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  Attività culturali

"Il caso Arbogast" di Thomas Hettche (2001, Einaudi 2014) - recensione di Pierluigi Moressa

CasoArbogast
 

Una narrazione spietata e chirurgica caratterizza “Il caso Arbogast”. Partendo da un fatto di cronaca, Thomas Hettche segue una trama in cui realtà giudiziaria e vita dei protagonisti si intrecciano e si confondono. Così, il caso Arbogast non è solo l’analisi di un errore giudiziario, ma risulta anche l’occasione per un’indagine sulla macchina della giustizia e sui pregiudizi della società tedesca appena uscita dal conflitto mondiale.

Il 1° settembre  1953, Hans Arbogast dà un passaggio a un’autostoppista. Si tratta di Marie, che spesso si sposta in autostop per cercare lavoro. Marie vive col marito in una baracca entro il campo per profughi fuggiti in Occidente da Berlino Est. Il bisogno di denaro la spinge a vendere per sei marchi la propria borsa ad Arbogast. I due entrano subito in intimità, consumando un vorace amplesso sul prato ai margini della statale. La passione con cui si uniscono è così forte che ripetono, con intensità vicina alla ferocia, gli atti d’amore. Al culmine della fusione erotica, Arbogast si accorge che la donna, prima molto eccitata, ora non si muove più. La chiama, le chiede di guardarlo: nulla.

La scena si sposta all’obitorio. Il corpo della donna è stato trovato in una scarpata. Il medico legale si accinge all’autopsia. Lungo la narrazione di Hettche, la realtà irrompe ed è rappresentata con una lente d’ingrandimento che nulla trascura, fino a divenire strumento capace di dilatare e rivelare i pensieri di ciascuno. I dettagli del gioco amoroso trapassano immediatamente nel referto necroscopico e trovano in questo una ricostruzione, che fa avvertire, dopo il calore della passione, il gelo dell’osservazione. Nell’utero di Marie, viene trovato un feto morto, forse conseguenza di un aborto spontaneo. Sincope cardiogena: questa l’ipotesi che il medico formula, mentre il suo assistente è colpito dai segni lasciati sul corpo di lei dall’intensità dell’amplesso, come i riflessi dell’incontro con un amante perverso. Sessualità brutale e omicidio vengono collegati immediatamente dal pensiero degli investigatori. Si pensa a un maniaco: quello è il luogo in cui sono stati ritrovati i corpi di altre due donne; in più, la condotta di Arbogast lascia spazio a molti sospetti. Questi, dopo la notizia del ritrovamento, si è presentato alla polizia, ammettendo di avere buttato il corpo nudo di Marie nella scarpata, di essersi disfatto dei suoi vestiti, di aver portato a sua moglie la borsa acquistata dall’autostoppista, presentandola come un regalo. La macchina accusatoria si è messa in moto, alimentata dalla tensione verso lo svelamento di una colpevolezza che pesa fin da subito sulle spalle di Arbogast.

Al processo, il procuratore Oesterle presenta Arbogast come il killer seriale che attende le proprie vittime lungo le strade: è lui l’autore degli altri delitti avvenuti nella zona e rimasti insoluti. Su rudimentali immagini fotografiche si basa la perizia del professor Maul, che, senza esaminare il cadavere, vi trova i segni di uno strangolamento ottenuto mediante una corda per bovini. La sua ricostruzione della scena appare fin da subito orientata a individuare il colpevole, tanto più che i segni, da lui indicati come prova, appaiono, nelle rudimentali fotografie, incerti e poco chiari. La stesa requisitoria del procuratore non lascia spazio ad altre ipotesi. Non è concepibile accostare l’intensità di un atto erotico con la rapidità della morte, senza pensare a un delitto. Arbogast deve prendere su di sé il peso della colpa; ogni suo gesto viene inteso come perversione degli istinti, dell’ordine familiare, della morale che nutre i buoni propositi cari al gruppo sociale.

Arbogast è condannato all’ergastolo e rinchiuso nel penitenziario di Bruchsal. Lo seguiamo nella sua solitaria prigionia, dove il tempo è scandito da ritmi sempre uguali. I suoi rapporti con l’esterno si allentano: col suo avvocato (destinato a uscire gradualmente di scena), con sua moglie (che deciderà di divorziare), con suo figlio (restio a mantenere i rapporti con lui), con sua madre (che di lì a poco muore). La cella di detenzione diviene una sorta di seconda pelle che lo isola dal resto del mondo e, allo stesso tempo, gli fornisce una protezione dall’angoscia. Il carcere assume la funzione di rifugio dove Arbogast riconosce nei consueti gesti nuove certezze, capaci di generargli una maschera esteriore cui egli finisce per accordare la propria fisionomia emotiva. Vivo è mantenuto il ricordo dell’incontro con Marie. Le foto del suo corpo nudo, quasi pudicamente ripiegato su se stesso nell’intrico dei cespugli, gli attimi del loro breve viaggio, gli amplessi, le parole scambiate: tutto contribuisce a rendere presente la donna. Ma non è questo un pensiero eccitante. Marie gli evoca la sensazione di “avere fatto l’amore con la morte”. Il tribunale rifiuta, dopo sette anni, la revisione del processo. La giustizia continua a considerare Arbogast un assassino. Si avverte una ulteriore proiezione del male, come il riflesso della necessità di distinguere con certezza il vero dal falso, di definire un’identità collettiva ripulita. Al professor Maul viene riconosciuta una “superiore cognizione di causa”. L’idea di una revisione, capace di fargli giustizia, alimenta la speranza di Arbogast. L’esito negativo della richiesta ha il potere di sprofondarlo in una inerzia, che si rompe improvvisamente alla fine dell’ottavo anno di detenzione. Arbogast aggredisce un altro detenuto con tale violenza che risulta difficile staccarli. La punizione è l’isolamento, al termine del quale il protagonista rientra in cella, senza che nulla più traspaia di quella inattesa eruzione pulsionale.

La svolta nella vicenda si registra un anno dopo. Il detenuto scrive a Fritz Sarrazin, presidente della Lega tedesca per i diritti umani. E’ questi uno scrittore di gialli, che si appassiona immediatamente al caso, tanto da coinvolgere un noto penalista di Francoforte, Angsar Klein, che ha seguito con successo un’altra causa di revisione processuale. L’avvocato accetta di occuparsene a titolo gratuito. Il suo intervento presso le autorità giudiziarie, nonostante acquisisca nuovi punti di vista scientifici, non trova ascolto. E’ il contatto con Katja Lavans, patologa di Berlino Est, a riaprire i giochi. Questa si dice in grado di poter confutare le osservazioni di Maul perché derivate da artefatti fotografici e da reazioni cadaveriche post-mortem. Appartenendo, inoltre, alla comunità scientifica di oltre cortina, la Lavans non mostra soggezione verso l’anziano docente di una università occidentale. La revisione del processo viene finalmente accordata. Arbogast può uscire dal carcere.
La narrazione ci porta a Berlino Est. Nell’oscillazione tra vero e falso, tra bene e male, tra conoscenza e pregiudizio, l’autore porta in scena la Germania socialista come un luogo dove, attraverso un regime austero e deprivante, la mente dei singoli ha potuto mantenersi più vicina ai valori semplici. I dirigenti nazionali concedono il permesso a Katja di partecipare al processo, come dimostrazione della superiorità degli scienziati dell’Est su quelli occidentali. Colpisce il contrasto fra la passionalità di Katja, divorziata e madre di una bambina, e il suo lavoro di patologa alla Charité. Qui, nell’eseguire riscontri autoptici, affianca il rigore della scienza alla dolcezza con cui ricostruisce le vicende dei morti, riportandone in vita per un istante l’umanità. Katja esegue esperimenti su numerosi cadaveri; intende ricostruire le reazioni insorte post mortem sul corpo di Marie. Il processo di revisione è fissato per il 27 novembre 1969.

Il ritorno di Arbogast in tribunale porta nuovamente sulla scena alcuni personaggi che quattordici anni prima erano stati coinvolti nel processo. Il procuratore Oesterle, all’epoca suo grande accusatore, viene ascoltato come testimone; su di lui pesa il sospetto di avere orientato le indagini e le accuse per provare a tutti i costi la colpevolezza dell’uomo. Sfilano gli esperti di geodesia. Centrale è il ruolo di Katja Lavans, che espone la sua perizia. In una pausa del processo, la donna va con Arbogast nel garage dove è custodita l’automobile che egli guidava quando diede il passaggio a Marie; la vecchia Isabella è ancora funzionante. Non esita a salire sull’auto. Arbogast la conduce sul luogo dei fatti. L’attrazione che la patologa avverte è percepibile e ricambiata da Arbogast. La violenza controllata dell’uomo, il confronto tra la lunga indagine sulla morte e la propria vitalità repressa dal pensiero di dover tornare oltre cortina, appaiono elementi adatti ad aumentare la spinta erotica di Katja. Sul pavimento del garage, hanno un amplesso la cui intensità ricorda quella degli ultimi istanti di Marie. Solo a questo punto, Katja si riscuote, staccandosi dall’uomo e respingendolo.

Il finale del romanzo, vede svanire la figura di Arbogast. Al termine del processo, insieme ai fotogrammi in dissolvenza del corpo di Marie, l’uomo esce di scena. Katja diventa protagonista. Alter ego di Marie, trasmette un erotismo contagioso, che si contrappone a quello della donna morta al culmine dell’orgasmo. Nella notte senza stelle, della ricostruzione medico legale, le due donne brillano come figure angeliche. “Quando volano gli angeli, il cielo sorride”, queste le parole che Arbogast ricorda di Marie. Paura e tristezza precedono il ritorno di Katja a Berlino Est; la accompagna, però, una sensazione: quella di avere aperto vie di comunicazione verso l’Occidente e spazi di trasformazione dentro di sé. “Già una volta mi trovasti, torna da me e portami via”: le parole con cui Hettche ha aperto il libro, risuonano nel finale e conferiscono al racconto un senso ancora più intimo: il buon uso delle ripetizioni apre la strada all’elaborazione e alla speranza, sotto la luce di una forza vitale, che agisce oltre le coazioni, oltre la passività rassegnata che talvolta viene chiamata destino.

Pierluigi Moressa

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