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Recensione: “Parlami di te” di Mimram (a cura di C. Ghetti e M. Martelli)

Il film “Parlami di te” è tratto dall’autobiografia “J’etais un homme pressè”, in cui il manager della Peugeot-Citroen, Christian Streiff, racconta la sua storia traumatica. L’ispirazione “reale” rinforza il filo di amarezza che si intreccia con lo stile narrativo leggero del racconto.

Il rapporto tra dolore e comicità è stato lungamente esplorato nel teatro e, in generale, nella cultura.

Pirandello definisce l’umorismo “l’avvertimento del contrario”, che genera divertimento nel contrasto tra realtà e apparenza. Per esempio, una vecchia signora, imbellettata e vestita con abiti giovanili, crea ilarità. L’umorismo, “il sentimento del contrario”, permette di immaginare la sofferenza della vecchia signora, alla ricerca dell’amore perduto del marito, mescolando divertimento e compassione.

In quanto al “comico”, secondo Carmelo Bene (1998), non va mai confuso con la commedia o con il “buffo”, che sono “ammiccanti, intrattengono la gente, sono schifosamente sociali e socievoli”. Vogliono essere trasgressivi e sono consolatori, mentre  il “comico” è l’opposto: “Quanto di più asociale e libertino possa concepire. Il comico è cianuro. Si libera nel corpo del tragico, lo cadaverizza e lo sfinisce in un ghigno sospeso”.

Scriveva Georges Walinsky, giornalista del giornale satirico Charlie Hebdo ucciso nel 2015: “L’humor è il cammino più breve tra un uomo e l’altro.”

Il regista di “Parlami di te” non sembra lasciare “un ghigno sospeso”, ma piuttosto ammiccare al pubblico, senza, peraltro, un’eccessiva compiacenza.

Come psicoanalisti ci interroghiamo sulla memoria del trauma, talvolta ricordato e contattabile, nel conscio o preconscio, talaltra dimenticato o negato, incistato nell’inconscio non rimosso, non simbolizzato o imprigionato nella carne, rumore sordo e senza nome.

Due sono le tematiche principali del film: il percorso di cambiamento del protagonista, che recupera il contatto con il suo mondo interno e fa esperienza di intimità; il nascere della relazione tra una figlia e un genitore “ritrovato”.

Alain è il manager di una multinazionale dell’automobile, brillante e creativo, arrogante e capace di “asfaltare”, in nome della propria idea vincente, chiunque trovi sulla propria strada, senza alcuna considerazione o ascolto.

Alain è davvero “sordo”, più della sua governante che porta l’apparecchio acustico. Chiuso alle richieste di contatto della figlia e all’ascolto del proprio corpo, di cui ignora cocciutamente i segnali di sofferenza ingravescenti, viene colpito da un ictus cerebrale, i cui danni vengono limitati grazie al tempestivo accompagnamento in ospedale da parte del suo attento autista. Rimane lesa la funzione di produzione del linguaggio, che lo rende incapace di comunicare e quindi di raggiungere gli altri, specularmente a come si è reso da tempo irraggiungibile lui.

L’incapacità di Alain di ascoltare il proprio dolore è ben rappresentata da una camera della sua abitazione che, chiusa e dimenticata, contiene oggetti e fotografie che parlano di una donna, probabilmente la sua compagna venuta a mancare.

La morte è scotomizzata, non lo riguarda, come non lo riguardano i bisogni del suo corpo: “Mi riposerò quando sarò morto” sostiene. Negando la paura della morte, è attraverso il confronto con la propria disabilità che è costretto a prendere contatto con ciò che sembra essere completamente fuori dalle sue capacità percettive.

Questo avviene attraverso un lungo percorso, che parte con l’intolleranza rispetto all’ambiente ospedaliero e alla logopedia, sottovalutati come tediosa perdita di tempo, così come privi di interesse sente gli incontri con l’ortofonista e l’infermiere che di lui si prendono cura. Inizia a collaborare solo quando ne comprende la necessità per riuscire a presentare al pubblico il nuovo prodotto aziendale. Sebbene anche in quel momento chieda aiuto rifiutando la dipendenza (dettando lui tempi e luoghi della cura), inizia delicatamente a farsi strada, attraverso la cura del corpo e della parola ad opera dei due giovani professionisti, la possibilità di contatto umano, anche se non ancora di vero ascolto. A questo Alain arriva solo quando viene licenziato, subendo lo stesso trattamento che era solito infliggere lui agli altri.

La ferita narcisistica prima, e il sentimento di colpa poi, lo conducono a prendere contatto con il dolore proprio e altrui, e solo allora, soffrendo quel dolore, può ricostruire e ritrovare il senso nell’esperienza che sta vivendo, assieme ed un nuovo sentimento di sé.

Questa capacità di soffrire il dolore, nel senso suggerito da Bion (1973), gli permetterà di sperimentare una ri-alfabetizzazione della grammatica degli affetti, ora intellegibili e comunicabili. Il verbo “to suffer” contiene, oltre al significato di provare dolore, anche quello di consentire, permettere (Britton 1994), come sembra accadere ad Alain che, attraverso il dolore, sia consentito il fluire della sensibilità emotiva. Questo promuove una nuova sensibilità etica, che permette l’affiorare della gratitudine in un uomo che si vantava di non ringraziare mai, e mette in moto istanze riparative.

Dopo aver aiutato la giovane ortofonista, Alain tenta un riavvicinamento con la figlia anticipandola nel cammino di Santiago che desidera percorrere.

Il viaggio come metafora di una evoluzione psichica non è una rappresentazione particolarmente originale, ma è sempre evocativa, tanto più se si tratta di un viaggio a piedi, zaino in spalla.

Trovare nuova forma nei propri pensieri e sentimenti richiede tempo e pazienza, ascolto e attenzione dello sguardo, come suggeriscono gli stupendi panorami, i voli dei falchi e lo scroscio delle acque. I canali di contatto che si sono aperti gli permettono di vedere ciò che gli era invisibile, tanto da accorgersi di un cerbiatto preso nel gorgo di un torrente e non resistere all’impulso di cercare di salvarlo, in uno slancio empatico, forse riparazione delle tante ottuse assenze come padre.

Nel viaggio verso Compostela il regista sviluppa la relazione tra Alain e il suo cane Sesamo. Esso è una presenza silenziosa e paziente, sempre disponibile ad adattarsi all’umore del padrone, che riesce a coglierne la muta domanda di condivisione e arriva ad accoglierlo nel sacco a pelo durante i bivacchi notturni. Sesamo non è antropomorfizzato, ma esprime la sua identità canina, poiché il cane, come osserva Bolognini (2008), “è abituato da migliaia di anni a co-costruire e condividere con noi un’area interpsichica di base”. In modo semplice e diretto Sesamo comunica con Alain, riattivando in lui il senso della condivisione pacifica e affettuosa attraverso contatti non verbali, fatti di sguardi e di leccate.

Il film propone anche animali (gallina e coniglio) che, blanditi e coccolati, vengono poi uccisi e cucinati. C’è forse qui un accenno alla complessità delle relazioni e ai suoi contenuti ambivalenti, rispetto a cui ciascuno dei protagonisti tenta l’integrazione della posizione depressiva.

Protagoniste sono anche due giovani donne, ciascuna con un vissuto di abbandono.

La prima è la figlia di Alain, Julie, orfana di madre, cui Alain non ha mai dato attenzione., anzi, la svaluta mentre lei fa di tutto per farsi apprezzare. Quando però Alain, disorientato dalla propria amnesia, non riesce ad arrivare ad assistere ad una prova importante per la carriera della figlia, lei stessa rinuncia, seppure ferita, consapevole di star forzando se stessa pur di compiacere il padre ed essere da lui amata. Julie comprende che il padre non possedeva gli strumenti psichici necessari per elaborare dolori e sentimenti, per cui aveva evitato la loro intimità. Indebolito dalla malattia, il padre riconosce ora il suo limite e la cerca per ritrovarla, gettando le basi per creare una relazione.

La seconda è Jeanne, la giovane ortofonista che si prende cura di Alain. Anche lei è senza una madre, che l’ha abbandonata, e Alain la aiuta a cercarla: il ritrovato numero telefonico risulta essere “non più attivo”, metafora di un legame interrotto. La conseguente fragilità di Jeanne le fa temere relazioni affettive calde, come quella che le offre il giovane infermiere Vincent. Il suo tenersi a distanza, ricercando dolcezza nel cibo, è frutto del dolore di quel primo abbandono, non del tutto riparato, nonostante i genitori adottivi rappresentino un modello positivo, nel loro starle vicino con un incoraggiamento delicato e rispettoso della sua libertà.

Nella cura di Alain, dopo l’iniziale bisogno di sentirsi riconosciuta e rispettata, un po’ come la figlia, riesce a imparare con lui a personalizzare il percorso terapeutico, andando incontro al paziente in modo più morbido.

Vincent è forse il personaggio più positivo del film. Attraverso il gioco, che ricrea uno spazio transizionale, riesce a riattivare la capacità relazionale interrotta di Alain e Jeanne, due personaggi “bloccati”: spingendo il primo in una rocambolesca corsa per i corridoi dell’ospedale, su una sedia a rotelle immaginata automobile, e portando Jeanne in giro sul suo skateboard, li induce a rimettersi in gioco affettivamente.

I titoli di coda del film ripropongono proprio il tema del gioco usando il linguaggio disfasico, riconoscendogli un valore: il trauma attuale, l’ictus e le sue conseguenze, diviene occasione di guarigione di relazioni, ferite in precedenza, richiamando la tecnica giapponese del kintsugi, per cui le linee di frattura di una porcellana diventano “cicatrici d’oro”.

Bene C., Dotto C. (1998). Vita di Carmelo Bene. Milano, Bompiani.

Bolognini S. (2008). Passaggi segreti. Torino, Bollati Boringhieri, 2008.

Bion W. R. (1970). Attenzione ed interpretazione. Roma, Armando, 1973.

Britton R. (1994). Book review: guilty and depression by Leon Grinberg, Int. J. Psychoanal, 75, 621-623.

Pirandello L. (2004). L’umorismo. Milano, Garzanti

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