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"Bambini in ospedale: un approccio psicoanalitico" di Franco D’Alberton (Franco Angeli, 2018) - a cura di Laura Ravaioli

Bambini in ospedale

Forse nessuno scrittore scriverebbe senza immaginare, più o meno consapevolmente, almeno un potenziale lettore, una persona che potrebbe apprezzare il proprio lavoro. Il lettore a sua volta rinnova il legame con lo scrittore per entrare in sintonia con parti di sé che risuonano con quanto legge. Anche per il lettore, vi è un bisogno di essere letto dal libro, di trovare un ascolto per emozioni a cui lo scrittore ha consentito di assumere una forma. Scrivere e leggere sembrano avere alla base un comune bisogno di essere ascoltati.”

F. D’Alberton, pag.230

Ad attirare la mia attenzione verso questo libro, oltre alla stima verso Franco D’Alberton, è stato il fatto di condividere con il collega gli spazi dell’ospedale, giocando “fuori casa” (pag.16) rispetto ai nostri studi, intesi sia logisticamente come ambulatori sia come formazione specialistica.

A mano a mano che procedevo nell’appassionante lettura mi accorgevo di quanto gli approcci psicoanalitici a bambini e adulti sfumino nella loro specificità di fronte alla malattia, che comporta per tutti i soggetti coinvolti, familiari compresi, una profonda regressione. Psicologi, medici e operatori sanitari si trovano a confrontarsi sia con bambini reali sia con quelle parti infantili, spaventate ed impotenti riattivate all’interno dell’adulto. Un bell’esempio ci viene fornito in una delle vignette cliniche, di cui l’autore è generoso e che impreziosiscono il lavoro: in un colloquio con un piccolo paziente e i suoi genitori avviene un cambiamento - come se ad un tratto il riflettore dell’attenzione si sia spostato illuminando la madre ed il suo trauma: “Sposta la sedia e si mette fra me e il bambino, con un cambio di prospettiva che la colloca in primo piano; non sembra essere più il genitore che parla di suo figlio ma che una parte infantile della mamma sia entrata in gioco e chieda di essere ascoltata” (pag. 61).

Il primo capitolo affronta gli elementi terapeutici aspecifici, “patrimonio comune di ogni professionalità sanitaria e che caratterizzano ogni intervento che si rivolga a un altro essere umano e che tenda ad accudirlo come persona” (pag. 31) e sembra volere rispondere alla domanda: cosa abbiamo in comune con le altre professioni sanitarie? Mi è parso un ottimo inizio, specialmente in un contesto sociale che privilegia l’iper-specialismo, le divisioni e le differenze, anche piccolissime, attorno a cui si costruiscono impalcature narcisistiche che impediscono un reale confronto e una crescita.

Invece il libro mostra i benefici di un atteggiamento umile e paziente, la saggezza del saper attendere che è una qualità squisitamente analitica, e l’importanza di un gruppo di lavoro multiprofessionale affinché il medico possa gestire il proprio dolore (pag. 94) ma soprattutto la responsabilità della comunicazione della diagnosi e della terapia al paziente ed ai familiari.

Così’ gli atteggiamenti e le comunicazioni verbali, al pari di altri strumenti come bisturi e farmaci, sono valorizzate nella loro funzione ma sottolineate anche nella loro pericolosità. Vanno maneggiate con cura, pensate e dosate: “le parole che vengono dette all’interno dei tanti scambi che un medico o uno psicologo ha nel corso della giornata, per quello specifico interlocutore rappresentano responsi definitivi, scolpiti sulla pietra di un’emotività sofferente, che si mantengono inalterati anche a distanza di anni, un ricordo che non sbiadisce” (pag. 41) e che poi l’autore riprenderà parlando anche di diagnosi e di nuove tecnologie in quanto oggigiorno “la potenza degli strumenti tecnici di cui disponiamo non è accompagnata da un adeguamento degli strumenti necessari per valutare il modo di comunicare con gli interessati” (pag. 98).

Lungo tutto il libro viene data particolare attenzione alla relazione medico-paziente o terapeuta-paziente, “che si svolge all’interno di un sottile gioco di aspettative sulla persona e sull’istituzione di cui fa parte che non possono venir date per scontate” (pag. 41). Tra i fattori aspecifici D’Alberton include gli spazi interstiziali come i fornelli elettrici nei cucinotti dei reparti e gli spazi di passaggio dell’ospedale pediatrico, tra cui quello in cui si trova la statua della Madonna con bambino, di cui apre una riflessione sul significato di raccoglimento intimo, oltre che religioso, e comunque, sempre, luoghi d’incontro con l’altro, o con l’altro dentro di sé.

In un gioco di rimandi reciproci la lettura di significati nelle sedute cliniche ci riporta a ipotesi teoriche, che spaziano dalla psicoanalisi più “classica” (mai direi, “ortodossa”) alle teorizzazioni più recenti di neuropsicoanalisi. Ecco allora trovare posto tra le pagine di questo libro la funzione dello scudo protettivo di Sigmund Freud, Eugenio Gaddini e le sue “fantasie nel corpo” e “fantasie sul corpo”, Donald Winnicott e le sue riflessioni sull’intelletto, che quando eccessivo diventa elemento di disturbo nell’equilibrio psiche-soma, Wilfred Bion e le teorizzazioni sul funzionamento gruppale, Antonino Ferro e le sue metafore culinarie, Dina Vallino con il metodo della consultazione partecipata, Selma Fraiberg e i fantasmi nella culla, Cramer e Palacio Espasa sulla consultazione breve genitori-bambino, Haydee Faimberg sul telescoping delle generazioni e Mauro Mancia sull’inconscio non rimosso.

Quest’ultimo autore è ripreso nell’importante riconoscimento della dignità del dolore nel bambino; le ultime acquisizioni scientifiche che riconoscono alle esperienze somatopsichiche precoci la capacità di rimanere inscritte nella memoria (appunto l’inconscio non rimosso ) ci porta all’ipotesi psicoanalitica applicata al sociale per cui proverbi come “piangere fa gli occhi belli” o la credenza popolare che i bambini non ricordino il dolore siano necessari alla società per “esorcizzare la difficoltà di stare a contatto con il dolore e l’angoscia nei bimbi” (pag. 59).

In alcune situazioni raccontate nel libro, tra cui la consultazione con famiglie con figli con varianze della differenziazione sessuale o i primi gruppi di preadolescenti con diabete insulinodipendente, i pazienti e i loro genitori si devono misurare con malattie croniche che richiedono un lavoro di elaborazione del lutto e un adattamento alle aspettative di vita limitate dalla prospettiva di persistenza del disturbo: in questi casi è lo stesso concetto di guarigione che deve essere rimesso in discussione, per adottare una più realistica gestione della cronicità. In altre situazioni, come nei disturbi somatici che non trovano un’adeguata spiegazione dal punto di vista organico, il corpo diventa invece il depositario di un conflitto irrisolto o di un’assenza di pensiero.

La strada da percorrere però con il paziente ed i familiari sembra essere analoga e parte da una grande e amorevole attenzione alle manifestazioni corporee oltre che alle parole- come nel paziente di cui è annotata la pelle d’oca. E quando il corpo torna ad essere abitato di emozioni e consapevolezza, e non più “corpo estraneo” (pg.15), se il disturbo funzionale trova una risoluzione, anche il disturbo organico migliora da un punto di vista sintomatologico perché non più aggravato da angosce impensabili e indicibili, che aleggiano all’interno e attorno al paziente, e peggiorate dalla struttura sanitaria e sociale quando mantiene la segretezza nell’interesse del paziente (pag. 188).

Il linguaggio è ricchissimo di metafore. Per i colleghi appassionati di sport acquatici, D’Alberton paragona il lavoro dello psicoanalista a quello del palombaro “che deve al rispetto delle regole e della tecnica la possibilità di rimanere in vita esplorando fondali anche di notevole profondità. Invece, da un punto di vista psicologico, in ospedale l’attività assomiglia più a quella del surfista che, grazie ad una tecnica appresa, è in grado di cavalcare le onde e arrivare comunque alla battigia” (pag. 26). Questa capacità di padroneggiare diverse esperienze è indice di quell’apertura mentale che permette allo psicoanalista di mettersi nei panni di pazienti molto diversi da se stesso e tra loro - e di cambiare d’abito diverse volte al giorno.

Ma è ai pazienti, di cui D’Alberton ci racconta, che ci si affeziona: Daniele, Giorgia, Jenny ed i loro genitori, come il ritornello della canzone “il cielo d’Irlanda” ci accompagneranno anche dopo la chiusura dell’ultima pagina.

Assieme a questi “Bambini in Ospedale…” tutti gli operatori sanitari- medici, psicologi, infermieri e i volontari (pag. 209, 222) - si trovano a misurarsi con la propria parte bambina e sono chiamati ad avere cura della propria disillusione infantile rispetto a guarigioni talvolta impossibili, a regole che richiedono setting terapeutici elastici in cui è necessario ogni volta ritrovare un equilibrio: Franco D’Alberton, con questa sua testimonianza e con le sue riflessioni, sagge ma trasmesse con parole semplici e chiare, mai veramente “povere” (pag. 29), insieme ai suoi pazienti prende per mano anche noi, e ci sentiamo meno soli

 

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