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Report – Il lettino e la piazza “Bologna-Teheran, uno sguardo sul femminile” 25-03-2017

(a cura di Manuela Martelli)

Nel terzo ed ultimo incontro che il Centro Psicoanalitico Bolognese ha organizzato in collaborazione con la Biblioteca Salaborsa di Bologna, sono intervenute la dott.ssa Gohar Homayounpour, psicoanalista iraniana e Annamaria Tagliavini, che è stata a lungo direttrice della Biblioteca delle Donne a Bologna.
L'incontro, il cui titolo è “Bologna-Teheran, uno sguardo sul femminile”, è stata moderato dal dottor Angelo Battistini, mentre la dott.ssa Laura Ravaioli, come lui psicoanalista del Centro di Bologna, ha collaborato per la traduzione inglese.
Nell'introdurre, il dottor Battistini ci ha brevemente invitati a riflettere, insieme alle relatrici, sulle differenze e le possibilità di incontro tra mondi diversi, Occidente e Oriente, maschile e femminile.
Gohar Homayounpour vive e lavora a Teheran, dove è ritornata dopo essere stata alcuni anni negli Stati Uniti. Ha scritto il libro “Una psicoanalista a Teheran”, un interessante e stimolante romanzo autobiografico dove si narra del suo attraversare frontiere relazionali, culturali e geografiche, nel suo lavoro e nella sua vita privata, ma anche delle sue letture.
La sua relazione è stata molto ben introdotta da Anna Tagliavini, che ha presentato i punti centrali del lavoro della psicoanalista, descrivendoli con un tocco di narratrice e lettrice di grande intuito.
La dott.ssa Tagliavini ha da subito riconosciuto il lavoro di scrittura di Gohar Homayounpour come un potente strumento di abbattimento dei muri che gli stereotipi tendono a creare, tra Oriente e Occidente e, più in generale, tra individui. La narrazione aiuta a superare o almeno a contenere “la fatica della prossimità” (questo il filo comune degli incontri di questo anno), la paura che la diversità tra me e l'Altro innesca.
Il più ravvicinato contatto tra culture diverse ha potenziato la difficoltà dell'incontro tra Occidente e Oriente. L'Iran, in particolare, avvolta nel mistero, rischia di essere pensata attraverso due stereotipi:
il primo la vede come una società tetra, in cui una piccola minoranza evoluta e occidentalizzata si contrappone ad una maggioranza chiusa e reazionaria; il secondo invece la presenta come una società ambigua che, ufficialmente si sottomette al regime ma in segreto pratica una vita dissoluta.
In realtà l'Iran è molto più sfaccettata e in evoluzione ma solo se ci sforzeremo di avvicinarci ai racconti dell'“altro da me”, potremo conoscere davvero qualcosa che vada oltre i nostri pregiudizi e trovare elementi comuni.
Un buon esempio di pregiudizio trasformabile è la tanto dibattuta questione del velo islamico, che realizziamo in realtà appartiene anche alla tradizione occidentale, usato a lungo come segno di omaggio al pudore.
D'altra parte una cultura che ostacola le donne nel perseguire la loro autonomia e libertà, che molti vogliono rappresentata dal velo, è ben rintracciabile anche nel nostro Occidente, dove talvolta si trasforma in violenza vera e propria.
Anna Tagliavini ci anticipa che, se la fatica dell'incontro tra uomo e donna è ubiquitaria, Homayounpour sostiene che anche ubiquitario è il dolore psichico e i sogni e i desideri su cui la psicoanalisi può lavorare ovunque. E la proposta della possibilità del “lavoro dell'incontro e della prossimità” passa attraverso la narrazione, di cui la relatrice iraniana è una ottima creatrice.
Con il suo intervento Gohar Homayounpour ci porta infatti dentro alla vicenda di Sheherazade e delle sue molte storie che compongono il libro “Le mille e una notte”.
E' attraverso questa fanciulla e le sue narrazioni che prendono corpo i molti personaggi femminili che compongono la variegata immagine della donna: un femminile vario e creativo, sfaccettato nelle sue molte libertà di esistere, che, dice Gohar Homayounpour, purtroppo oggi è andato perduto nella cultura persiana.
L'autonomia di un femminile creativo, forcluso nella narrativa tradizionale, ha trovato espressione nelle molte narrazioni de “Le mille e una notte”, testimonianze del suo esistere. Ma anche di un suo soffrire del nascondimento, dell'essere confinato ad una scrittura carnevalesca e poco valorizzata dalla tradizione più “nobile”.
Ma è Sheherazade, donna che salva la sua vita e quella di molte altre donne, che mantiene viva la speranza per la creatività delle donne, proprio attraverso il racconto che fa conoscere la soggettività del singolo, individuato tra la folla dei tutti uguali, una soggettività che incuriosisce e invita all'ascolto, che ferma la distruttività e la violenza dell'uomo sulla donna.
Gohar Homayonpour individua nel rapporto troppo stretto tra madri e figlie la causa principale dello spegnimento della creatività e autonomia femminile. Secondo la psicoanalista iraniana, il terzo, il padre, viene escluso dalla figura materna dominante, che genera una grande invidia nella figlia femmina; è a causa di questa invidia distruttiva e colpevolizzante che si riduce la vitalità creativa delle donne, che non riescono a creare tra loro rapporti di collaborazione e aiuto.
Il complesso edipico è, secondo la psicoanalista iraniana, vissuto diversamente in Iran, le figlie mantengono la madre come oggetto del desiderio, le madri non permettono a queste figlie di vivere una triangolarità creativa, non le aiutano a crescere, ad imparare a stare con gli altri.
La donna iraniana rischia di essere pensata per stereotipi, come un oggetto erotico o come un soggetto sottomesso e umiliato.
La speranza di Gohar Homayounpour è di ritrovare in noi stesse alcuni aspetti delle molte donne narrate da Sheherazade, perché ciò possa permettere alle madri di far nascere figlie libere e autonome, grazie all'aiuto di un uomo, il padre, che dovrà prendere un posto maggiore, il suo posto, nel triangolo edipico.
Dopo la conclusione dei due interventi il dottor Battistini avvia la discussione ponendo l'attenzione sull'universalità di una cultura patriarcale che pone le basi di una condizione femminile molto difficile, nelle sue diversità e somiglianze tra Occidente e Oriente.
Viene nuovamente puntualizzata la questione transgenerazionale che porta ad un rapporto troppo stretto e immobilizzante tra madre e figlia, con esclusione del padre, del terzo, problema davvero centrale per Gohar Homayounpour. Rispondendo ad alcune domande, la dottoressa ribadisce che, se il padre tende ad autoescludersi, è però forte nella sua esperienza la spinta materna all'espulsione, che avviene molto presto. Il padre deve lottare per evitarlo ma questo non avviene spesso.
Dice un motto iraniano” When you have got pregnant, the man has done his job”. Non rimane molto altro da fare per il padre...
Viene portato l'attenzione dalla sala sul film “Il cliente”, di Farhadi, rispetto al quale Gohar ribadisce che la figura maschile del padre è debole mentre la madre è forte e manipolatoria.
A lei sembra che in Iran più le donne sono defraudate di un potere nel mondo esterno e più cercano di riprenderlo in seno alla famiglia.
Afferma che non le sembrano esserci differenze di genere per chi richiede un'analisi, ma la sofferenza che porta alla richiesta di una terapia non è certo solo dovuta alla cultura ma piuttosto ai traumi precoci che ritroviamo anche nei nostri pazienti in Occidente.
Dalla sala viene chiesto se, per ritrovare la speranza di fronte alla difficoltà della prossimità tra uomo e donna, si possa contare su un movimento culturale che la stessa psicoanalisi potrebbe avviare in Iran e in quale modo la narrazione potrebbe essere strumento efficace per il rinnovamento.
Tagliavini ribadisce che dalla narrazione si osserva la differenza tra la cultura dell'Oriente e quella dell'Occidente ma che, se i movimenti femminili in Occidente hanno avuto e hanno una forza grande, la narrazione è ovunque un mezzo per cambiare i modelli. La stessa Homayounpour ribadirà che ciò che lei potrebbe desiderare per le donne iraniane nel futuro è quello di una maggiore possibilità di educazione, che avvicina i popoli.
Il dottor Bolognini, noto psicoanalista bolognese, fa un bel parallelo tra il racconto di Sheherazade e quello che in analisi si può fare. Le “1001” sedute analitiche cercano, come i racconti di Sheherazade, di dare spazio al singolo con la sua individualità e i suoi moti pulsionali, creando uno spazio trasformativo.
Una collega psicoanalista milanese, la dottoressa Ferruta ripropone la narrazione come possibilità per dare forma a pensieri nuovi, mai pensati prima, che vanno oltre gli stereotipi, che permettono di sognare e, sognando, trasformare.
Una psicoanalista e un'esperta di libri e scrittura hanno molto in comune nel loro facilitare le narrazioni possibili, i nuovi mondi pensabili. La fatica della prossimità può essere alleggerita dalle narrazioni delle opere d'arte o da quelle di una buona analisi.
Così si conclude il terzo ed ultimo incontro della rassegna per il 2017.

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