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"Tre piani" di Eshkol Nevo (Neri Pozza, 2017) - recensione di Daniela Federici

TrePiani
 

Tre piani di una palazzina, tre storie che si sfiorano appena. Più che le atmosfere corali cui ci ha abituato, stavolta i protagonisti del romanzo di Nevo si passano idealmente il testimone di una voce, in racconti di intimità che cercano tutti un interlocutore per le proprie confidenze.

Arnon racconta a un amico dell’abitudine a lasciare la piccola Ofri dalla coppia di anziani vicini, cominciata così, per ritrovare un po’ di intimità con la moglie Ayelet. Gli sguardi al loro rapporto coniugale e al loro essere genitori, gli spigoli e gli accomodamenti nel quotidiano familiare.
Finché fa irruzione, come un brusco risveglio, lo spettro della pedofilia.
Arnon scruta la luce negli occhi della figlia, e non trovandovi più la “scintilla birichina” di una bimba che a un tratto non va più bene a scuola e ricomincia a bagnare il letto, il suo cuore di padre perde misura, stretto fra sensi di colpa e un’impulsività che via via precipita in modo incontrollabile, fino a incontrare i propri “brutti pensieri”.

Quelle di Nevo sono storie lasciate sospese, aperte su orizzonti che potrebbero sciogliere i loro nodi, o percepire il bordo un attimo prima del disastro.

Al secondo piano, Hani, che scrive una lettera a un’amica, raccontandole della sua vita come un viaggio in nessun posto, a crescere i figli e con un marito sempre assente per lavoro. Il disagio delle chiacchiere di superficie con le altre mamme al parco, i silenzi imbarazzati quando prova a lanciare esche nominando dubbi o difficoltà. La solitudine, anche in quel guardare le altre funzionare in apparente mancanza di fatiche o preoccupazioni, con il timore che aprir bocca le farebbe sgorgare una lava capace di bruciare tutto.
Figlia di una madre fragile, Hani guarda alle vulnerabilità della propria figlia interrogandosi sulle proprie insicurezze: “la paura di impazzire funziona proprio così, non è solo frutto della solitudine, ne è anche causa.”
Un giorno suona alla porta il cognato, inseguito dalla polizia e dai creditori. Accetta di nasconderlo per qualche giorno, all’insaputa del marito, che da tempo ha rotto i rapporti con il fratello. Vederlo occuparsi con naturalezza dei bambini, fa acquisire un nuovo spessore alla sua quotidianità, la anima di nuove emozioni e domande sulla sua vita.
Quanto si può rischiare di lasciarsi ricoprire dal tempo, senza l’intensità di un’intenzione, senza imprimere una direzione che consenta di trovare “la propria posizione nello scacchiere della vita.”

Sono storie che mostrano con finezza come ciascuno legga la realtà dai vertici dei propri fantasmi.
“La nostra anima non procede in avanti, solo in cerchi. E ci condanna a cadere e ricadere nelle stesse buche.”
C’è un certo acume nel descrivere l’attimo in cui ciò che organizza e tiene uniti i pezzi, quella spina dorsale che si ha “la certezza saprà leggere la realtà”, si sbiadisce o si frammenta. In quei momenti in cui si perde la presa di sé, diventa fondamentale un Io ausiliario, qualcuno che ci aiuti a ritrovare chi siamo. Il bisogno di un riconoscimento, di una testimonianza: “non passa davvero finché non lo racconti.”

Al terzo piano c’è Dvora, giudice in pensione, che in una solitudine intrisa di nostalgia, si rivolge al marito morto da qualche tempo parlando con la sua voce registrata nella segreteria telefonica.
È forse il personaggio meno naturale uscito dalla penna di Nevo, ma che rinnova un filo rosso di fondo di quest’ultimo suo romanzo, molto attento a un pensiero sulla genitorialità.
Dvora porta i temi del confronto fra le generazioni e le loro rispettive lotte, dell’attaccamento ai luoghi e della fatica di riavviare un’esistenza ormai accomodata nelle abitudini. Il suo dialogo interiore, che poco alla volta lascia entrare suoni diversi dalle sirene della tristezza, le fa riguardare alle sue vicissitudini di madre: fin dall’inizio si era sentita respinta dal suo bimbo, e aveva desistito, cedendo mollemente a un’alleanza educativa con il marito pur considerandolo un padre senza amorevolezza. Ora, rimasta sola a definire la “sua strada”, fa spazio a nuove visuali circa la loro responsabilità riguardo quel figlio “perso”, deragliato, che da anni rifiuta ogni contatto: “Io so che sono una gomma da masticare appiccicata alla suola delle tue scarpe eleganti, papà...”
Figli che si sentono un fallimento e che fanno sentire un fallimento come genitori.

Al lettore immaginare se i protagonisti riusciranno a riparare; l’Autore non parteggia, non alimenta buonismi sentimentali.
Fa lavorare le nostre categorie mentali, invece, mettendo in scacco facili manicheismi, perché un altro filo rosso è che l’architettura delle storie fa emergere la contraddizione fra un’etica universale e l’etica particolare. Chi ha operato il male può risultare più affidabile – e perfino vittima - di chi sta dalla parte dei giusti ma misconosce responsabilità verso chi gli vive accanto o imbocca chine sdrucciole dove ragioni e torti si azzuffano confusamente.
L’Autore alimenta l’intreccio inserendo i tre piani della topica freudiana – Es, Io e Super-Io -, ma sembra più un residuo degli studi di psicologia che un elemento fattivamente portante della trama, alludendo, più che facendo emergere in primo piano, le “ragioni inconsce” e conflittuali di quell’agire.
“I tre piani esistono tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia.”
Questo sembra il vero centro nevralgico del messaggio di Nevo: “Anche se ho sparso dappertutto punti di domanda, non mi aspetto davvero una tua risposta. Non mi serve un avvocato difensore. E men che meno un inquisitore. Cercavo soltanto un testimone.”

Daniela Federici

Dicembre 2017

 

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