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  Attività culturali

"Le cure domestiche" di Marilynne Robinson (Einaudi, 2016) - recensione di Daniela Federici

CureDomestiche
 

Le cure domestiche è un’incantevole e intensa opera prima che valse alla Robinson il PEN/Hemingway Award e le fece sfiorare il Pulitzer per la narrativa, che guadagnerà con il romanzo successivo, Gilead, primo di una trilogia insieme a Casa e Lila, per il quale sarà insignita anche della National Medal of Arts and Humanities.

Notevole la sua maestria nel dare spessore ai personaggi, scavandoli dai loro tormenti interiori o evocandoli dallo sguardo della piccola Ruth, la voce narrante di una scrittura essenziale e realista.

La trama. Helen ritorna nel paesino cupo e freddo del Midwest che le ha dato i natali, lascia le sue due bimbe, Ruth e Lucille, sulla veranda di casa della madre, e va a buttarsi con l’auto nel lago. In quello stesso lago, quando lei era fanciulla, suo padre morì nel clamoroso deragliamento del treno che finì inghiottito nell’oscurità ghiacciata.
Naufragi senza spettatori.
Così come dopo il disastro nella cittadina “la normalità si ricompose senza alcuna cicatrice”, anche per le vicende emotive delle protagoniste, tenebre e silenzi si richiudono algidi e placidi sulle tragedie. Ma il gelido lago nero di Fingerbone – allo stesso modo della psiche - ogni tanto trabocca, allagando le case dei suoi guasti rigurgiti melmosi.

Ruth e Lucille vivono per alcuni anni con la nonna, che si occupa di loro “come rivivesse in un sogno la lunga giornata in cui qualcosa era andato perso”, in cui si era creata una crepa nella sua vita ordinata. Poche pennellate per far immaginare il freezing che non trova ragione di guardare avanti, che fa dire a Ruth del loro sentirsi bimbe perse nel buio. L’ombra che ricade sull’Io.
Alla morte della nonna arrivano le due anziane parenti dai modi bruschi e inesperti, che incapaci di adattarsi alla durezza dell’inverno in quel paesino paludoso, pensano di rintracciare Sylvie, la sorella minore di Helen, divenuta una vagabonda.

L’allerta negli sguardi tesi che le bambine rivolgono alla bizzarra zia che sembra sempre pronta ad andarsene, la loro docilità per farla rimanere, le cure domestiche nel disordinato accumulo di una casa “ingombra come un cervello, come un reliquario”. La Robinson crea distillati limpidi di quando i pensieri si affollano dell’assenza, delle slogature dell’angoscia che prefigura sempre nuovi abbandoni, perché ogni gesto viene letto nella forma di ciò che si è conosciuto.

Le due sorelle, che fino a quel momento avevano vissuto come un’unica coscienza, poco alla volta spezzano la loro simbiosi. Se Lucille esce dall’isolamento e punta a integrarsi con le ragazzine del paesino, affrancandosi da quella casa come da una barca che affonda, Ruth è adesa a Sylvie, legata alle cose che ha perduto e che sembra ritrovare in quella presenza che via via si confonde fino a sovrapporsi al ricordo della madre, vertigine mortifera e speranza di ripartenza.
Perché la memoria è “luogo di profezia ma anche di miracolo”.

Quello della Robinson è un meraviglioso spaccato sulle faticose strade per elaborare i lutti e le sdrucciole vischiosità del rimanerne sommersi.
“L’apparenza si dipinge su superfici lucide e scivolose, sul ricordo e sul sogno.”
Quella lucida superficie calma, Helen l’aveva spezzata gettandosi nel lago, condannandosi alla ripetizione. La vagabonda Sylvie, attratta dal vuoto e che “sente la vita nelle cose morte”, la bordeggia, trascinandosi dietro Ruth, come ritrovasse una sorella, perché “avere una sorella o un’amica è come sedere di sera in una casa illuminata”.
Ruth, con la sua fame d’identificazioni, attraverserà i propri vissuti di spettrale inconsistenza, cercando una misura di salvezza tra le cose da tenere e quelle di cui disfarsi.

Daniela Federici

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