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  Attività culturali

"Nessuno esca piangendo" di Marta Verna (Utet, 2016) - recensione di Daniela Federici

nessunoEscaPiangendo
 

"Caterina non esiste. È la figlia che stiamo aspettando da molto tempo. Abbiamo deciso che sarà femmina perché solo una donna può farsi tanto desiderare."

Nato come diario per metabolizzare un periodo critico della propria vita, questo memoir ha la struttura di un dialogo interiore, dove la scrittura si palesa come modo privilegiato di mettere in ordine i pensieri, le parole sentite meno dolorose del silenzio.
E nel racconto di un desiderio di maternità che si tramuta in ossessione, ce n’è molti di silenzi.
Quello intimo intorno alla condivisione di un progetto lascia spazio al silenzio della distanza che si apre come una crepa nel rapporto di coppia, sullo sfondo dei penosi linguaggi dei consulti, del calvario delle cure, delle altalene strazianti di illusioni e disillusioni. Poco alla volta le frasi sbagliate, le condanne mute, la torsione dei sentimenti oltre ciò che non si era mai immaginato di pensare, la delega del dolore, la morsa della solitudine, lo spargersi di cocci che non si riesce più a rimettere insieme, dell’amore che non vince su tutto.
La vita si svuota di significato e il sogno si ammala senza riuscire a trasformarsi, "vittima di una corte dei miracoli che promette ma non sa se può mantenere".
"Quanto si impara quando si diventa pazienti, quanto si capisce l’importanza di dosare ogni parola, ogni gesto che si compie davanti a chi in quel momento dipende completamente da te."

Marta Verna questo lo sapeva già, perché è un medico in oncologia pediatrica.
Questo suo taccuino intimo intreccia la sua vicenda personale e le vite dei bimbi di cui si occupa ogni giorno, lo sgomento e la forza dei loro genitori, le rivelazioni che sbocciano da esistenze infragilite dall’impensabile.
Un bisbiglio delicato e commovente di storie, trattate con garbo e meraviglia. Deliziosi spaccati di coraggio e speranza, sul valore fondamentale del prendersi cura, che ci fa ricordare una volta di più come "più difficile della morte, sia il tempo che ci separa dalla morte, il senso da dare al nostro tempo finché c’è, come starci."

Un medico attento ed esperto, che sa "accompagnare i genitori a cambiare il loro obiettivo, dalla guarigione alla qualità di ogni singolo minuto di vita del loro bambino", che sa sostenere e insegnare come stare "di fronte all’orrore e al vuoto del non c’è più nulla da fare."
Una donna che si scopre impreparata "alla semplice eppure tragica consapevolezza che le cose, a volte, non vanno come avremmo voluto".
"Divenni adulta, un minuto dopo aver perso tutto."

Una storia onesta, che racconta il reclinarsi del lutto, il dolore della perdita che può sospingere nella mutilazione melanconica o trascinarsi fuori dalla palude, trasformandosi.   
Sono "due orizzonti ostili" la malattia infantile e l’infertilità, mettono a nudo intimità che più di altre ci fanno fare i conti con i lutti e la forza del desiderio di vita, ma soprattutto del bisogno, piccoli e adulti, di raccontarsi storie per contenere il dolore e curarlo.

"Questa storia racconta di Caterina, che ancora non c’è, e di tutte le Caterine che già ci sono. Dice di un’assenza e di molte presenze che cercano uno spazio sicuro dove convivere dentro di me. Dice dell’infelicità, ma anche della meraviglia in essa contenuta. È il racconto della personale e ostinata ricerca di un senso al nostro nascere per morire."

Viene in mente la Fedora di Calvino, la città invisibile nel cui museo sono conservate le sfere contenenti i modellini delle Fedora ideali, che mentre si costruiva non era già più quella; così ogni sfera riproduce ciò che Fedora sarebbe potuta essere, un suo futuro possibile.
Nella mappa di ciò che siamo, custodiamo vestigia del passato e orizzonti d’attesa, ciò che del presente non è e tuttavia con cui pensiamo il futuro.

 

Daniela Federici

Giugno 2018

 

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