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Report: Transpsichico-Intrapsichico-Interpsichico Secondo Dialogo Internazionale del CePsiBo, 11-12 Febbraio 2017

(a cura di Simona Pesce, Maria Cecilia Bertolani, Simona Calderoni)

Il Secondo Dialogo Internazionale del centro Bolognese di Psicoanalisi si è sviluppato grazie alla ricca alternanza delle due voci dell’esperienza psicoanalitica: la clinica e la teoria.
Durante le due giornate di lavori il tema proposto dal Dialogo è stato approfondito a partire dalla descrizione di cosa possa dirsi trans, intra e interpsichico, per arrivare alla profondità e onestà dei resoconti clinici riportati dalle ospiti anglofone.
La chiara introduzione di Irene Ruggiero, psicoanalista con funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana e past-president del Centro Psicoanalitico di Bologna, ha permesso in primis di ricollegare la nostra memoria agli argomenti già presentati alle giornate del Primo Dialogo Internazionale, stabilendo un continuum tra i temi attuali e il precedente lavoro sulla relazione analitica. Nella sua esposizione la Dott.ssa Ruggiero ha presentato la storia dei concetti teorico-clinici del Dialogo riordinandoli sotto un profilo storico. Partendo dalla descrizione della priorità Freudiana di osservare il mondo da un vertice intrapsichico si è addentrata nella definizione di cosa definisca uno scambio transpsichico per poi parlare dell’esperienza interpsichica che si delinea come uno scambio funzionale realizzato a mezzo di un’ampia permeabilità condivisa tra due apparati psichici, scambio permesso proprio dallo “sfilacciarsi dei confini della soggettività”. L’intento ben riuscito è stato quello di chiarire, senza però isolare, concetti che nascono dall’osservazione clinica per giungere ad un’organizzazione concettuale.
Angela Joyce, analista della British Psychoanalytical Society, profonda conoscitrice del pensiero Winnicottiano e analista infantile di lunga esperienza, ha presentato un lavoro dal titolo “Non si possono capire le parole se non si sente il silenzio: portare il trauma intergenerazionale all’interno dell’analisi”. Attraverso l’accurato resoconto del lavoro della coppia analitica, la relatrice ha mostrato un bell’esempio di quello che si potrebbe dire, nella cornice teorica del presente Dialogo, un passaggio transpsichico di elementi traumatici vissuti da generazioni precedenti e introdotti nel soggetto. La specificità della comunicazione della coppia analitica, caratterizzata da presenza di silenzi della paziente e da un’insolita rarefazione delle rappresentazioni nella mente dell’analista, ha portato Angela Joyce a considerare la coesistenza di un vuoto e la presenza intrusiva di qualcosa che non appartiene alla psiche della paziente come il segno del trauma trasmesso attraverso le generazioni. A.Joyce affianca la sua esperienza clinica al concetto di telescoping of Generations di Haydee Faimberg (1988). Questo stesso tema ha attraversato tutta la giornata di lavoro ed è nuovamente riemerso nella relazione di chiusura del pomeriggio della Dott.ssa Nicolò, che ha parlato di trasferimento di elementi traumatici da un membro della famiglia ad un altro più disponibile all’elaborazione, il riferimento teorico è al noto lavoro sul Ruolo Educativo della famiglia di Donald Meltzer (1986).
La discussione con la sala ha mostrato uno sviluppo interessante di questo specifico punto teorico, sottolineando l’aspetto difensivo del “vuoto d’investimento”. Per meglio spiegarmi, il discorso si è incentrato non solo sulla patologica trasmissione di elementi incistati nella mente dell’accogliente, ma anche sul tentativo inconscio del genitore di proteggere il figlio dal contatto con elementi traumatici dell’esperienza vissuta. Mi sembra prezioso il commento della Dott.ssa Joyce che ha così ben descritto lo sforzo, da lei spesso riscontrato nella pratica clinica, delle madri traumatizzate e deprivate di essere comunque buone madri.
E’ seguita la dettagliata relazione di Stefano Bolognini, psicoanalista con funzioni di Training della SPI e Presidente IPA, che ci ha condotti nelle riflessioni di un esperto conoscitore dell’arte dell’integrare aspetti del Sé. Attraverso due esemplificazioni cliniche il Dott. Bolognini ha delineato diverse possibilità di passaggi da situazioni d’invasione transpsichica alla vera intimità dell’esperienza interpsichica. L’intimità, scrive Bolognini, “è continuamente ricercata dall’umanità intera in modo più o meno conflittuale”, ed è quella che permette un vero scambio profondo e trasformativo. Vertice interessante nella sua relazione è la visione somato-psichica dell’esperienza analitica. Sottolineando l’importanza di allenarci al riconoscimento del continuo flusso profondo dell’equivalenza simbolica tra corporeità e psichismo, gli scambi analitici possono essere rapportati a specifici funzionamenti corporei. Un vero scambio intimo può essere come il passaggio di flussi attraverso le mucose esterne-interne al corpo, mentre un contatto buono ma superficiale è come un toccarsi di mani tramite la pelle, senza che venga raggiunto l’interno e quindi lo spazio della trasformazione. In questo modo il Dott. Bolognini ci offre la possibilità di ampliare la rappresentazione dell’esperienza analitica e di riflettere su elementi di teoria della tecnica che così raramente vengono esplicitati.

(a cura di Simona Pesce)

 


Nel pomeriggio, Kerry Kelly Novick, psicoanalista con funzioni di Training dell’American Psychoanalytic Association, ha presentato una relazione prevalentemente di tipo clinico: “Tempo/spazio nella relazione terapeutica”. La relazione si è concentrata su una lunghissima analisi che pone, tra gli altri, il problema se taluni tipi di analisi possano essere terminabili o no (come suggerito da un intervento in sala), soprattutto in un caso in cui il processo analitico sembra ospitare, e quasi tenere ivi confinati, identificazioni transgenerazionali e aspetti scissi, che permangono nel tempo, proprio perché dislocati e tenuti a bada nello spazio dell'analisi, in uno stato di dissociazione difficilmente elaborabile nel transfert e controtransfert. Come è stato osservato nel dibattito, l'oscillazione tra il desiderio di cambiare e quello di tornare indietro rende difficile comprendere se, in seduta, si ha a che fare con la bambina traumatizzata o con la donna matura, capace di intersoggettività nel mondo esterno, ma che poi vive la relazione con l'analista in modo persecutorio, all'interno di un transfert negativo che rivela un rovesciamento dei ruoli, quale fu quello vissuto a suo tempo dalla paziente. La paradossalità della situazione clinica mostra al contempo un forte attaccamento all'analista e la presenza di momenti preziosi di “unisono”, talora anche di tipo linguistico, che riescono a fare sentire la paziente meno sola, proprio nel momento in cui le sue peggiori paure paiono realizzarsi come fossero un destino. Certo, il lavoro interpsichico dello scambio analitico è riuscito a creare uno spazio che permette una maggiore libertà intrapsichica, opposta allo spettro destinale, attenuando così il peso degli aspetti transpsichici della storia della paziente, presa in una situazione di "ingranamento". Questo concetto di Racamier, non citato dalla Novick ma presente implicitamente nel resoconto clinico, è divenuto un motivo comune tra la relazione della Novick e quella della Nicolò.
La relazione di Anna Nicolò, psicoanalista con funzioni di Training e presidente della Società Psicoanalitica Italiana, dal titolo “Dov'è collocato l'inconscio?”, ha preso le mosse da un caso di terapia familiare per analizzare l'incredibile coincidenza di contenuti inconsci (anche di tipo onirico) in cui finalmente trovano una rappresentazione le intrusioni transgenerazionali e l'uso inconscio che viene fatto dell'altro. Il caso presentato dalla Nicolò si legge bene alla luce del costrutto di Racamier di “ingranamento”, ossia quando, ha ricordato la relatrice, vediamo “soggetti che fanno agire ad un altro (sempre una persona vicina) parti di sé, quelli che lo utilizzano per mettere nell'altro il loro complemento fallico o narcisistico, o le loro pulsioni inconfessate; quelli che tengono a propria disposizione questo 'delegato obbligato' (ben descritto da E. Jacobson); quelli che attuano le espulsione sull'altro dei propri lutti negati e delle depressioni rimosse (1986), quelli che procedono per intimidazioni paranoiche (1990) e le famiglie che designano al loro interno un figurante predestinato (1989); costui, che si rivela alla fine della catena, e tutti gli altri, che altro sarebbero se non adepti dell'ingranamento?” (Racamier). Secondo la Nicolò la natura del legame diventa quella di terzo nella relazione, un terreno in cui si svela più che altrove l'angusta interdipendenza che si riscontra nelle patologie gravi, quella tra il mondo interno del paziente e il mondo fantasmatico della famiglia o del gruppo a cui il paziente appartiene. Esiste perciò, oltre all'incontro individuale, anche un mondo fantasmatico, complesso e multidimensionale, di cui è importante tenere conto e di cui vanno rilevate coincidenze e discordanze nell'articolazione tra il funzionamento intrapsichico e quello interpersonale, soprattutto qualora si ricordi - a partire dal Meltzer di “Il ruolo educativo della famiglia” e, ancor prima, dall'idea freudiana di “rigetto” della rappresentazione - che il dolore può essere traslocato nell'altro (il porta-parola secondo la formulazione dell'Aulagnier), mobilitando difese interpersonali o transpersonali fino ad arrivare a forme percettivo-allucinatorie o psicosomatiche (Botella) che l'analista riceve in risonanza con la psiche del paziente. Vacillamenti identitari, depersonalizzazione, oscillazione tra io e non io che è all'origine della vita psichica e anche della cura, tutto ciò ha condotto Michel De M'Uzan a definire l'incontro analitico come una “chimera”, monstrum mitologico che tuttavia, al pari della sfinge, pur nascendo dall'incrocio di esseri diversi, crea un organismo nuovo. Alla luce di quanto detto, la Nicolò ha proposto di riconsiderare lo statuto del soggetto una questione aperta e complessa che non cessa di interrogare le scienze umane. Non a caso è divenuta quasi proverbiale la frase di Rimbaud “JE est un autre”, segno di una inquietudine permanente, di una estraneità a se stessi che è la linfa della poesia, ma forse anche dell'analisi.

(a cura di Maria Cecilia Bertolani)

 


La mattinata del 12 febbraio si apre con una tavola rotonda in cui intervengono 5 psicoanalisti.
La Dott.ssa Marta Badoni, psicoanalista con funzioni di Training della SPI, concentra il proprio lavoro sul transpsichico definendolo come la trasmissione della vita psichica da una generazione all’altra, particolarmente complessa, tanto che su di essa si è da sempre interrogato il pensiero psicoanalitico con articolazioni diverse: l’asse del narcisismo, quello del Super-Io, la trasmissione di vincoli familiari (Kaës), la possibile violenza della parola materna, la trasmissione di nuclei traumatici irrisolti in forma di mandato transgenerazionale. Tra la vita intrauterina e la prima infanzia c’è molta più continuità di quel che non ci lasci credere l’impressionante cesura dell’atto della nascita. La dott.ssa Badoni sottolinea che la stessa radice tradere sta nella parola tradizione come in quella di tradimento. La parola tradire ha assunto sfumature diverse che vanno dal lasciar trapelare a propria insaputa emozioni, al consegnare o consegnarsi subdolamente ad un potere altro, ad una presenza aliena che ne distorce l’identità.
La Dott.ssa Badoni chiede spesso alle persone che ha in cura quale sia l’origine del loro nome; qualche volta si aprono scenari di lutto: fratellini morti prematuramente, ad esempio, con relativo carico da assumere assieme al nome e l’identità di un altro. Come analista si è occupata sia del carico che assume psichicamente chi lo riceve, sia delle modalità in cui questo mandato si esprime o si tradisce nei comportamenti del paziente e negli affetti dell’analista. Da parte del paziente con la comparsa, nello scenario analitico, di personaggi incongrui, da parte dell’analista con un affetto doloroso di spaesamento e la sensazione di essere in un vicolo cieco.
Gaddini scriveva come, in certe situazioni, la partecipazione al lavoro analitico possa avvenire solo in segreto, in una specie di clandestinità. Secondo La Badoni la clandestinità può essere l’ultima risorsa per aggirare lo strapotere del Super-io e avviare processi di differenziazione. In questi casi occorre che l’analista sia complice del clandestino. Scrive Green: “L’essenza dell’incontro analitico è un ritorno a sé, previa una deviazione tramite l’altro”. È necessario un lungo lavoro della e sulla percezione, prima che la parola analitica possa esercitare la propria funzione trasformativa; questo accade soprattutto con quei pazienti che privilegiano l’agire al rappresentare.
Il secondo intervento è del Dott. Battistini, psicoanalista con funzioni di Training della SPI, il quale sottolinea che, mentre sul termine intrapsichico esiste un accordo ormai consolidato all’interno della Società Psicoanalitica, altrettanto non vale per il transpsichico e l’interpsichico. Nel caso di interpsichico e transpsichico Battistini si riferisce all’accezione che ne ha dato Stefano Bolognini nel suo libro “Passaggi segreti”. L’esempio di interpsichico che Bolognini riporta nel citato lavoro è quello di una breve conversazione avvenuta su un autobus che si consuma tra due interlocutori che non si conoscono e che scambiano alcune considerazioni basate sul senso comune e non intrusive per l’altro. Il transpsichico, invece, è un’interazione fra due esseri umani di qualità violenta, disturbante, intrusiva, poco elaborabile.
Il transpsichico è una dimensione presente nel trattamento analitico, che spesso connota i pazienti più ostici che impegnano sovente l’analista con pressioni emotive che egli percepisce variamente con sentimenti di fastidio, insofferenza, impotenza, prodotti da massicci movimenti d’identificazione proiettiva. Sono pazienti il cui discorso manifesto risulta particolarmente enigmatico e inconcludente in cui, di solito, il modo di comunicare del paziente e gli aspetti non verbali del suo discorso sono più significativi del contenuto stesso. Attraverso la presentazione di una breve vignetta clinica Battistini mostra come, partendo da una propria reazione controtransferale di noia e di sonno, riuscirà gradualmente ad accogliere e digerire gli elementi beta; tale “digestione” è favorita anche da un pittogramma narrativo che aiuterà la paziente ad associare in modo sempre più autentico e vivificato.
La relazione del Dott. Macchia, psicoanalista Ordinario della SPI, è incentrata sulla specificità della coppia analitica al lavoro. Ciò che è irripetibile è la situazione di analista e paziente in seduta, ciò che essi creano nel loro incontro, ma anche ciò che quella specifica situazione li fa essere e diventare l’uno con l’altro e l’uno per l’altro. Thomas Ogden scrisse: “Se a uno dei miei pazienti capitasse, per qualche motivo, di sentirmi parlare con un altro paziente direbbe: - Non mi piace il modo in cui sta parlando -, non che sia seducente, paternalista o coercitivo, semplicemente non suona bene, non sarebbe qualcosa di co-sognato e co-creato”. L’invito è quello di indagare non il paziente, non l’analista, non la follia, ma la cesura, la sinapsi, il legame. È utile osservare i fenomeni emergenti “tra” i due membri della coppia analitica. In un sistema di questo tipo l’osservatore fa parte del sistema e non esiste un oggetto che possa essere osservato al di fuori della presenza e dell’influenza dell’osservatore. Spetta all’analista, però, la responsabilità di riconoscere e decodificare le componenti del sistema, essendo il setting analitico una costruzione asimmetrica definita dal rapporto di ruoli tra analista e paziente. Il terzo analitico descritto da Ogden ci porta ad affermare che non esiste un analizzando al di fuori della relazione analitica, né l’analista indipendente dalla relazione con l’analizzando; entrambi si muovono all’interno dello spazio potenziale che essi creano ma che, nel contempo, li genera. Il terzo analitico è una creazione dell’analista e dell’analizzando e, allo stesso tempo, l’analista e l’analizzando sono creati da un terzo analitico. Il concetto di transidentificazione proiettiva, proposto da Grotstein, integra la formulazione bioniana dell’azione comunicativa dell’identificazione proiettiva con altri due concetti. Il primo è l’induzione sensomotoria, l’esortazione sottile che include i gesti di evocazione, prosodia, allusione, postura, tono della voce. Il secondo fattore è costituito dalla risonanza empatica del soggetto ricevente, quella sensibilità a partecipare all’esperienza dell’altro che Stern definisce “partecipazione eterocentrata”. La transidentificazione proiettiva dà rilievo alle componenti somatiche delle comunicazioni tra analista e analizzando, alle componenti extra e intraverbali radicate nelle prime esperienze relazionali tra madre e bambino che costituiscono l’inconscio precoce non rimosso. Analista e paziente condividono le coordinate spazio temporali che sostengono il setting ma il luogo del loro incontro è popolato dai transfert personali che portano altrove nel tempo e nello spazio. In certi momenti la situazione analitica diventa una macchina del tempo con cui si realizzano, nel qui e ora, i là e allora dell’evento traumatico.
La Dott.ssa Silvia Molinari Negrini, psicoanalista con funzioni di Training della SPI, insiste sull’importanza del setting che definisce come un tempo e un luogo in cui si possa svolgere, in maniera preliminarmente concordata, un’attività terapeutica in cui sono presenti paziente e terapeuta simultaneamente.
Paziente e analista abitano questo spazio in cui passano parole e silenzi, non c’è un copione per nessuno dei due, la cosiddetta regola fondamentale non è più una prescrizione in senso stretto ma, come ama affermare anche il Dott. Zucchini, una facoltà di parlare liberamente. Winnicott, dopo averci consegnato un’indimenticabile rappresentazione della coppia fusionale madre-bambino, ci indicherà in quale modo e attraverso quali passaggi, potrà svilupparsi un processo virtuoso di separazione non traumatica, di una soggettivazione e di costruzione di un’identità separata. Winnicott osservò la relazione madre bambino ed, essendo egli anche pediatra, non poteva non tenere conto dell’importanza della definizione degli spazi in cui si svolgono tutte le vicende di separazione, individuazione e incontro e quali spazi vengono a loro volta costruiti, da tali vicende. La mamma e il bambino di cui ci parla Winnicott condividono uno spazio stando in relativa solitudine senza che il bambino sia spaventato nel percepirsi solo o minacciato dalla differenza di potere, capacità e forza rispetto all’altro. Nello stesso tempo è solo attenuata, non perduta, la percezione di se stessi e della propria separatezza e diversità di posizione e di ruolo rispetto all’altro. Bambino e mamma condividono anche un altro spazio più grande in cui il bambino sa che ha una mamma di cui ha bisogno, capace di prendersi cura di lui e di proteggerlo che, all’occorrenza, si presentificherà e giungerà in soccorso e la mamma specularmente, anche se è assorta nelle proprie attività, ha nel suo immediato preconscio, la consapevolezza della sua responsabilità e l’attenzione pronta all’attivazione.
La Dott.ssa Diomira Petrelli, psicoanalista Ordinario della SPI, focalizza il proprio intervento sul concetto di transgenerazionale, rifacendosi ai lavori di Abraham e Torok, Faimberg, Kaës e Nicolò, definendolo come qualcosa di perturbante dove sono presenti una sorta di corpi estranei all’interno della personalità del soggetto (richiamandosi alle nozioni di cripta e télescopage). La radice lontana di questo concetto è da ricercarsi in un lavoro di Ferenczi che distinse il processo di incorporazione da quello d’identificazione. Mentre l’identificazione prevede un’assimilazione dei contenuti che sono metaforicamente fatti propri e portati dentro, nel processo d’incorporazione questi restano indigesti. La dott.ssa Petrelli ricorda lo spazio triangolare concettualizzato da Britton, il quale sostiene che il precocissimo rapporto del bambino con una coppia legata insieme, alla quale si rapporta costituendo il terzo polo di un triangolo, viene interiorizzato e costituisce la base per la formazione di uno spazio interno. Se la coppia non funziona, al posto di questa triangolazione edipica che, graficamente possiamo immaginare orizzontale, si forma una pseudo triangolazione verticale che il télescopage descrive molto bene, in cui c’è, da un lato il proprio padre e, dall’altro, il figlio maschio. Una psicoanalista presente in sala, richiamando la relazione della dott.ssa Badoni quando parla del fare buon uso del concetto di tradimento e della necessità di confrontarsi con una certa dose di clandestinità con i nostri pazienti, si domanda se ciò non sia ancora più vero con i pazienti migranti dove l’intreccio tra lingua madre e lingua straniera è particolarmente evidente.
Il Dott. Bolognini interviene specificando che il modello di co-funzionamento che preferisce è quello della porta con la gattaiola: se la gattaiola medioevale permette al gatto preconscio di entrare e di uscire con una certa libertà non clandestina ma funzionale, allora l’interpsichico entra in gioco e migliora la qualità della vita degli esseri umani. Come per l’empatia, anche l’interpsichico non può essere prescritto o raccomandato ma soltanto riconosciuto e apprezzato quando avviene.
Il Dott. Nicolino Rossi, psicoanalista ordinario della SPI e Presidente del Centro bolognese, conclude il convegno affermando che l’apprendimento della psicoanalisi, diversamente dalle discipline scientifiche, avviene per après-coup su qualcosa che già ci appartiene piuttosto che come novità. Nell’apprendimento psicoanalitico si verifica un rimaneggiamento intrapsichico, a partire dallo stimolo dell’oratore e dal clima interpsichico tra i partecipanti.

(a cura di Simona Calderoni)

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