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Report - Giornata di studio: Rotture del setting (a cura di Simona Pesce)

Usciti dal Centro Psicoanalitico di Bologna, Sabato 18 maggio, dopo aver assistito alla giornata di chiusura delle attività per esterni del Centro, intensa è stata la sensazione di aver partecipato a una parte di quell’esperienza unica e intima che ancora la conoscenza psicoanalitica garantisce.

La giornata ha concluso il discorso teorico e clinico sul setting apertosi al CepsiBo a Novembre con la giornata dedicata alle invarianti del setting e alle sue estensioni, per poi arrivare, in quest’occasione, alla descrizione delle Rotture del Setting. Le ricche relazioni della Dott.ssa Guerrini degl’Innocenti di Firenze e della Dott.ssa Ruggiero di Bologna hanno mostrato come l’arte psicoanalitica si sviluppi grazie all’intrecciarsi di teoria e onesta pratica clinica.

Il Dott.Rossi, presidente del CepsiBo, ha aperto i lavori chiarendo l’ampia gamma di situazioni che possono portare a rotture del setting, dalle più fortuite alle episodiche e momentanee, più o meno gravi. In ognuna di queste situazioni vi è quel superamento dei confini dati dal setting, che pur conducendo in un mare piuttosto indefinito, va riferito al fatto che in ogni situazione l’assetto dato sia infranto sia in termini concettuali sia in termini di funzionalità. Secondo il Dott. Rossi la riflessione sull’effetto del superamento dei confini verso la funzionalità al trattamento si è sfumata, anche a seguito dello spostamento della prospettiva analitica verso temi più relazionali, portando a una attenuazione della rigidità della tecnica. Il Dott. Rossi illustra due possibili polarità: una più continuista all’interno della quale l’irregolarità può portare maggior chiarezza sull’andamento della relazione e una polarità opposta portatrice della visione più normativa del setting. In questa prospettiva s’instaura il tema della giornata di sabato. Rossi ricorda un passaggio della relazione del Dott. Jacobs, presentata al Dialogo internazionale del CepsiBo, nel quale l’autore NewYorkese aveva parlato di un’indagine personale fatta sui ricordi che gli analizzandi conservano della propria analisi. Da questa indagine risultava che il ricordo ricade maggiormente su quei momenti estemporanei al rigore del setting, volendo aprire una riflessione sulla complessità dei nostri sistemi di apprendimento.

La Dott.ssa Guerrini degl’Innocenti, analista di training della SPI, ha aperto la sua relazione partendo dalla definizione di quei funzionamenti psichici che necessitano di un particolare lavoro nella strutturazione del setting o per meglio dire dei “diversi setting predisposti in itinere” nel corso del lavoro terapeutico. All’interno dell’ambito psicoanalitico francofono, la cui paternità è da riferire a Green, si è coniata la definizione di Stato limite, che la relatrice mette in rapporto alla definizione di stampo anglo-sassone del Disturbo Borderline di Personalità.

Le caratteristiche che accomunano le due categorie sono da ricercare nel concetto di complessità che presuppone l’accettazione della contraddizione e che, come scrive l’autrice, si può “forse dire che borderline/al limite è un termine che ha a che fare con la spinta della mente a funzionare all’ “orlo del caos”, tra creazione e distruzione, ordine e disordine, stabilità e turbolenza”. La Dott.ssa Guerrini ci ricorda la fondamentale differenza tra rigidità e rigore del setting, riportando le parole di Luciana Nissim che riguardano il pericolo di utilizzare la rigidità come difesa dell’analista dal contatto emotivo con il paziente al posto della ricerca di un auspicabile rigore che permetta la continuità dei confini spazio temporali così preziosi per il funzionamento della coppia analitica. Il tema della demarcazione di confini spazio-temporali è ripreso sottolineandone le funzioni di garante della rappresentabilità, esso offre infatti la possibilità di creare uno spazio pre-rappresentazionale così necessario, come scrive Anna Ferruta, per quei pazienti gravi che solo all’interno di tale dispositivo possono far emergere elementi mentali dal potenziale onirico e quindi trasformativo. La relatrice ci ricorda quanto a volte una trasgressione del setting possa offrire alla coppia analitica una possibilità rielaborativa proprio perché permette il presentarsi d’irruzioni dall’inconscio. La Dott.ssa Guerrini prosegue il discorso con una riflessione sul lavoro di Winnicott (1954) sulla funzione della regressione. In questo lavoro Winnicott chiarisce come il paziente debba trovarsi in condizioni ambientali particolari per poter tornare ad “un luogo da cui partire per poter operare”. In questo senso si delinea una visione del setting come luogo limite che permetta al paziente di iniziare a sperimentare quel tipo di ambiente che avrebbe dovuto essere all’origine della vita psichica ma che non gli è stato possibile sperimentare, che è: “un non luogo dove è confuso e in costante movimento, dove la temporalità è sospesa, dove non c’è differenza fra sé e non sé, fra sé e l’altro, fra prima e dopo, in un pericoloso oscillare fra il rischio che il campo analitico venga risucchiato dal caos e che al contrario perda per sempre qualunque capacità trasformativa insterilendosi in una ritualità senza uscita” (Guerrini degl’Innocenti, 2017).

La ricchezza dei contenuti clinici, di rara onestà e profondità, ci ha mostrato come a volte sia necessario costituire setting successivi per permettere alla coppia analitica di sopravvivere fino al punto estremo di dover interrompere il corso dell’analisi. Sono state descritte situazioni in cui non si è avuta solo l’alterazione del ritmo del lavoro analitico ma anche l’introduzione di terze persone nella gestione della cura, come colleghi psichiatri.

La ricca discussione con la sala ha riconfermato l’importanza, nelle modifiche del setting, di un lavoro elaborativo alla base delle scelte fatte. Tali scelte spesso seguono l’esigenza etica di mantenere una terapeuticità minacciata da un aspetto della patologia dell’analizzando che investe la relazione di transfert in modo da impedirne qualunque trasformazione. In questo modo la variazione del setting mantiene la sua fondamentale funzione di protezione della relazione terapeutica oltre che di protezione dell’analista e dell’analizzando.

Questo stesso tema fondante, il setting come protezione della funzione analitica, apre la relazione della Dott.ssa Ruggiero. La relatrice mette al centro della sua riflessione teorica la preziosa e profonda connessione tra costituzione del setting e etica dell’analista, riprendendo un discorso molto caro al Dott. Romano (2015). L’Etica analitica non è quindi solo la capacità di limitare il proprio libero arbitrio, ma è soprattutto l’etica della responsabilità verso il mantenimento della funzione analitica della mente, quella condizione necessaria per riuscire a pensare al senso di quello che continuamente accade all’interno di una relazione terapeutica, per il paziente e per il suo sviluppo psichico autonomo. 

Il setting, come scrive la Dott.ssa Ruggiero, analista con funzioni di training SPI con profonda esperienza di relazioni terapeutiche con adolescenti e pazienti al Limite, è sempre quel terzo che “garantisce un’asimmetria nella relazione terapeutica garantendo una condizione di sicurezza e instaurando uno spazio di pensiero potenziale”. Partendo dalla fertile immagine di una micro-mobilità continua tipica di una tecnica ciclistica detta surplace, nella quale si riesce a rimanere fermi e in equilibrio su due ruote proprio grazie a un continuo assestamento del movimento, la relatrice ci porta direttamente nell’attività mentale interna continua dell’analista.

Riprendendo un discorso di Correale, la Dott.ssa Ruggiero definisce la differenza tra variazioni del setting, che sono dei parziali adattamenti dell’analista ai bisogni del paziente e le violazioni del setting che avvengono “quando l’analista utilizza consciamente o inconsciamente il paziente per soddisfare un proprio moto pulsionale”. Se la violazione del setting rimanda sempre al narcisismo dell’analista e alle sue versioni patologiche, l’adattamento dell’analista alle richieste del paziente è un processo lungo e complesso che porta a una scelta mai impulsiva in cui si deve “pensare ogni volta al senso che ha sia per il paziente che per l’analista accettare o respingere una determinata richiesta, in un determinato momento, in un determinato contesto”, confermando l’atteggiamento etico richiamato poc’anzi. La relazione continua affrontando la difficile distinzione, fatta da diversi autori, tra necessaria presa in carico dei bisogni del paziente a sostegno del suo senso del Sé, e prudenza nella soddisfazione dei suoi desideri non sempre utile alla crescita, così come è sempre prudente contenere con fermezza le pretese narcisistiche dei pazienti spesso intrise di elementi perversi che tendono a negare l’esistenza dell’oggetto.

La relatrice ci riporta all’atteggiamento professionale definito da Winnicott (1960) come quella precondizione dell'operare analitico che non si può realizzare fuori dai limiti imposti dal setting, “il risultato del lavoro che egli fa con l’intelletto”, e che, con i pazienti nevrotici, gli costa “uno sforzo mentale lieve ma avvertibile” mentre ne comporta “uno sensibilmente maggiore” con quelli gravi. È il setting che permette questa neutralità e non una presunta o assunta qualità della persona-analista, che qualora venga ipotizzata sta sempre dentro un’area di auto-idealizzazione estremamente pericolosa. Utile e fertile è il paragone che la relatrice fa tra il racconto letterario del romanzo “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan e una violazione del setting. Nel romanzo citato la vicenda accade perché la giudice, protagonista della storia, spinta da proprie mancanze affettive ricerca un incontro con il suo assistito al di fuori del setting professionale del tribunale. Questa violazione travolge la protagonista portandola ad abbandonare la neutralità necessaria alla sua funzione di giudice e trasformandola in una salvatrice/distruttrice del suo assistito, sviluppando in lui una dipendenza morbosa. L’epilogo del romanzo è la scelta del giudice di espellere il ragazzo dalla propria vita provocando in lui una reazione drammatica.

Anche Donnet (2018), ci ricorda la Ruggiero, ha connesso l’etica della cura alla neutralità analitica. La neutralità pone l’analista nella difficile condizione di saper sostenere il conflitto tra soggetto e funzione del soggetto stesso. Lo scarto tra il soggetto e la sua funzione “contiene una profonda dimensione etica intrinseca, che viene messa alla prova dalle sollecitazioni interne dell’analista, la cui elaborazione dovrebbe avvenire, almeno fino a un certo punto, nel mondo interno dell’analista, “al riparo di una facciata”.

Anche la riflessione clinica della Dott.ssa Ruggiero ci presenta il continuo necessario lavoro interno dell’analista per arrivare a una variazione del setting analitico. Il motivo profondo della rottura del setting in questa situazione clinica si potrebbe sintetizzare con le parole della Dott.ssa Ruggiero: “un figlio può crescere fin dove un genitore gli permette di crescere” e così accade anche al nostro lavoro analitico che riesce a promuovere una crescita emotiva fino al punto in cui è permesso dalle possibilità evolutive dell’analizzando per quella specifica coppia analitica.

La Dott.ssa Masina, segretaria scientifica del Centro Bolognese conclude i lavori della giornata parlando di come l’elemento sorpresa possa a volte creare una rottura fortuita, intendendo che ciò che sorprende è sempre già presente pur essendo pronto per emergere solo in quel determinato momento. Le rotture, ci ricorda Masina, possono essere elaborate solo grazie alla tenuta complessiva della cornice, interna ed esterna. Il lavoro analitico ha un ritmo di continuità e discontinuità necessario per permettere di arrivare all'esperienza primaria e per ripetere quell’alternanza tra fusione e separazione così preziosa per la vita psichica. Questo ritmo analitico non è invariabile, come in natura, e può avere delle imprevedibilità, delle turbolenze interne che, come ci è stato mostrato oggi, possono diventare veri e propri accadimenti parlanti.

 

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