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“Io Khaled vendo uomini e sono innocente” di F. Mannocchi - Recensione di D. Federici

io Khaled vendo uomini e sono innocente

“Il non soffrirne, l’accettare l’eclissi della parola, era un sintomo infausto:

segnalava l’approssimarsi dell’indifferenza definitiva.”

P.Levi

 

 

 

 

 

 

 

Khaled è un trentenne libico che ha partecipato alla deposizione di Gheddafi, rivoluzione che ha tradito i suoi sogni di uno stato nuovo, lasciando allo sbando un paese incapace di governarsi, campo di battaglia delle lotte fratricide del Medio Oriente, fra guerre religiose e appetiti sulle fonti d’energia del territorio. In una Libia stretta nella morsa della corruzione e del malaffare diffuso, fra strade dove ancora comanda il fucile e la legge del più forte, Khaled ha scelto da che parte stare: è diventato un trafficante di esseri umani, quelli che pagano per salire sui barconi in fuga verso l’Europa.

Francesca Mannocchi è una giornalista e documentarista che molto ha raccontato su quelle terre e sugli scenari che stanno dietro il commercio dei migranti. In questo libro offre voce a un insolito anello della catena tragica delle migrazioni, che dai confini del sud porta ai centri di detenzione libici (legali e illegali) bambini, donne e uomini, ammassati, torturati, stuprati, derubati e in attesa di nuovi denari per pagarsi al meglio il rischio di morire.

Levi scriveva che solo una retorica schematica può sostenere che lo spazio che separa le vittime dai persecutori sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi e patetiche, che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana con spirito meno torbido.

Khaled sembra una di queste figure. In aperta contestazione con un padre che si è asservito ai cambi al potere, all’ombra orgogliosa di un fratello maggiore martire per la causa della rivoluzione (che lo ha preservato dal compromettersi con la vera violenza, la stessa contro cui combattevano), Khaled si pretende accosto ai giusti, pagando il prezzo di chi rimane a sostenere le contraddizioni della propria terra ma senza nessuna speranza di cambiarla, finendo col farsi ingranaggio di un sistema che si perpetua. Così sceglie di svolgere il lavoro sporco forte di un codice “morale”, sentendosi più onesto di chi si ricicla nei posti di governo.

Un racconto in prima persona che tratteggia un paese nel caos e fa emergere lo smercio dei migranti come il vero oro della Libia, l’olio che fa girare la macchina. Le manovre politiche, la propaganda e le mistificazioni, le delegazioni umanitarie e i ministri in visita quando i troppi cadaveri che tornano gonfi d’acqua sulle spiagge sollevano critiche: tutti a fare la loro parte sul pezzo di verità cui possono stare davanti. Mentre gli scafisti si adattano alle disposizioni che cambiano, continuando a contendersi le zone di traffico e i gruppi etnici più remunerativi. Perché ci sarà sempre qualcuno che ha bisogno di fuggire, e con frontiere sempre più militarizzate il mare rimane il passaggio obbligato, ormai trasformato in un sudario d’acqua che dà in pasto ai nostri fondali esseri umani senza più diritti né nome.

Se questo lavoro è stato per l’Autrice un’occasione di narrare da un altro punto di vista – certo più scioccante – le migrazioni e se questo può contribuire a costruire coscienze meno miopi e strumenti più affinati di pensiero e magari di intervento sui molti tasselli di una realtà complessa, è da apprezzare l’effetto. In un tempo storico in cui si tende a rivolgersi molto alla “pancia” della massa, ben vengano tentativi per far salire fino al pensiero quel pugno allo stomaco. Certo lo sguardo del protagonista e l’articolazione delle sue ragioni entro la cornice di un sistema mafioso consolidato, che affonda le radici fin dalle colonizzazioni e rovescia la matrice dei torti nella notte dei tempi, in un’indefinitezza che finisce con il rendere ugualmente vittime anche gli aguzzini, presta il fianco.

Sappiamo quanto l’operazione di sfumare i confini fra bene e male fino a confonderli, se da una parte consente di riflettere senza gli alibi di facili manicheismi, dall’altra bordeggia sempre con il rischio di un indistinto dove non resta traccia di una minima responsabilità personale. Malattia morale sinistra.

Che Khaled significhi “immortale” induce a domandarsi se con la scelta del nome l’Autrice volesse simbolizzare un presente cui manca una coniugazione del futuro fuori da questi scenari.

Certo un uomo che si proclama innocente ma è raffigurato (in copertina) da mani che si coprono il viso non sembra poco. Nel libro non mancano echi dei meccanismi fin troppo noti della disumanizzazione, di quanto occorra ‘far fuori’ per proteggersi da un naufragio anche dentro di sé, dalle riemersioni di un rimosso che fallisce l’esilio dentro ciascuno di noi di fronte al genocidio che si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Khaled racconta quanto all’inizio volesse ascoltare le storie per comprendere le ragioni di quelle fughe, le trame dei sogni aggrappati a quelle traversate, ma poi aveva finito con lo stufarsi della pretesa di ogni dolore e tragedia di essere unica e più grande di tutte le altre.

Questa dissoluzione del legame con l’altro richiama il pensiero della Zaltzman sulla costruzione giuridica del “crimine contro l’umanità”, la cui istituzione è stata importante per evidenziare l’iscrizione, nell’economia dello psichismo individuale e della psiche collettiva, di un rapporto essenziale, affettivo e morale con la propria specie, un’evoluzione per la concezione che l’uomo ha di sé. Viene enunciato il diritto di ognuno a non essere messo in condizioni che ricadano fuori dell’umano, considerando un reato esecrabile specifico ciò che vi attenta, rescindendo un contratto di appartenenza alla medesima specie. Ma considerare “inumano” il crimine svela l’aporia e la nostra difficoltà a definire il male, riconoscendolo – ci piaccia o no – come parte dell’umano, ben lontani da una visione ideale e sacralizzata.

Zaltzman, N. (2007) Lo spirito del male, Borla 2011

 

 

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