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Report - seminario di Mirella Galeota “Il bambino e possibili espressioni del dolore non vissuto”

Lo scorso 17 marzo ha avuto luogo presso il Centro Psicoanalitico di Bologna il secondo seminario del ciclo “Infanzia, Adolescenza, Genitorialità”.
La Dott.ssa Galeota, Neuropsichiatra infantile e Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, ha introdotto la sua presentazione rievocando le tappe del processo maturativo e l'importanza delle relazioni precoci madre-bambino. Lo ha fatto attraverso le parole di alcuni psicoanalisti come Winnicott, E. Gaddini, Helen Deutsch, Tonia Cancrini. Per quest'ultima sono importanti "i primi momenti dello sviluppo e la relazione madre-bambino ed  essenziale è in particolare la funzione della mente della madre nel primo rapporto con il bambino. La madre infatti non solo può sentire affettivamente i bisogni del suo piccolo, ma può comprenderli e dar loro un senso, aiutando così il bambino a esprimere sempre di più quello che prova".
Secondo Eugenio Gaddini la formazione del primo spazio interno, quello che metterà le basi per la strutturazione del Sé, è il risultato delle prime esperienze che il bambino fa attraverso la relazione con l'altro.
Da qui la creazione di uno spazio transizionale che "aiuta l'individuo a tollerare la distanza attraverso un ponte rappresentato da un oggetto transizionale che evoca l'oggetto ma non è l'oggetto".
Attraverso l’esperienza di una madre sufficientemente buona e/o con un terapeuta che consenta di rivisitare tale esperienza o di farla forse per la prima volta, il bambino e/o il paziente sono in grado di sentirsi al sicuro nel movimento dalla totale dipendenza all’autonomia, dalla non differenziazione alla separatezza, dalla sensazione all’emozione.
La Dott.ssa Galeota riferisce che molti bambini che vengono portati nel suo servizio di neuropsichiatria a 18 mesi, a 3 anni o anche a 10 mesi, con l'ipotesi diagnostica di un disturbo dello spettro autistico, hanno effettivamente un problema di comunicazione, ma se viene fatta una buona anamnesi, se si polarizza l'attenzione sulle madri e su che cosa è successo prima e durante la gravidanza e dopo il parto, nel 70% dei casi ci si imbatte in madri che, molto dolorosamente, si rendono conto che hanno delle difficoltà ad avere a che fare con i bambini, non ce la fanno a prendersi cura di loro. La relatrice porta alcuni esempi in cui la consapevolezza che viene maturando all'interno di una consultazione approfondita, consente di rivitalizzare, di rianimare la relazione tra la madre e il bambino.
A proposito della possibilità di manifestare dolore Galeota cita H. Deutsch che sottolinea come "l'atteggiamento apparentemente insensibile o l’indifferenza che i bambini mostrano così spesso dinanzi a gravi perdite, anche lutti di persone care, sia da attribuire all’Io del bambino non ancora così sviluppato da poter tollerare la tensione e che perciò utilizza qualche meccanismo di autoprotezione narcisistica al fine di aggirare il processo"
La difesa estrema è la mancanza dell'affetto e il dolore non espresso troverà il modo di manifestarsi nel corpo o negli agiti. L'impossibilità di entrare in contatto col dolore può trasformarsi in una rabbia incontrollabile, come si vede nei bambini esposti alla conflittualità genitoriale che li mette in uno stato di disorganizzazione emotiva, di inconsistenza del Sé.
Galeota si chiede: "Ma un bambino e poi l’adolescente come può vivere ed esprimere il dolore di avvertire di non avere un posto nella mente dell’altro? Su quale contenitore potrà proiettare angosce annichilenti perché possano essere restituite bonificate in modo da generare un pensiero indipendente, libero? … Un bambino e poi un adolescente che ha a che fare fin dall’inizio con maltrattamenti e abbandoni, in una parola con un dolore annichilente perché incomprensibile, porterà con sé non solo un dolore impensabile ma anche la “colpa” di non essere stato abbastanza adeguato da meritare l’amore dell’oggetto... Per poter crescere ci vuole una mente che contenga l’esperienza di chi sta crescendo: perciò la risposta materna alla comunicazione delle emozioni da parte del bambino è fondamentale.”.
L'osservazione diretta dei bambini e il lavoro clinico con bambini e genitori basati sull'approccio psicoanalitico, consentono di articolare la relazione di cura e la comprensione delle diverse situazioni psicopatologiche che spesso si sviluppano da un dolore non visto, non accolto e non compreso empaticamente.
Gli interventi del pubblico sono stati numerosi. Alcuni hanno lamentato come in questi ultimi anni si siano fatte strada modalità più sbrigative di affrontare le difficoltà evolutive: è cambiato il modo di ascoltare le madri e raccogliere anamnesi accurate che consentano di dare spazio a loro e alla storia della loro relazione col bambino.
Ciò che viene sempre di più offerto è parlare del sintomo del bambino e arrivare a una diagnosi che classifica il bambino all'interno di contenitore uguale per tutti, mentre una buona consultazione, aperta all'ascolto, lascerebbe emergere contenuti la cui comprensione facilita la risoluzione di molte situazioni difficili.
E' stato ribadito il fatto che è sempre più difficile mantenere alta l'attenzione sulle relazioni precoci madre-bambino, relazioni che rendono unico ogni bambino, mentre protocolli rassicuranti assimilano i casi a una classificazione standardizzata per cui si rischia di perdere di vista l'unicità di ogni persona.
Ancora, è stata sottolineata l'importanza di poter incontrare sempre entrambi i genitori per non lasciare le madri da sole ad affrontare il peso delle difficoltà ed avere in questo modo più risorse su cui poter contare per capire la situazione.
E' stata sottolineata la naturale complessità dell'intervento madre-bambino per cui è necessario che il terapeuta possa tollerare una certa quota di ansia che deriva dal dover gestire situazioni molto complicate, con aspetti che possono sfuggire. Naturalmente è più facile fare delle operazioni di scissione, prendere in considerazione solo l'aspetto sintomatico evidente e suggerire soluzioni immediate: se il bambino non parla si consiglia una riabilitazione del linguaggio, se si muove male, una riabilitazione motoria.
La relatrice ha dichiarato la sua profonda fiducia nel metodo psicoanalitico e nel suo personale approccio con l'altro. “Si tratta di stabilire una relazione e per fare questo mi dispongo a riflettere e a fare l'anamnesi per la quale io ci metto un sacco di tempo anche all'interno di una struttura pubblica. Quando mi sono laureata in medicina, mi hanno detto che il 70% della diagnosi si fa sull'anamnesi. Adesso c'è maggiore fretta, ma io ho fiducia che si possa stabilire una relazione e che attraverso la relazione io posso comprendere delle cose per cercare di farle comprendere anche agli altri”.
Capita di osservare situazioni nelle quali l'interazione madre-bambino, nei primi mesi di vita, ha difficoltà ad instaurarsi, non si sviluppa uno scambio. Allora è necessario poter stabilire una certa intimità per poter far emergere ciò che angustia la madre, a volte fatti traumatici antichi o recenti, non ancora elaborati, che possono in qualche modo congelare la sua capacità di relazionarsi col bambino. Si tratta di contenuti dolorosi che non potrebbero emergere se non si dedica attenzione ed interesse nell'entrare in relazione con le persone. A volte, eventi traumatici, vissuti nei genitori o addirittura nei nonni, hanno ripercussioni nelle relazioni precoci delle generazioni successive.
Secondo la relatrice c'è poca attenzione al tema della depressione post partum anche con riferimento alle madri che non sono propriamente in questa situazione ma che al momento della grossa separazione dal bambino si sentono completamente deprivate, demotivate, e così accade che la madre e il bambino rimangano completamente soli.
Si può cercare di dare un significato attraverso le parole a quello che è accaduto però bisogna poterlo far emergere attraverso un ascolto attento. Si tratta di sostare, fermarsi a pensare, perché questo fornisce uno spazio di pensiero a chi ci sta di fronte per potersi sentire compreso. A volte la fretta serve per evitare di coinvolgersi profondamente con il paziente.
Non è detto che tutti i pazienti debbano poi fare una psicoterapia, anche perché spesso una consultazione ben condotta rimette in moto le competenze genitoriali e il processo di sviluppo.
In uno degli interventi è stato detto che sarebbe importante poter rinnovare i servizi educativi per i bambini da zero a tre anni e aiutare le educatrici dei nidi a comunicare con i genitori in una maniera più approfondita, non limitandosi a segnalare gli aspetti primari del funzionamento del bambino. Purtroppo, molto spesso, i genitori sono distratti dall'uso delle moderne tecnologie e questo fa sì che la mente se ne vada altrove: si osservano madri che allattano guardando

Lo scorso 17 marzo ha avuto luogo presso il Centro Psicoanalitico di Bologna il secondo seminario del ciclo “Infanzia, Adolescenza, Genitorialità”.
La Dott.ssa Galeota, Neuropsichiatra infantile e Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, ha introdotto la sua presentazione rievocando le tappe del processo maturativo e l'importanza delle relazioni precoci madre-bambino. Lo ha fatto attraverso le parole di alcuni psicoanalisti come Winnicott, E. Gaddini, Helen Deutsch, Tonia Cancrini. Per quest'ultima sono importanti "i primi momenti dello sviluppo e la relazione madre-bambino ed  essenziale è in particolare la funzione della mente della madre nel primo rapporto con il bambino. La madre infatti non solo può sentire affettivamente i bisogni del suo piccolo, ma può comprenderli e dar loro un senso, aiutando così il bambino a esprimere sempre di più quello che prova".
Secondo Eugenio Gaddini la formazione del primo spazio interno, quello che metterà le basi per la strutturazione del Sé, è il risultato delle prime esperienze che il bambino fa attraverso la relazione con l'altro.
Da qui la creazione di uno spazio transizionale che "aiuta l'individuo a tollerare la distanza attraverso un ponte rappresentato da un oggetto transizionale che evoca l'oggetto ma non è l'oggetto".
Attraverso l’esperienza di una madre sufficientemente buona e/o con un terapeuta che consenta di rivisitare tale esperienza o di farla forse per la prima volta, il bambino e/o il paziente sono in grado di sentirsi al sicuro nel movimento dalla totale dipendenza all’autonomia, dalla non differenziazione alla separatezza, dalla sensazione all’emozione.
La Dott.ssa Galeota riferisce che molti bambini che vengono portati nel suo servizio di neuropsichiatria a 18 mesi, a 3 anni o anche a 10 mesi, con l'ipotesi diagnostica di un disturbo dello spettro autistico, hanno effettivamente un problema di comunicazione, ma se viene fatta una buona anamnesi, se si polarizza l'attenzione sulle madri e su che cosa è successo prima e durante la gravidanza e dopo il parto, nel 70% dei casi ci si imbatte in madri che, molto dolorosamente, si rendono conto che hanno delle difficoltà ad avere a che fare con i bambini, non ce la fanno a prendersi cura di loro. La relatrice porta alcuni esempi in cui la consapevolezza che viene maturando all'interno di una consultazione approfondita, consente di rivitalizzare, di rianimare la relazione tra la madre e il bambino.
A proposito della possibilità di manifestare dolore Galeota cita H. Deutsch che sottolinea come "l'atteggiamento apparentemente insensibile o l’indifferenza che i bambini mostrano così spesso dinanzi a gravi perdite, anche lutti di persone care, sia da attribuire all’Io del bambino non ancora così sviluppato da poter tollerare la tensione e che perciò utilizza qualche meccanismo di autoprotezione narcisistica al fine di aggirare il processo"
La difesa estrema è la mancanza dell'affetto e il dolore non espresso troverà il modo di manifestarsi nel corpo o negli agiti. L'impossibilità di entrare in contatto col dolore può trasformarsi in una rabbia incontrollabile, come si vede nei bambini esposti alla conflittualità genitoriale che li mette in uno stato di disorganizzazione emotiva, di inconsistenza del Sé.
Galeota si chiede: "Ma un bambino e poi l’adolescente come può vivere ed esprimere il dolore di avvertire di non avere un posto nella mente dell’altro? Su quale contenitore potrà proiettare angosce annichilenti perché possano essere restituite bonificate in modo da generare un pensiero indipendente, libero? … Un bambino e poi un adolescente che ha a che fare fin dall’inizio con maltrattamenti e abbandoni, in una parola con un dolore annichilente perché incomprensibile, porterà con sé non solo un dolore impensabile ma anche la “colpa” di non essere stato abbastanza adeguato da meritare l’amore dell’oggetto... Per poter crescere ci vuole una mente che contenga l’esperienza di chi sta crescendo: perciò la risposta materna alla comunicazione delle emozioni da parte del bambino è fondamentale.”.
L'osservazione diretta dei bambini e il lavoro clinico con bambini e genitori basati sull'approccio psicoanalitico, consentono di articolare la relazione di cura e la comprensione delle diverse situazioni psicopatologiche che spesso si sviluppano da un dolore non visto, non accolto e non compreso empaticamente.
Gli interventi del pubblico sono stati numerosi. Alcuni hanno lamentato come in questi ultimi anni si siano fatte strada modalità più sbrigative di affrontare le difficoltà evolutive: è cambiato il modo di ascoltare le madri e raccogliere anamnesi accurate che consentano di dare spazio a loro e alla storia della loro relazione col bambino.
Ciò che viene sempre di più offerto è parlare del sintomo del bambino e arrivare a una diagnosi che classifica il bambino all'interno di contenitore uguale per tutti, mentre una buona consultazione, aperta all'ascolto, lascerebbe emergere contenuti la cui comprensione facilita la risoluzione di molte situazioni difficili.
E' stato ribadito il fatto che è sempre più difficile mantenere alta l'attenzione sulle relazioni precoci madre-bambino, relazioni che rendono unico ogni bambino, mentre protocolli rassicuranti assimilano i casi a una classificazione standardizzata per cui si rischia di perdere di vista l'unicità di ogni persona.
Ancora, è stata sottolineata l'importanza di poter incontrare sempre entrambi i genitori per non lasciare le madri da sole ad affrontare il peso delle difficoltà ed avere in questo modo più risorse su cui poter contare per capire la situazione.
E' stata sottolineata la naturale complessità dell'intervento madre-bambino per cui è necessario che il terapeuta possa tollerare una certa quota di ansia che deriva dal dover gestire situazioni molto complicate, con aspetti che possono sfuggire. Naturalmente è più facile fare delle operazioni di scissione, prendere in considerazione solo l'aspetto sintomatico evidente e suggerire soluzioni immediate: se il bambino non parla si consiglia una riabilitazione del linguaggio, se si muove male, una riabilitazione motoria.
La relatrice ha dichiarato la sua profonda fiducia nel metodo psicoanalitico e nel suo personale approccio con l'altro. “Si tratta di stabilire una relazione e per fare questo mi dispongo a riflettere e a fare l'anamnesi per la quale io ci metto un sacco di tempo anche all'interno di una struttura pubblica. Quando mi sono laureata in medicina, mi hanno detto che il 70% della diagnosi si fa sull'anamnesi. Adesso c'è maggiore fretta, ma io ho fiducia che si possa stabilire una relazione e che attraverso la relazione io posso comprendere delle cose per cercare di farle comprendere anche agli altri”.
Capita di osservare situazioni nelle quali l'interazione madre-bambino, nei primi mesi di vita, ha difficoltà ad instaurarsi, non si sviluppa uno scambio. Allora è necessario poter stabilire una certa intimità per poter far emergere ciò che angustia la madre, a volte fatti traumatici antichi o recenti, non ancora elaborati, che possono in qualche modo congelare la sua capacità di relazionarsi col bambino. Si tratta di contenuti dolorosi che non potrebbero emergere se non si dedica attenzione ed interesse nell'entrare in relazione con le persone. A volte, eventi traumatici, vissuti nei genitori o addirittura nei nonni, hanno ripercussioni nelle relazioni precoci delle generazioni successive.
Secondo la relatrice c'è poca attenzione al tema della depressione post partum anche con riferimento alle madri che non sono propriamente in questa situazione ma che al momento della grossa separazione dal bambino si sentono completamente deprivate, demotivate, e così accade che la madre e il bambino rimangano completamente soli.
Si può cercare di dare un significato attraverso le parole a quello che è accaduto però bisogna poterlo far emergere attraverso un ascolto attento. Si tratta di sostare, fermarsi a pensare, perché questo fornisce uno spazio di pensiero a chi ci sta di fronte per potersi sentire compreso. A volte la fretta serve per evitare di coinvolgersi profondamente con il paziente.
Non è detto che tutti i pazienti debbano poi fare una psicoterapia, anche perché spesso una consultazione ben condotta rimette in moto le competenze genitoriali e il processo di sviluppo.
In uno degli interventi è stato detto che sarebbe importante poter rinnovare i servizi educativi per i bambini da zero a tre anni e aiutare le educatrici dei nidi a comunicare con i genitori in una maniera più approfondita, non limitandosi a segnalare gli aspetti primari del funzionamento del bambino. Purtroppo, molto spesso, i genitori sono distratti dall'uso delle moderne tecnologie e questo fa sì che la mente se ne vada altrove: si osservano madri che allattano guardando il cellulare e non il loro bambino.
Un collega ha spezzato una lancia a favore delle risorse gioiose che i bambini hanno a disposizione ed ha sottolineato l'importanza delle figure paterne che oggi intervengono molto e sono importanti anche a sostenere le madri nelle delicate fasi di ripresa dopo il parto.
Viene segnalato dalla sala che nella cultura dei genitori fino a pochi decenni fa era considerata una vergogna per un padre andare in giro per la strada con una carrozzina.
La relatrice conclude considerando che ora i padri, in alcune situazioni in cui le madri sono molto fragili, sono disponibili a proporsi come figure accudenti e con competenze integrative, intervenendo sia con i figli che per sostenere le mogli.
I genitori vanno valorizzati per quello che sanno fare, nelle loro parti creative e vitali, sollevandoli dalla tendenza a colpevolizzarsi che si presenta così facilmente.

a cura di Luigi Foroni

Aprile 2018

 

 

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