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Report - Seminario di Anna Ferruta “Vanish: le tracce del primo incontro con il caregiver possono svanire?”

(a cura di Gaetano Pellegrini)

Un sabato invernale, la grande sala del Centro Psicoanalitico di Bologna. Anna Ferruta presenta a un pubblico numeroso e attento le proprie riflessioni sulle origini e i destini delle esperienze traumatiche precoci. Vanish è il nome di un prodotto commerciale -presente in molte case - che si propone come “soluzione per ogni macchia”. Chi l’abbia usato ne conosce bene anche i limiti: i segni scompaiono ma con essi se ne va parte del tessuto che si vorrebbe riportare alla condizione originaria. La macchia va via e al suo posto compare una lacerazione nelle trame profonde, quando non proprio un buco.

È possibile invece ricorrere a qualche espediente tecnico-metodologico per riparare, annullandoli, i traumatismi precoci dovuti -per esempio- al contatto con una madre depressa? Esiste un Vanish nella cura che consenta di annullare le ferite, riparare l’individuo, riportandolo a una condizione originaria? Qualcuno può far uscire i pazienti dal proprio studio come nuovi di fabbrica, come una camicia bianca appena comprata?

È evidente di no. Ma quale risposta allora, quali offerte, le nostre professioni (di psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti) possono fornire a chi si trovi nella necessità di dover affrontare gli esiti di “situazioni di uno sviluppo perturbato nelle prime esperienze relazionali”? Il rischio è quello di allungare la mano e cercare sullo scaffale il prodotto complementare. Quello che le macchie non le cancella ma che cerca in qualche modo di camuffarle. Una toppa, una nuova tinta da sovrapporre. L’inverso del Vanish si chiama “Determinismo Psichico” e coniuga “l’orgoglio della ricerca all’impotenza della cura”. Per questa forma di pensiero concreto, se il disagio è originario non sono possibili modificazioni ma solo trattamenti sul sintomo. Per dirla con le parole della Ferruta: “non c’è speranza di futuro ma solo adattamento e attenuazione”.

In realtà -e per la fortuna delle nostre “stoffe”- il pensiero psicoanalitico degli ultimi decenni ha molto esplorato l’altro polo della situazione traumatogena, e cioè quei processi di soggettivazione che sempre sono coinvolti nello sviluppo della vita psichica, in risposta e in interazione con l’ambiente. Cahn (1998), Jeammet (1992), Bollas (1987, 1992), Roussillon (2015, 2017), Ogden (2016), Alvarez (2012), Borgogno (1999), Ferro (2009), sono alcuni tra gli autori che hanno contribuito ad articolare teoria e tecnica dei processi di soggettivazione.
Ricorda la Ferruta: “Le tracce delle esperienze originarie non possono essere cancellate anche perché uno degli attori e creatori è proprio il bambino che con la sua soggettività modula e conforma i modi nei quali tali esperienze vengono affrontate. Questa capacità del bambino è proprio ciò che ci permette di operare modificazioni che non sono un undo, un rendere non avvenuto quel che è avvenuto, ma di contribuire a un processo di crescita psichica. Quello sviluppo a contatto con l'oggetto non-me che costituisce lo strumento straordinario messo a disposizione dalla psicoanalisi”.

Sappiamo, grazie agli studi sui primi sviluppi nella relazione madre-bambino, come ci sia sempre nel soggetto una potenzialità e un’attesa rispetto a un oggetto che lo comprenda, entrando in contatto con lui, e ne consenta una trasformazione. Bollas (1992) ha ben messo a fuoco il problema, precisando come: “Ogni ingresso nell’esperienza di un oggetto somigli al rinascere, perché la soggettività viene nuovamente informata dall’incontro, la sua storia viene modificata da un presente estremamente efficace che ne cambia la struttura”.
Le “macchie precoci” oggetto di queste riflessioni sono naturalmente quelle che riguardano le esperienze prive di una possibilità di rappresentazione. Sono quegli stati emotivi primitivi descritti da Winnicott (1963) in Fear of breakdown, dove la paura del crollo sia da individuare nel terrore di incontrare esperienze di agonia primaria già accadute ma non sperimentate a livello psichico. Il lavoro analitico consiste dunque nell'offrire al paziente l'opportunità di rivivere nel transfert queste angosce primarie, in condizioni di maggiore maturità dell'Io e in interazione con un oggetto che ne renda possibile l'espressione e la condivisione in termini di pensabilità.

Molti gli spunti offerti da Anna Ferruta, in questa ricca mattina di lavoro. Non possono qui essere riassunti tutti ma sarà utile almeno riportare l’accento sull’importanza di attivare in seduta esperienze vitali, che consentano di sperimentare nel transfert emozioni ristrutturanti. Aiutare cioè a vivere ‘in diretta’ quel qualcosa di non vissuto (la macchia, che rischia di divenire una ‘macchia cieca’), piuttosto che ricorrere a interpretazioni esplicative corrette ma inefficaci. Come è necessario sottolineare l’importanza attribuita alla “funzione di testimone vivo” del terapeuta, perché sia possibile tornare a coltivare “sentimenti di futuro”.

La descrizione di alcune situazioni cliniche ha permesso infine alla sala di cogliere le diverse forme di sopravvivenza psichica e dialogare con l’autrice: la depressione da carenza di terzietà (il figlio ‘salvatore); la depressione da carenza di vitalità (il bambino ‘neglect’); la depressione da madre morta (‘il bambino inesistente’); la depressione narcisistica (‘il bambino inadeguato’); la depressione post-partum: (‘il bambino proprietà privata’).

Vi sono alcuni aspetti fondamentali che accomunano il trattamento di questi casi. In primo luogo, la disponibilità a un incontro emotivo. Poi la necessità di far fronte all’angoscia di perdere il contatto con l’esperienza traumatica, con il rischio di ritrovarsi in mano ‘un pugno di mosche’. Ancora: l’attenzione al come muoversi, quando in seduta compaia la possibilità di sviluppare ‘vite non vissute’. Un momento delicato, che coinvolge intensamente il terapeuta sul piano controtransferale. Infine, ultimo aspetto da tenere in considerazione, è la possibilità di avere un contenitore (la mente del terapeuta) nel quale vi sia posto per due, senza indurre fenomeni di annientamento con interpretazioni troppo sature, che farebbero posto solamente ai pensieri e alle costruzioni del terapeuta.

Non sono qualità facilmente disponibili, è evidente. Non c’è qualcosa da prendere e usare. D’altra parte, superata la fantasia del Vanish, possiamo solo metterci a lavorare su altri tipi di risorse che coinvolgano la nostra stessa soggettività. È un sabato di febbraio, ma i pensieri fioriscono anche in inverno.

BIBLIOGRAFIA

Alvarez A.(2012). Un cuore che pensa. Roma, Astrolabio, 2014.
Bollas C. (1987). L'ombra dell'oggetto. Borla, Roma, 1989.
Bollas C.  (1992). Essere un carattere. Borla, Roma, 1995.
Borgogno F. (1999). Psicoanalisi come percorso, Torino, Bollati Boringhieri.
Cahn R. (1998). L'adolescente nella psicoanalisi. L'avventura della soggettivazione. Roma, Borla, 2000.
Ferro A. (2009). Trasformazioni in sogno e personaggi nel campo psicoanalitico, Rivista di Psicoanalisi, 2. 395-420.
Jeammet P.(1992). Psicopatologia dell'adolescenza. Roma, Borla.
Ogden T.H. (2016). Vite non vissute. Milano, Raffaello Cortina Editore.
Roussillon R. (2015). Un'introduzione al lavoro sulla simbolizzazione primaria. Riv. Psicoanal., 61, 477-491.
Roussillon R. (2017). Fondamenti e processi dell’incontro psicoanalitico. In Rossi N., Ruggiero I. (a cura di).
Winnicott D. W. (1963?). La paura del crollo. In (1989). Esplorazioni Psicoanalitiche. Milano, Raffaello Cortina Editore.

Febbraio 2018

 

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