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"Fratelli d'anima" Di David Diop (Neri Pozza, 2019) - Recensione a cura di Daniela Federici

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“Non facciamo niente di strano se lottiamo semplicemente

perché non vogliamo essere sterminati o resi schiavi.”

Dal luogo delle origini  Winnicott

Nelle trincee francesi i fucilieri senegalesi sono temuti dai nemici perché considerati selvaggi e cannibali. Prima di ogni assalto il capitano Armand ricorda loro che sono i più coraggiosi e l’orgoglio della Francia, così si mettono in faccia gli occhi da indemoniati e sbucano dal ventre della terra con il fucile e il machete.

Alfa Ndiaye ha seguito il suo “più che fratello” Mademba Diop ad arruolarsi per diventare cittadino francese, così da poter tornare al villaggio con le possibilità di un’esistenza agiata. Vite mandate al macello nel commercio assurdo della guerra, dove perfino da morti si vale la pensione da lasciare alle mogli.

Quando Mademba viene squartato dalla baionetta del nemico dagli occhi azzurri, con le budella di fuori, supplica Alfa di dargli il colpo di grazia. Il giovane, imprigionato dai dettami delle voci degli antichi, resta accanto alla sua agonia senza riuscire a “recidere il filo spinato della sua sofferenza”.

Diop ha il dono di una scrittura potente a calare il lettore nell’addiaccio zuppo delle trincee, nell’odore di paura e morte degli assalti, nel fango freddo di quella guerra corpo a corpo dove l’incontro-scontro di umanità è ancora presenza ravvicinata. Guardiamo quegli squarci di terra nera di sangue dagli occhi di Alfa, dalla narrazione dura e suggestiva del suo flusso di coscienza, mentre stretto alla mano dell’amico che muore, narra il travaglio dei pensieri a dirimere un nuovo senso da dare alle cose. “Forse per salvarmi l’anima, forse per restare quello che coloro che mi hanno allevato hanno voluto che fossi davanti a Dio e davanti agli uomini”. Alfa scopre come la guerra rovesci l’umanità e tutto ciò che conosceva come giusto. È il racconto di una frattura: “il dentro della mia mente era di fuori”, una ragione che si spalanca all’urto di ogni occorrenza. Sciolto ogni legame, scivola nell’impensabile.

Si può approdare a un assetto schizoparanoide per ricompattare il sé quando è in pericolo. Come le lucertole, si può sacrificare una parte per salvare il resto.

La crudeltà non è più una commedia per lui: “inumano per scelta.”Alfa prende a strisciare ogni sera verso le trincee nemiche, cattura un soldato, gli apre il ventre e attende nei suoi occhi la supplica di essere ucciso. La vendetta come un rito con cui cerca di recuperare il gesto mancato con l’amico: spegne quelle agonie per “ritrovata umanità”, un sacrificio che ha l’ombra del sacro.

Sulle prime i compagni ne fanno un eroe, contenti che faccia “in loro vece la parte del selvaggio esagerato”, che il nemico abbia paura di loro, così da dimenticare la loro stessa paura.

“In guerra la follia temporanea è sorella del coraggio”ma dare l’impressione di essere pazzi sempre fa spavento. A ogni mano amputata che Alfa riporta, gli sguardi dei compagni lo tramutano da folle in stregone, cominciano a evitarlo, a considerarlo un dëmmche si nutre di interiora, un tabù portatore di morte. “L’essere umano cerca sempre responsabilità: hanno bisogno di credere che non sia la guerra a rischiare di ucciderli ma il malocchio.”

Ma Alfa è preso dal suo bisogno di capire e di mettere insieme i pezzi: “dopo che ho deciso di pensare per conto mio, di non vietarmi nulla in fatto di pensiero”, attraversa i labirinti della colpa, dei guasti che non si possono sanare.

“Così è la guerra: quando Dio è in ritardo sulla musica degli uomini, quando non riesce a sciogliere i fili di troppi destini in un colpo solo.”

La follia che semina il terrore fra i commilitoni diventa occasione per spedirlo nelle retrovie.

Nei tempi rallentati della cura, per lui che non comprende la lingua, dal gioco dell’ombra e della luce fa uscire i disegni delle figure care che il medico legge come il racconto della sua storia. Una pietas della memoria.

Così apprendiamo di un bambino che guarda partire la madre, cercando un senso alle nostalgie e alle sorti dei grandi. Di Mademba che lo accoglie nella sua casa e di un’amicizia che allenta il morso del dolore e riempie il dirupo dell’assenza materna.

“Lo so, l’ho capito che il ricordo di mia madre paralizzava tutta la superficie della mia mente, dura come il carapace di una tartaruga. Lo so, l’ho capito che sotto quel carapace c’era solo il vuoto dell’attesa. Il posto del sapere era già occupato. Solo quando è morto Mademba la mia mente si è aperta per lasciarmi osservare che cosa si nascondeva dentro.”

Può disegnare anche le mani che aveva portato con sé, mummificate, in fondo a un baule. Ormai se n’è liberato, perché erano la furia, la vendetta, la follia della guerra. E la cura lava dalle brutture della guerra.

“Finché non è morto, l’uomo non ha finito di essere creato.”

“Sono il prigioniero e la sua guardia. Sono l’albero e il seme da cui è nato. Sono il padre e il figlio. Sono l’assassino e il giudice. Sono la semina e il raccolto. Sono la notte e il giorno. Sono il fuoco e il bosco che ne viene divorato. Sono l’innocente e il colpevole. Sono l’inizio e la fine. Sono il creatore e il distruttore. Sono duplice.”

Il finale è cupamente sospeso fra la possibilità di una redenzione e il deragliamento.

Come se la storia infilasse una botola. Ogni libro ha qualche “necessità” di dirsi che può aver bisogno di penombra. C’è nella scrittura di Diop uno sguardo molto intimo e crudo; colpisce, fra le altre cose, che anche Mademba si chiami Diop. Come un incipit che inviti ad avere riguardo.

È una storia nascosta nella storia che chiude il racconto. Solo per chi la trova.

 

Vedi anche in Spiweb, Sezione Dossier:

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