rappresentazioni l’Io si scoprirebbe spossessato dei punti di riferimento identificatori necessari per poter riconoscere e far riconoscere all’altro la sua qualità di esistente. Tutto andrebbe per il meglio se il soggetto non scoprisse poi che questa sua ricerca di piacere deve tener conto dell’Io degli altri, il cui desiderio si rivela autonomo e talvolta antinomico rispetto al suo e di quanto la realtà non sarà mai conforme alla rappresentazione che egli vorrebbe darsene. Così le fonti di piacere saranno contemporaneamente fonte di sofferenza.

Un campo di battaglia, insomma, dove nemmeno la morte è immaginata dare requie alle doglianze.

E tutti quelli che non avevano fatto gesti decisivi per elevare la loro vita, tutti quelli che temevano ed esaltavano l’impotenza, avevano tutti paura della morte per la sensazione che essa dava a una vita a cui non avevano preso parte. Non avevano vissuto abbastanza, non avevano mai vissuto. E la morte era come un gesto che priva per sempre dell’acqua un viandante che ha cercato invano di placare la sua sete.”(Camus, La morte felice)

Una lettura che richiama l’importanza che un reale senza mediazioni non operi come Medusa pietrificante.

Forse il tema della morte può trovare posto nella psicoanalisi in una dimensione più etica che esplicativa.

Un paziente, venuto in terapia con pensieri suicidari, commenta: “Anche il pensiero della morte ha un valore diverso quando si comincia a prendere consapevolezza di cosa significhi esistere”.

Questo è qualcosa di ciò che possiamo offrire. Non ci immunizza dalla vita né ci fa immortali, ma aiuta a rendere più responsabile il viaggio e forse, alla fine, meglio sostenibile il commiato.

Forse.

 

Aulagnier, P. (1982) “Condannato a investire”, trad. in: Notes per la psicoanalisi n.7, p. 93-118 (2016/2)

Bauman, Z. (1992) “Il teatro dell’immortalità” Il Mulino 1995

Bollas, C. (1989) Forze del destino, Borla 1991

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