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  Attività culturali

“Tradimenti”(*)

Il quinto canto dell’ “Inferno ” – quello di Paolo e Francesca - è uno storico rompicapo per la critica dantesca.
Dal testo di uno stagionato liceo classico: secondo Natalino Sapegno, autorevole commentatore della Commedia, molto noto intorno alla metà del Novecento, i critici dell’insuperato capolavoro della nostra letteratura si dividono in due partiti quanto al significato etico–psicologico del celebre passo. Se Dante, con la tenerezza e la commozione, potente fino al deliquio, abbia inteso mostrare più rammarico e compassione per la durezza della condanna divina o più severo dolore per la gravità del peccato dei due”lussuriosi” cognati-amanti.
Al partito degli empatici (progressisti) che colgono una pìetas intimamente solidale, appartennero Ugo Foscolo e Francesco De Sanctis; all’altro partito, quello dei moralisti (conservatori) che sottolineano la gravità del peccato, appartengono il Buti (uno dei primi commentatori di fine ‘300) e lo stesso Sapegno.

Chiedo il permesso di iscrivermi al partito empatico; ciò mi impegna a fornirne le credenziali.

Come è noto ai lettori appassionati del testo dantesco, il quinto canto è dedicato ai lussuriosi, collocati nel secondo cerchio. Ivi è “Minòs, orribilmente, e ringhia: /esamina le colpe nell’entrata; /giudica e manda secondo ch’avvinghia: i dannati, “peccator carnali/che la ragion sommettono al talento”, sono tormentati dalla “bufera infernal che mai non resta” e gridano e si lamentano bestemmiando la virtù divina: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena e poi Achille e Paride e Tristano ecc.
Una rapida lettura non può non cogliere un improvviso e sorprendente mutamento di clima dal verso 72 alla fine: […] “Poeta, volentieri/parlerei a quei due che insieme vanno /e paion sì al vento esser leggieri […] “Quali colombe dal disìo chiamate/ con l’ali alzate e ferme al dolce nido” […]”Noi pregheremmo lui della tua pace…/mentre che il vento, come fa, si tace”.
Improvvisa e sorprendente sospensione dell’inferno!
Queste immagini introducono la scena narrativa che sta per dispiegarsi. L’inferno, come detto, è sospeso: tacciono la bufera infernale, il ringhiare di Minosse e le imprecazioni dei dannati: ora si invoca la pace e persino il Po discende alla marina “per aver pace co’ seguaci sui”.
Francesca pronuncia qui le tre terzine più celebri, e celebrate, di tutta la càntica: “Amor che al cor gentil ratto s’apprende / prese costui della bella persona / che mi fu tolta e il modo ancor m’offende. / Amor, ch’a nullo amato amar perdona / mi prese del costui piacer sì forte / che, come vedi, ancor non m’abbandona. / Amor condusse noi ad una morte/ Caina attende chi a vita ci spense.

E qui Dante insiste per conoscere quelle che potremmo noi, ora, considerare le attenuanti del peccato, dato che il “martìro” di Francesca “a lagrimar mi fanno tristo e pio” […] “Noi leggevamo un giorno per diletto / di Lancialotto e come amor lo strinse” ecc. ecc…(il lettore si procuri l’originale)
Infine: “Mentre che l’uno spirto questo disse / l’altro piangea, sì che di pietade / io venni men così com’io morisse / e caddi come corpo morto cade.
Ed è l’ultimo verso, perché tutto è detto.

Ora, se il purgatorio (sia dantesco che teologico) è il luogo della pietà, della nostalgia, del dolore sano dell’espiazione, della speranza e dell’attesa della beatitudine eterna, in una parola della pena ripartiva, è lecito osservare che tutta la seconda parte di questo canto è un segmento di purgatorio translato all’inferno per ragioni di…opportunità politica: l’adulterio è colpa grave e la pena deve pur essere esemplare.
Tuttavia…
Il sommo poeta, la cui grandezza etica non è inferiore a quella letteraria e mostra di sopravanzare ancora tanta parte della cultura e del linguaggio comune del nostro tempo, non colloca i due celebri amanti tra i traditori, bensì tra i lussuriosi (gli smodati nella carne). E, come se temesse che il suo pensiero non fosse abbastanza chiaro, il tradimento c’è, ma è da tutt’altra parte: “Caina attende chi a vita ci spense”. E Caina è la bolgia che condanna i traditori dei parenti: dunque il vero traditore è Cianciotto Malatesta signore di Rimini, per quanto doppiamente “tradito” e dalla moglie e dal fratello, e però assassino di entrambi.
Questo il pensiero e la parola di Dante Alighieri.

Ogni due-tre giorni, in questo nostro paese – non in Talibania - un uomo ammazza la “sua” donna, che lo ha “tradito” o minaccia di “tradirlo” praticando per conto suo quel “delitto d’onore” che era nel nostro Codice Penale - fino a tutto il 1975! - e che prevedeva una pena ridicola per il maschio assassino (ora passibile di ergastolo).
A fronte di cento femminicidi in un anno, una sola donna, magari con l’aiuto di un nuovo amante, si sbarazza dell’incomodo marito. (E in tal caso i due amanti assassini saranno detti dai giornali –infallibilmente! – “gli amanti diabolici”, aggettivo mai usato per il maschile).
Insomma la femmina di homo sapiens è omicida un centesimo rispetto al maschio (forse perché, si ritiene da taluno, nasce già madre, visibile donatrice di vita).
Ai nostri fini importa qui considerare il linguaggio che connota i fatti ai quali si riferisce (le parole non sono mai innocenti).
Occorre perciò ricordare che la parola ‘tradimento’, che a tutt’oggi corre sulle pagine dei giornali come sulla bocca di tutti riferendosi alle vicende di mobilità delle coppie amorose e sessuali (occasionali o non), nasce in realtà in un contesto di guerra, dove chi consegna sottobanco al nemico oggetti o notizie del proprio campo, ove scoperto, sarà detto traditore e tosto affidato al plotone di esecuzione.
Un po’ come se, quando queste due persone si sono messe insieme, lo avessero fatto contro tutti gli altri viventi, codificati come nemici. Dopo di che, se uno dei due viene spiato e scoperto nel campo avverso, sarà detto traditore e, se donna, debitamente punita anche con la pena di morte.
L’uomo lasciato dalla sua donna è vittima di due deliri di stampo psicotico: aver perso, letteralmente, la faccia (sede della parola e dell’onore ) e poterla ritrovare solo attraverso la vendetta assassina.
E che un’orribile colpa e vergogna, non necessariamente cosciente, presieda alla scena lo dimostra l’assassino, uno su cinque, che, ruotata l’arma di centottanta gradi, toglie anche a se stesso la vita.
Ora, per tornare al lessico dantesco, dovremmo trovare per gli amori “abusivi” un altro vocabolario: è ora di abolire dal senso e dal linguaggio comuni la parola ‘tradimento’, che di fatto rischia di legittimare la pena capitale decretata dal “tradito”. Per Dante, come visto, il vero traditore è Cianciotto, l’assassino.

Se poi, come la cronaca e la statistica ci dicono, uno su cinque dei femminicidi si uccide, mostrando che una tragica angoscia abbandonica preesisteva alla costituzione della sfortunata coppia, ciò solleva la questione, non ignota alla cultura psicoanalitica, del legame inconscio tra l’angoscia e la violenza, paradossali alleate contro la sanità di mente e la stessa vita, esito probabile di un complesso edipico drammaticamente irrisolto (E i vicini di casa, interpellati dall’eccitato e avido cronista, infallibilmente trasecolati, diranno di colui “Tanto una brava persona…”)

Seguendo il Poeta sommo, potremmo cominciare con l’abolire la parola “tradimento” dalle narrazioni delle vicende amorose e riconoscere che il vero traditore è l’assassino Cianciotto (a sua volta tradito dalla propria deformità). E affidare al pre-conscio collettivo la dantesca pìetas che l’inconscio, più aduso all’oscurità dell’angoscia e delle violenza, non è ancora in grado di ospitare: sfortunatamente la guerra (come la vendetta) è terribilmente facile; assai più difficile è la pace (e la coraggiosa misericordia di papa Francesco…).

Gino Zucchini

 
BIBLIOGRAFIA


Dante Alighieri, La Divina Commedia, Vol. 1°L’inferno, a cura di Natalino Sapegno, La nuova Italia, Editrice, Firenze, 1979.
Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino,1996.
Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano,1969.
Gino Zucchini, Res loquens, Guaraldi, Rimini,2014.

 

(*) Per gentile concessione della Rivista di Sessuologia, Vol.41, N.2, Luglio-Dicembre 2017.

 

 

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