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Riflessioni su "Il sogno e il sognare nella cura"

(a cura di Irene Toniolo)

Alcuni spunti tratti dalla giornata di studio al Centro Psicoanalitico di Bologna tenuta il 4 novembre 2017.
E’ stato inizialmente ricordato l’apporto fondamentale di Ferenczi al concetto di funzione traumatolitica del sogno ed al modo in cui usiamo l’onirico nella clinica, che si è arricchito e modificato negli anni: non più solo elemento da decifrare in modo investigativo per accedere al contenuto latente, ma anche funzionamento mentale capace di legare attività simboliche, con sollecitazioni più profonde ed emotive, dando ad esse rappresentazione e che può necessitare, laddove il paziente non fosse in grado di sognare da solo, il sognare dell’analista o il sognare insieme. Le teorie bioniane (Bion, 1962), circa il pensiero onirico della veglia e la possibilità di sognare o non essere in grado di sognare sono state riprese ed approfondite da Thomas Ogden (2005): “Una persona si rivolge a uno psicoanalista perché si trova in uno stato di sofferenza emotiva che non è in grado di definire; inoltre non è in grado di sognare (cioè di fare lavoro psicologico inconscio) o è così disturbata da ciò che sta sognando, che i sogni vengono interrotti. […] Partecipando alla sua attività di sognare i sogni non sognati e interrotti, l’analista riesce a conoscere il paziente in un modo e a un livello di profondità che gli consente di dirgli qualcosa, che è fedele all’esperienza emotiva, sia inconscia sia conscia, che avviene nella relazione analitica in un momento dato.”
Viene ripercorsa la concettualizzazione del sogno nell'intreccio del lavoro tra Freud e Ferenczi, a partire dalla pubblicazione de L’interpretazione scientifica dei sogni del 1909. In tale saggio Ferenczi prendeva in esame alcune produzioni oniriche dei suoi pazienti e, a partire dall’idea freudiana del sogno come elemento dotato di significato e appagamento di un desiderio represso, attribuì progressivamente un peso minore agli aspetti topografici e una maggiore rilevanza invece alla metapsicologia dell’analista e ai vissuti emotivi del paziente, giungendo ad assegnare al sogno una vera e propria valenza traumatolitica: un tentativo specifico di fornire una soluzione a un evento traumatico.
Questa prospettiva ferencziana connota per la prima volta nel pensiero psicoanalitico il sogno come un ponte tra l’intrapsichico e l’intersoggettivo (Bolognini, 2000). Il sogno, infatti, nasceva secondo Ferenczi dall’interazione tra il paziente e l’analista e tornava dal luogo in cui aveva avuto origine; in questo senso, l’analista non era soltanto un “catalizzatore”, ma un “motivo scatenante” del sogno (Ferenczi, 1909, p. 103). Inoltre per l’analista ungherese il sogno non aveva valore tanto per il contenuto in sé, ma piuttosto per le sue qualità umorali e atmosferiche: egli intuì infatti precocemente che l’attività onirica forniva preziose informazioni sulle modalità di funzionamento psichico dell’individuo all’interno di una situazione relazionale – come quella analitica – che aveva determinato il sogno stesso.
I sogni sono dunque una ricerca incessante di riconoscimento e rappresentano primariamente, per Ferenczi, un tentativo di soluzione di vicende traumatiche che non possiedono né uno spazio interno per essere pensate né parole per essere espresse consapevolmente. Secondo questa prospettiva perciò i sogni richiedono all’analista un ascolto particolarmente attento, volto cioè a sintonizzarsi e a intendere il linguaggio di chi li narra. Solo in questo caso essi possono promuovere quella rimemorazione che è scongelamento e nascita di vita psichica tal tempo stesso, tenendo sempre a mente che attraverso i sogni «non sono unicamente i desideri freudiani a insistere, ma la realtà e l’Io del soggetto che ricercano una via futura di vivibilità, affettivamente più piena e socialmente più coinvolta» (Borgogno, 1999, p. 187).
Nel lavoro onirico l’obiettivo perseguito dall’analista sarà quello di ripetere mediante l’analisi del sogno la passività che il soggetto aveva sperimentato durante l’evento traumatico. Il fine terapeutico dell’analisi del sogno è quindi quello di rendere accessibili le impressioni sensoriali: ma l’interpretazione del sogno è solo un aspetto formale del lavoro analitico, poiché ciò che è considerato necessario è che il paziente riesca a rivivere affettivamente le emozioni, per poterle elaborare.
L’interesse per l’estetica e la creatività insite nel sogno stesso verrà sviluppato dagli Indipendenti britannici: già nell’opera della Sharpe si evidenzia come in analisi il sogno possa essere utilizzato come una “cosa”: come un dono d’amore, oppure allo scopo di placare l’analista o ancora al servizio di altri gesti, in certi casi manipolatori, sempre rivolti al terapeuta. Inoltre, essa ha iniziato a capire che era anche importante esaminare la struttura manifesta del sogno, poiché questa poteva fornire indicazioni sulla natura della situazione psichica del sognatore, in modo tale da illustrare i suoi progressi nell’analisi.
Fairbairn (1952) ha proseguito lungo questa strada mostrando l’importanza dell’operare delle relazioni interne tra il Sé e l’oggetto. Per l’analista scozzese ogni personaggio del sogno può rappresentare anche un aspetto delle funzioni dell’Io del sognatore. La struttura drammatica del sogno, prodotto finale del lavoro onirico, è quindi una rappresentazione delle effettive interazioni interne dei diversi aspetti dell’Io del sognatore. La struttura del dramma onirico rappresenta così la struttura psichica. Anche Stewart (1973, 1981) è convinto dell’importanza di esplorare la forma della struttura drammatica del sogno e di ciò che egli definisce l’esperienza del sogno.
Per Klauber (1976), un sogno è un’opera d’arte del tutto personale e come tutte le opere d’arte anche il sogno è una finzione che ci avvicina di più alla realtà. Secondo questo autore il paziente riferisce il suo dramma onirico in un momento particolare quando non è in grado di riferire una qualche circostanza facendo uso del comune di linguaggio logico. Il paziente fa allora ricorso a quella miscela di processi primari e secondari che caratterizza il registro dell’attività onirica.
Sempre Klauber ha ripreso un argomento accennato dalle Sharpe trent’anni prima ponendo la seguente domanda: perché un paziente racconta un sogno in un particolare giorno e non in un altro? Affrontando questa questione egli sottolineò che, mentre Freud era interessato a scoprire il significato simbolico dei frammenti di un sogno, non era stata esaminata né la funzione del sogno nel suo insieme, né la motivazione che spingeva il paziente a riferirlo. Paola Heimann (1956) era giunta alle stesse conclusioni qualche anno prima, quando aveva messo in luce come il sogno, in analisi fosse una forma di comunicazione specifica del paziente all’analista.
Per Masud Khan (1962), invece, l’Io del sognatore è messo in allarme dalla minaccia dell’affiorare dell’Es, senza tuttavia esserne troppo disturbato. Questo tipo di sogno indica che l’Io sta affrontando il materiale dell’inconscio. Egli prosegue l’indagine sulla qualità globale dei sogni in uno scritto successivo (1976) in cui sottolinea come Winnicott abbia chiaramente distinto il fantasticare dal sognare. Nel “fantasticare” il paziente esercita un controllo maniacale e onnipotente sui suoi oggetti interni, sostando in quell’esperienza isolata interna che egli definisce “entrare-in-rapporto-con-l’oggetto”. Khan riconosce che l’immaginazione creativa delineata da Winnicott implica invece la libertà del paziente di far uso dei fenomeni transizionali e di usare cioè la terza area. È in questo senso che la creatività entra in gioco nel sogno.
Il più recente contributo alla discussione delle teorie dei sogni nel gruppo degli Indipendenti è però quello di Christopher Bollas. Questo autore dà rilievo al fatto che il sognatore è trasformato nel suo stesso pensiero: un suo simbolo diventa dunque un oggetto del sogno. Il soggetto diventa un oggetto, un personaggio che recita la parte del Sé. Fairbairn, come abbiamo sottolineato in precedenza, fu il primo a identificare con chiarezza questo punto ma Bollas va oltre, sottolineando la “conversazione” bidirezionale tra gli aspetti dell’Io. Egli aggiunge che questa conversazione è fondamentalmente paradossale, dal momento che indica quegli elementi di confronto tra i diversi aspetti del Sé presenti nel sogno del soggetto.
«A mio parere – afferma Bollas – il sogno è una finzione regolata da un’estetica unica: […] e cioè quella di porre il Sé in un’allegoria di desiderio e di terrore modellata dall’Io. Da questo punto di vista, l’esperienza onirica diventa una forma paradossale di rapporto oggettuale, dato che il ruolo del Sé nel sogno diventa l’oggetto dell’articolazione inconscia di ricordi e di desideri da parte dell’Io.» (Bollas, 1987, pp. 73-74).
Vengono messi quindi in evidenza punti di contatto tra il concetto di funzione traumatolitica con quanto espresso non solo da Ogden ma anche da Antonino Ferro nei suoi numerosi contributi concernenti il pensiero onirico della veglia e la sua funzione di indispensabile “trasformatore” emotivo e “generatore” di salute mentale.
Come abbiamo rilevato in precedenza, già nella concezione ferencziana le ricche potenzialità simboliche del sogno descrivono gli avvenimenti di vita passata e presente, divenuti modi mentali del soggetto che svolgono una funzione strumentale essenziale nel “fare i conti” col mondo esterno. Per Ferenczi il sogno è infatti elettivamente un luogo di messa in scena, di ri-presentazione e di rappresentazione: uno spazio cioè di potenziale trasformazione non solo della storia passata ma anche di quella recente della coppia analitica.
Affinché la conoscenza che i sogni veicolano giunga a compimento sono però indispensabili alcuni “ingredienti” psichici capaci di produrre trasformazioni. Queste ultime sono infatti, secondo Vigna Taglianti, rese possibili da un analista affettivamente disponibile a identificarsi empaticamente e prontamente a disidentificarsi, accettando di poter personificare, per lunghi tratti anche non consapevolmente, personaggi e ruoli specifici della storia e del mondo interno del paziente. Si evidenzia la necessità che l’analista “impresti” le sue funzioni emozionali e simboliche, sperimentando emozioni in cerca d’autore per tutto il tempo necessario, affinché il paziente possa in futuro riappropriarsene. Infatti i personaggi che i pazienti vengono a “giocare” e interpretare inconsapevolmente, attraverso l’acting intrinseco alla ripetizione, sono proprio quegli aspetti di se stessi che essi non sono in grado di accettare come propri e di manifestare al mondo senza difficoltà: quelle parti di sé che non sembrano potersi incontrare in maniera soddisfacente con l’altro.

Febbraio 2018

 

 

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