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"Dimmi come va a finire" di Valeria Luiselli (La Nuova frontiera, 2017) - Recensione di Daniela Federici

DimmiComeVaAFinire

“La paura dei nostri bambini è una specie di entropia,
che destabilizza per sempre l’equilibrio molto fragile
del mondo adulto.”
V. Luiselli Archivio dei bambini perduti

Questo libro nasce come un reportage che documenta della crescente ondata di migranti minorenni che arrivano soli e senza documenti alla frontiera fra Messico e Stati Uniti. Vengono per lo più dal cosiddetto Triangolo Nord, Guatemala, Salvador e Honduras, dove oramai governano bande criminali organizzate come para-stati, che diffondono la metastasi della violenza protetti da un manto di invisibilità e impunità. Per provare a metterli in salvo, le famiglie affidano i bambini ai coyote, uomini pagati per accompagnarli fino al confine meridionale degli Stati Uniti, viaggi clandestini in fuga dagli sgherri del cartello della droga che li sequestra e schiavizza per la raccolta o per uso personale, fino alla Bestia, treni merci cui aggrapparsi cercando di non restare uccisi o feriti nel salirvi, o esserne sbalzati nei lunghi viaggi attraverso gli Stati del Sud, o colpiti dalle pietre che la gente tira loro dalle massicciate della ferrovia. Poi i coyote li abbandonano senza più responsabilità, la frontiera dovranno raggiungerla da soli, nascondendosi dai contrabbandieri e dai vigilantes che, esercitando il diritto costituzionale di portare armi, si sentono autorizzati a sparare contro le persone che cercano di attraversare il deserto verso gli USA, assassini per ragioni ideologiche o per puro divertimento. La zona che circonda il confine è un’enorme fossa comune.
Eppure continuano a rischiare.
“I bambini inseguono la vita, anche se quell’inseguimento può significare la morte. Forse è grazie al loro istinto di sopravvivenza che sono in grado di sopportare quasi tutto pur di arrivare dall’altra parte dell’orrore, qualunque cosa li aspetti lì.”
“Non è nemmeno il sogno americano quello che inseguono, piuttosto l’aspirazione ben più modesta di svegliarsi dall’incubo in cui sono nati.”
Quelli che arrivano alla frontiera messicana devono cercare il prima possibile di farsi mettere in stato di fermo dalla Migra, la polizia di frontiera, per iniziare le procedure legali per un qualche permesso che ne impedisca l’espulsione immediata, garantendo una sospensione che consenta loro la presa in carico da parte di un parente, a volte sconosciuto, altrimenti il destino dello stato di migrante clandestino non è peggiore di quello da cui sono fuggiti. Così finiscono nei frigoriferi, strutture detentive dove vengono trattenuti in condizioni spesso disumane.  
Con l’ondata migratoria eccezionale, si è decretata l’iscrizione prioritaria al ruolo delle cause dei minori nei tribunali dell’immigrazione, decisione ambigua che in realtà ha sveltito le procedure di espulsione, riducendo a sole 3 settimane (rispetto ai mesi precedenti) la finestra temporale in cui ogni bambino deve procacciarsi un avvocato che sostenga la sua difesa. Per i bambini messicani gli agenti di frontiera hanno la possibilità di immediata espulsione, senza dover neanche giustificare il provvedimento di “ritorno volontario”. Le associazioni che si sono riunite per fronteggiare la richiesta straordinaria di assistenza legale risentono di carenze d’organico e spesso, lavorando pro bono, intervengono solo sui casi che possono diventare cause rappresentative.
Valeria Luiselli è una documentarista, a sua volta migrante, in viaggio con la famiglia. La risonanza mediatica del fenomeno echeggia lungo il loro itinerario, fomenta ferocia connotandolo come una piaga biblica: “Faranno baccano, porteranno con sé il loro caos, le loro malattie, il loro sudiciume, la loro pelle scura. Offuscheranno i nostri bei panorami, riempiranno il futuro di presagi sinistri, riempiranno le nostre lingue di barbarismi.”
Cedimento del tessuto comunitario che diviene ‘immunitario’ di un Noi contro Loro, matrice di fondamentalismi senza più nessuna possibilità di venir considerati esseri umani.
“Removable aliens”, questo il gergo sinistro della legge sull’immigrazione, il medesimo termine di quell’Indian removal Act che confinò gli indiani nelle riserve.
Luiselli e il marito sono nonresident aliens, da anni nella spirale delle pratiche per ottenere una Green Card. La vicenda drammatica di quei bambini entra nel dialogo coi loro figli e contagia di paure il loro immaginario: Succederebbe anche a noi, mamma, se restassimo da soli?
L’interesse si tramuta in impegno e la documentarista si presenta al tribunale dell’immigrazione di New York, rispondendo all’aumentata richiesta di traduttori dallo spagnolo per raccogliere le testimonianze che decideranno il futuro di quei ragazzini.
Nell’edificio austero e labirintico come le procedure che vi si istituiscono, le viene messo in mano il questionario di quaranta domande da rivolgere rigorosamente a ogni immigrato, il gergo cinico che da forma agli spettri e alla disumanità. Si tratta di determinare se il bambino ha sufficienti motivi per chiedere asilo e se sarebbe a rischio di vita se rimpatriato.
Chi traduce fa da ponte fra i minori e il sistema giudiziario, anche trasponendo in una lingua da bambini l’assurdità dei quesiti che trasudano insensibilità e lo fa sapendo che il contenuto di quelle traduzioni determinerà l’esito delle udienze, che deve cercare risposte che siano in linea con il gradiente di orrore che la legge considera motivo sufficiente per offrire il diritto alla protezione: “Non riesco più a vedere il confine tra la traduzione dei fatti e la loro interpretazione”, scrive Luiselli.
Così per esempio se i bambini possono dimostrare di aver subito violenze o reati da parte di membri delle bande, si offre loro un permesso di rimanere in territorio americano a patto che testimonino e collaborino alla loro cattura, condizione di ospitalità che non manca di una certa dose di cinismo. La ganga, termine spagnolo con cui si indica la banda, è una delle poche parole che i più piccoli riconoscono in quelle domande e davanti alla quale spesso crollano terrorizzati.   
In stanzoni come piccoli campi profughi, con le panche allineate, Luiselli incontra figure spettrali e storie frammentate di violenze, persecuzioni e abbandono, schegge dell’inferno attraversato. A volte i bimbi sono così piccoli che mancano proprio le parole per raccontare. I più grandi possono restare muti a lungo di fronte alla richiesta di rivelare i nomi dei familiari per timore di ritorsioni. I parenti, magari migrati anni prima e che hanno mandato soldi per fare arrivare i figli, sono spesso persone senza documenti, così il ricongiungimento espone anche loro a un sistema che fin lì erano riusciti a eludere.
Il sogno americano che precipita in bocca all’incubo di nuovi muri.  
Un libro che sembra scritto con urgenza, sulla spinta dell’impegno civile, del bisogno di dar voce a chi ha ancora meno diritti di te. Trasmette il magone di una rabbia lucida, l’urto attonito che scuote dalle poche sicurezze conquistate senza farti più dormire i sonni placidi di chi ignora.
Una cronaca che non smette di interrogare su dove stia il confine fra la civiltà e un’efferatezza ineducabile.
Finché non si riconoscono le vere cause, sottolinea l’Autrice, il ruolo della guerra per la droga e il traffico d’armi dagli Stati Uniti come ciò che sta dietro a queste migrazioni di massa, non si potranno costruire le necessarie linee politiche per fronteggiarlo, invece di relegarlo difensivamente nel “fenomeno dell’emergenza emigranti” e liquidarlo come i clandestini da “rimuovere”.
“Dimmi come va a finire, mamma”, le chiede sua figlia.
A volte si inventa finali benevoli, in altri lascia sospeso, rispondendo che ancora non lo sa come andrà a finire.
“L’epoca in cui viviamo è davvero singolare. Ci rendiamo conto con sorpresa che il progresso ha stretto alleanza con la barbarie.” (Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteista: tre saggi)
Caduta l’illusione del crescere sottoforma di progresso, visto il fallimento della costrizione della moralità e la discesa agli inferi dell’umanesimo, come andrà a finire?
Perché la psicoanalisi ci ha mostrato il non essere padroni in casa nostra ma non per una fuga nella passività, perché ci insegna anche a respingere i disconoscimenti all’essere autore dei propri atti.
Luiselli, dopo questa esperienza di volontaria al Tribunale, viene chiamata a tenere un corso a giovani universitari e questa vicenda delle migrazioni diventa oggetto delle loro discussioni. La legge degli Stati uniti garantisce il diritto all’istruzione pubblica gratuita a tutti i bambini, indipendentemente dalla nazionalità e dal loro status migratorio, ma sono pochi quelli che lo sanno. E l’enorme affluenza di questi bambini ha costretto molti istituti a riorganizzarsi per accogliere i nuovi arrivati. Alcuni distretti scolastici hanno reagito inasprendo gli ostacoli per accedervi, prassi illegale. Così nel campus, fra ragazzi che provengono da varie etnie e spesso in condizioni di incertezza analoga, nascono confronti e un’organizzazione politica studentesca che inizia a mettere a disposizione corsi intensivi d’inglese e consulenze legali.
Come fare di frustrazione e impotenza un capitale politico.
La battaglia contro l’ineducabile non sarà mai vinta ma pare un buon esito, per un essere umano, quel che può contro l’inestinguibile barbarie: l’attitudine a significare.

 

 

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