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  Attività culturali

“Una malattia da scoprire” ?

Leggo sotto questo titolo sull’ultimo numero di “Le Scienze” (Maggio 2019) edizione italiana di  Scientific American, un lungo articolo, tutto dedicato a una inutile disquisizione intorno alla malattia maniacale: se e quanto sia bipolare (e cioè accompagnata dalla sua controparte depressiva) e quante volte esente da questa e perciò “monopolare”; e giù statistiche epidemiologiche da mezzo mondo, per risolvere inutilmente un non-problema: una psichiatria competente dovrà comunque occuparsene. Si può dimostrare quanto sia inessenziale questa discussione, solo che si consideri che la malattia maniaco-depressiva, come continuiamo a nominarla da questa parte dell’Atlantico, è sempre bipolare, anche quando questo o quello dei due poli, come talora accade, si trovi rimosso e relegato nell’inconscio e perciò sottratto alla immediata visibilità clinica. Di qui l’apparente monopolarità.

Una lettura psicoanalitica - se e quando possibile - potrebbe dimostrare in maniera persuasiva che questa patologia si può presentare alternando nel tempo modalità bipolari e modalità monopolari (in ogni caso il paziente in eccitamento maniacale non ha vera memoria della precedente stagione depressiva, e lo stesso paziente, ora depresso, non ha vera memoria della precedente euforia): come due gemelli che abitassero alternativamente nella stessa casa, e quando l’uno entra l’altro esce frettolosamente, non si sanno riconoscere. La metafora serve ad illustrare la scissione dell’Io, per effetto della quale la parte che ha il potere condanna all’esilio la parte perdente: un colpo di stato dell’animo, si licet parva componere magnis. Con linguaggio psicodinamico: la parte cosciente, alleata del SuperEgo, rimuove la controparte, re-legandola nell’inconscio e questa, prima o poi, ripeterà la scena a parti invertite.

Giustamente si parla qui di una condizione squilibrata: la metafora della bilancia (bi-lancia = due piatti) può tornarci utile, tanto più che ne siamo autorizzati da molte figure che vengono di lì: immaginiamo perciò che il braccio oscillante che porta alle estremità i due piatti, venga spezzato nel mezzo, proprio sopra il cuneo: ciascuno dei due piatti, non più contrappesato dal suo opposto, peserà infinito; “smisurata” l’angoscia di qua, e “smisurata” l’allegria di là: la misura (mensura, opera di una mente cosciente) è messa temporaneamente fuori uso. Fortunatamente il destino del nostro paziente  è pochissimo dipendente dalla nomenclatura diagnostica dell’orgia nosografica dei D.S.M di importazione americana (Manuali Diagnostico-Statistici: siamo al quinto della dinastia, ciascuno con  alcune centinaia di voci).

Se la patologia è la Scienza dei mali, che si ripetono uguali da persona a persona, e la clinica  è l’ arte  di  inclinarsi all’unicità irripetibile di ogni essere umano, simile a tutti  ma solo a sé stesso identico (e perciò legittimo titolare anche  di mistero) allora Il signor Rossi o la Signora Bianchi, convocati dallo psicoanalista a collaborare alla terapia, avrebbero il diritto di non essere confusi in una folla anonimamente nosografata: il patologo può anche operare sopra; lo psicoanalista opera con.  Interpretare qui vuol dire allora indurre al dialogo le parti scisse, garantendone la reciproca significazione finallora impedita: dall’inconscio alla co-scienza, cum scientia, dove quel cum, complemento di compagnia, promette di esonerare la psicopatologia dalla solitudine a cui fu da sempre condannata. Perciò di un’altra mania non si sente proprio il bisogno...

G. Zucchini

Maggio ’19

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