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  Attività culturali

Recensione - La vendetta di un uomo tranquillo

Autore: Manuela Martelli

Film: La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira)
(di Raúl Arévalo, Spagna, 2016, 92’)
Genere: Drammatico



Che tracce lascia il nostro passato nel nostro presente?
Come possiamo ricordare o non ricordare?
Queste domande si pone il trentasettenne spagnolo Raul Arevalo, già attore nel film “La isla minima” di A. Rodriguez e ora regista esordiente con “La vendetta di un uomo tranquillo”, il cui titolo originario “Tarde para la ira”, mi pare molto più insaturo ed evocativo.
Dopo la scena iniziale, in cui assistiamo ad una rapina e al successivo incidente d'auto, che permette la cattura di uno solo dei rapinatori, il fuoco della cinepresa si sposta sulla vita di un bar di quartiere, gestito da un uomo, l'attore Raul Jimenez, e dalla sorella Ana (Ruth Diaz). Intorno a loro si muovono molti personaggi, tra cui Josè, silenzioso avventore che diventa amico dei due. Ana è la compagna di Curro (Luis Callejo), il “palo” della rapina, che dopo otto anni di prigionia, esce dal carcere.
Questo fatto dà l'avvio ad una sequenza inarrestabile di eventi che coinvolgono lo spettatore su un piano emotivo molto profondo, la cui consapevolezza nel “qui ed ora” è solo parziale. 
C'è un contenuto inizialmente implicito, un “non detto” che, nella sua iniziale impensabilità, si rivela piano piano e del quale si nutre molto efficacemente la componente noir della storia.
La quota di mistero del film, che ci tiene con il fiato sospeso, non è tanto nei fatti, intuiti ben presto nel racconto, ma piuttosto nei sentimenti dei protagonisti e nell'uso che di essi viene fatto.
Fino a poco prima della conclusione di certe scene centrali, ci si interroga sul cosa succederà; lo si pensa, lo si ipotizza, si valuta una soluzione e il suo contrario.
E solo “dopo”, nel passaggio successivo e alla fine del film, ci si renderà del tutto conto della sequenza che nella realtà si è dipanata.
Lascio gustare allo spettatore i particolari della narrazione ma mi preme evidenziare quello che, a mio avviso, è il cuore della ricchezza di questa opera: l'uso che può essere fatto della memoria e gli effetti di questo, molto diversi nella nostra storia di uomini e donne.
Nel film alcuni dei personaggi sembrano mutare le loro caratteristiche identitarie, diventando altro da ciò che erano.
Questo è per alcuni frutto di un'operazione di “rigenerazione”, che sembra cancellare il passato; per altri invece nasce proprio dall'essere imprigionati in un passato che, giorno dopo giorno, trasforma l'individuo stesso.
Sui personaggi “rinati”, si apre il dubbio di quanto si sia creato un cambiamento interiore profondo e significativo, di cui l'aspetto esteriore è espressione e conferma, o quanto invece possa esserci stata una scelta opportunistica, dove un'operazione di diniego ha permesso di pensarsi e sentirsi diversi da prima.
Allo spettatore rimane la scelta tra queste due opzioni per ciascun personaggio, in certi casi più scontata, in altri del tutto soggettiva e libera.
Uno sguardo particolare va ai due uomini protagonisti della vicenda narrata.
Per Josè, “l'uomo tranquillo”, ci si interroga e si dubita nel qui ed ora di ogni sua azione, come se il suo passato, illuminato dal presente, potesse in ogni istante rigenerarsi o rimanere uguale. Allo spettatore sembra di cogliere una continua possibilità di scelta, dove la cesura tra ciò che accadde e ciò che accadrà è continuamente in movimento.
Per Curro, “l'uomo venuto dal carcere”, c'è invece un dinamismo che non è temporale ma emotivo. Il suo mondo interno è stato come bloccato dagli anni di carcere, lui è oggi quello che era prima della prigionia. Nel corso della storia rimarrà sempre un personaggio carico di ambivalenza, con aspetti positivi e altri problematici, forse il più sano, privo della scissione degli altri personaggi.
Per questo è per lui che ci si può immaginare un cambiamento più profondo alla fine della storia, sofferto e reale.
Un dinamismo simile e parallelo possiamo attribuire anche alla sua compagna, Ana, che potrà trasformare una fedeltà sacrificale, in una scelta dolorosa, possibile solo dopo aver sperimentato il dubbio e la libertà interiore. 
“Tardi per la rabbia” è un interessante film, che ci guida ad interrogarci sulle nostre responsabilità, sul come le ricordiamo o le cancelliamo, sul come superiamo e trasformiamo il nostro passato o lo lasciamo diventare una prigione.
Attraverso una storia limite, quella dei personaggi del film, possiamo pensare alla nostra storia e alla libertà che ciascuno di noi ha verso i propri sentimenti e verso chi li ha suscitati.
Ci troviamo a riflettere sul perdono e sulla riparazione, sulla giustizia e sulla fedeltà, sull'amore e sulla vendetta.
Il film non genera risposte chiare ma piuttosto demolisce certezze e coltiva il dubbio, che solo ci apre a nuovi orizzonti: quelli del continuare a pensare e farsi domande.

Marzo 2017


RECENSIONE: “La vendetta di un uomo tranquillo”

 

Autore: Manuela Martelli

 

Film: La vendetta di un uomo tranquillo (Tarde para la ira)

(di Raúl Arévalo, Spagna, 2016, 92’)

Genere: Drammatico

 

 

Che tracce lascia il nostro passato nel nostro presente?

Come possiamo ricordare o non ricordare?

Queste domande si pone il trentasettenne spagnolo Raul Arevalo, già attore nel film “La isla minima” di A. Rodriguez e ora regista esordiente con “La vendetta di un uomo tranquillo”, il cui titolo originario “Tarde para la ira”, mi pare molto più insaturo ed evocativo.

Dopo la scena iniziale, in cui assistiamo ad una rapina e al successivo incidente d'auto, che permette la cattura di uno solo dei rapinatori, il fuoco della cinepresa si sposta sulla vita di un bar di quartiere, gestito da un uomo, l'attore Raul Jimenez, e dalla sorella Ana (Ruth Diaz). Intorno a loro si muovono molti personaggi, tra cui Josè, silenzioso avventore che diventa amico dei due. Ana è la compagna di Curro (Luis Callejo), il “palo” della rapina, che dopo otto anni di prigionia, esce dal carcere.

Questo fatto dà l'avvio ad una sequenza inarrestabile di eventi che coinvolgono lo spettatore su un piano emotivo molto profondo, la cui consapevolezza nel “qui ed ora” è solo parziale.

C'è un contenuto inizialmente implicito, un “non detto” che, nella sua iniziale impensabilità, si rivela piano piano e del quale si nutre molto efficacemente la componente noir della storia.

La quota di mistero del film, che ci tiene con il fiato sospeso, non è tanto nei fatti, intuiti ben presto nel racconto, ma piuttosto nei sentimenti dei protagonisti e nell'uso che di essi viene fatto.

Fino a poco prima della conclusione di certe scene centrali, ci si interroga sul cosa succederà; lo si pensa, lo si ipotizza, si valuta una soluzione e il suo contrario.

E solo “dopo”, nel passaggio successivo e alla fine del film, ci si renderà del tutto conto della sequenza che nella realtà si è dipanata.

Lascio gustare allo spettatore i particolari della narrazione ma mi preme evidenziare quello che, a mio avviso, è il cuore della ricchezza di questa opera: l'uso che può essere fatto della memoria e gli effetti di questo, molto diversi nella nostra storia di uomini e donne.

Nel film alcuni dei personaggi sembrano mutare le loro caratteristiche identitarie, diventando altro da ciò che erano.

Questo è per alcuni frutto di un'operazione di “rigenerazione”, che sembra cancellare il passato; per altri invece nasce proprio dall'essere imprigionati in un passato che, giorno dopo giorno, trasforma l'individuo stesso.

Sui personaggi “rinati”, si apre il dubbio di quanto si sia creato un cambiamento interiore profondo e significativo, di cui l'aspetto esteriore è espressione e conferma, o quanto invece possa esserci stata una scelta opportunistica, dove un'operazione di diniego ha permesso di pensarsi e sentirsi diversi da prima.

Allo spettatore rimane la scelta tra queste due opzioni per ciascun personaggio, in certi casi più scontata, in altri del tutto soggettiva e libera.

Uno sguardo particolare va ai due uomini protagonisti della vicenda narrata.

Per Josè, “l'uomo tranquillo”, ci si interroga e si dubita nel qui ed ora di ogni sua azione, come se il suo passato, illuminato dal presente, potesse in ogni istante rigenerarsi o rimanere uguale. Allo spettatore sembra di cogliere una continua possibilità di scelta, dove la cesura tra ciò che accadde e ciò che accadrà è continuamente in movimento.

Per Curro, “l'uomo venuto dal carcere”, c'è invece un dinamismo che non è temporale ma emotivo. Il suo mondo interno è stato come bloccato dagli anni di carcere, lui è oggi quello che era prima della prigionia. Nel corso della storia rimarrà sempre un personaggio carico di ambivalenza, con aspetti positivi e altri problematici, forse il più sano, privo della scissione degli altri personaggi.

Per questo è per lui che ci si può immaginare un cambiamento più profondo alla fine della storia, sofferto e reale.

Un dinamismo simile e parallelo possiamo attribuire anche alla sua compagna, Ana, che potrà trasformare una fedeltà sacrificale, in una scelta dolorosa, possibile solo dopo aver sperimentato il dubbio e la libertà interiore.

Tardi per la rabbia” è un interessante film, che ci guida ad interrogarci sulle nostre responsabilità, sul come le ricordiamo o le cancelliamo, sul come superiamo e trasformiamo il nostro passato o lo lasciamo diventare una prigione.

Attraverso una storia limite, quella dei personaggi del film, possiamo pensare alla nostra storia e alla libertà che ciascuno di noi ha verso i propri sentimenti e verso chi li ha suscitati.

Ci troviamo a riflettere sul perdono e sulla riparazione, sulla giustizia e sulla fedeltà, sull'amore e sulla vendetta.

Il film non genera risposte chiare ma piuttosto demolisce certezze e coltiva il dubbio, che solo ci apre a nuovi orizzonti: quelli del continuare a pensare e farsi domande.

 

Marzo 2017

 

 

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