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Tra psicoanalisi e musica - Recensione di Gabriella Bartoli

Centro Psicoanalitico di Bologna
29 settembre 2016

M. De Mari, C. Carnevali, S. Saponi (a cura di)
Tra psicoanalisi e musica
Alpes Italia, Roma 2015


Si è svolta il 29 settembre 2016, presso il Centro Psicoanalitico di Bologna, la serata di presentazione del libro Tra psicoanalisi e musica, a cura di M. De Mari, C. Carnevali e S. Saponi, pubblicato nel 2015 per i tipi di Alpes Italia (Roma).
Tra i relatori erano presenti Gabriella Bartoli (Psicoanalista SPI), Cinzia Carnevali (Psicoanalista SPI) e Massimo De Mari (Psicoanalista SPI). La serata è stata introdotta e coordinata da Marco Mastella (Psicoanalista SPI con funzioni di training e attuale Segretario Scientifico del Centro Psicoanalitico di Bologna) e si è piacevolmente caratterizzata per un coinvolgente dialogo tra parole e musica, grazie alla intensa vocalità di Laura Ravaioli, psicoanalista SPI afferente al Centro Psicoanalitico di Bologna, e al raffinato accompagnamento della chitarra di Emiliano Battistini, musicista e semiologo.foto copertina libro

psicoanalisiEmusica

Proponiamo qui il testo di apertura dell’evento, ad opera di Gabriella Bartoli, che, iniziando le proprie riflessioni su alcuni contributi storici sul tema, ci offre una articolata ed efficace recensione del libro.

Gabriella Bartoli

Devo subito confessare il mio quasi totale analfabetismo in fatto di linguaggio musicale; non sono un’addetta ai lavori, anche se credo di avere ormai l’orecchio esercitato a cogliere, nel parlare dei pazienti, l’aspetto musicale. Ho quindi affrontato la lettura degli scritti che compongono questa raccolta con atteggiamento del tutto naïf; e continuo su questa linea affidandomi ad alcuni ricordi personali riemersi nell’occasione.
Sono tornata ai lontani anni Ottanta, quando Carlo Todesco, in un convegno triestino su La cultura psicoanalitica, insieme al figlio Fabio presentò una comunicazione dal titolo “Psicoanalisi e musica: fusionalità, separatezza e ascolto”. Fu l’unico contributo sul tema, in mezzo a numerosi altri che esploravano la relazione Psicoanalisi/Estetica/Arti.
Dissero allora i Todesco, a introduzione del loro discorso, che nello studio delle relazioni reciproche tra Psicoanalisi e Musica ci si trovava ancora in epoca preistorica.
Ecco, con la raccolta di scritti di cui ci occupiamo questa sera e sulla scorta di alcune ricerche empiriche che li supportano, mi pare che possiamo considerarci entrati a pieno diritto nella storia dei rapporti tra le due discipline. Vorrei però aggiungere qualche altro dato della cosiddetta “preistoria”, limitandomi a quella nostrana.
Il contributo dei Todesco (il cui riferimento teorico era soprattutto il Bion di Trasformazioni) è del 1985. Ma Fornari era già uscito nel 1984 con Psicoanalisi della musica, il saggio cui premetteva questa frase: «All’inizio era il Suono. / Il Suono era presso la Madre. / La Madre era il Suono». Portava così per la prima volta l’attenzione sul primato della percezione uditiva - almeno rispetto a quella visiva - durante la vita fetale. E del gennaio 1985 è il suo Carmen adorata, che si apre con questa dedica: «A mia nipote Chiara e alle sue filastrocche». Ricordo infine il Fornari conviviale, che a conclusione delle cene congressuali amava attardarsi a tavola con i colleghi intonando alcune delle più note romanze dell’Ottocento musicale italiano.
Sempre nel 1985 esce il bell’articolo di Anna Baruzzi “Sul ritmo”: a rammentare come esso pervada la quasi totalità delle nostre esperienze: dalle funzioni organiche, al decorso omeostatico delle motivazioni, alle funzioni del pensare, dell’agire e del linguaggio orale (dai silenzi, ai soliloqui, ai turni della conversazione). Ne segnalava il ruolo di cornice entro cui l’alternarsi di comparse e sparizioni diviene accettabile. Il ritmo, quindi, come funzione che dà ordine, forma, contenimento; ma anche come qualcosa che, nei suoi effetti di fascinazione e incantamento, può ipnotizzare togliendo potere al pensiero.
A questi pionieri è reso pieno onore nello spazio del volume; così come agli psicoanalisti che dopo di loro si sono occupati del tema: tra gli altri, Mancia, Petrella, Schön, Di Benedetto. Stein completa poi il quadro con uno sguardo alla letteratura internazionale.

Per me i ricordi affiorano anche da un altro archivio della memoria: quello della psicologia. E allora l’attenzione si sposta dalla Psicoanalisi alla Gestalttheorie di Wertheimer, Koffka, Köhler, Metzger, Arnheim: gli antesignani degli studi di psicologia della percezione visiva, ma anche uditiva. I teorici ante litteram del “campo”; pionieri pure nell’introdurre lo studio delle qualità espressive intrinseche agli “oggetti”, animati e inanimati. «Il nero è lugubre prima ancora di essere nero», diceva Max Wertheimer; e in anni più recenti Paolo Bozzi: «Un accordo di settima diminuita è raggricciante e teso».
E qui, in parallelo al Fornari conviviale, rievoco gli “scherzi” musicali con cui i gestaltisti (tutti cultori di musica da camera) amavano intrattenersi a Berlino nei loro incontri privati, ospiti di von Hornbostel, il teorico dell’unità dei sensi nonché esperto etnomusicologo. Soprattutto Wertheimer e Metzger, con esecuzioni al pianoforte, improvvisavano a turno descrizioni di caratteri e facevano indovinare agli astanti i tipi così rappresentati. A riprova della corrispondenza strutturale da loro postulata tra mezzi espressivi legati a canali sensoriali diversi, nonché tra strutture linguistiche e strutture emotive.
Sovviene in proposito il garbato lavoro di Walter Bruno sul tema delle sinestesie, con la rievocazione dell’incontro tra Freud e il direttore d’orchestra Bruno Walter, sofferente per una fastidiosa rigidità al braccio destro; aneddoto teso a illustrare, accanto ai più noti fenomeni di sinestesia, anche le corrispondenze isomorfiche tra somatico e psichico.

Vengo ora all’insieme degli scritti. Francesco Barale, nella bella e colta prefazione al volume, sottolinea la multidimensionalità dei temi trattati; i sentieri tracciati sono così numerosi da evocare l’immagine di un labirinto; e non è facile trovare un filo che tutti li percorra. Allora mi sono orientata a sottolineare alcuni particolari nodi tematici: quelli che a mio parere suscitano interrogativi e che toccano peraltro molti dei modi in cui è stato interpretato il titolo del volume: Tra psicoanalisi e musica.
In ogni caso, lo scritto di Alexander Stein, che apre la raccolta, è di grande utilità sia perché delinea le possibili coordinate lungo cui esplorare la relazione, sia perché mette in guardia da una serie di trappole banalizzanti in cui si potrebbe cadere senza usare le dovute cautele. Valorizzando troppo, ad esempio, il procedere solo per analogie nel riferirsi ai due campi disciplinari messi a confronto. D’altra parte non mancano nel corso del volume i richiami all’interdisciplinarità dell’approccio e all’osservanza di quanto essa comporta dal punto di vista epistemologico.
Offrono, infine, un materiale d’osservazione di prima mano le “Interviste” che Massimo De Mari ha proposto a diversi musicisti (compositori, interpreti, cantanti e maestri di canto), nonché a psicoanalisti-musicisti. Opportunamente intercalate ai contributi di riflessione teorica e di riferimento alla pratica clinica, esplorano dal vivo motivazioni, interessi, processi psichici di base e quant’altro sia contestualmente implicato nella formazione e nella pratica musicale esercitata a diversi livelli. E’ anche questo un modo di fare ricerca.

Affetti/Pensieri
Capita di leggere spesso altrove, come pure in alcuni passi di questo volume, che la musica nasce dagli affetti primari, che è in qualche modo espressione privilegiata di affetti e che, a sua volta, suscita nell’ascoltatore emozioni. E’ un’affermazione certamente condivisibile, anche se non esaustiva; che trova un’utile integrazione in quanto suggerisce nel corso della sua intervista Francis Grier, psicoanalista, compositore e pianista. Grier, riflettendo sui modi del comporre, indica come via ideale quella del «riuscire a unire la parte della mente che pensa in modo rigoroso con quella più profondamente emotiva». E nel cogliere in molta musica - come in quella di Stravinsky - una perenne tensione tra Apollo e Dioniso, ci induce a vedere le figure del mito non solo come metafore di due diverse ispirazioni poetico-musicali, ma come le componenti essenziali dell’atto creativo. Riprende il tema Maria Pia De Vito, cantante, compositrice e arrangiatrice jazz, quando avverte che nel fare musica non c’è solo «l’espressione diretta dell’animale ferito»; ma c’è anche un’«intenzione», un «pensare a delle forme», persino nell’improvvisare. Con gli inevitabili riflessi sulle modalità ricettive dell’uditore.

Musica e musicalità
Afferma Stein nel suo scritto che «il mondo sonoro» che si crea nella stanza d’analisi «è di per sè Musica». Ma quale significato dare a “musica”? Musica intesa come arte di combinare i suoni secondo certe regole, e quindi anche come l’insieme delle produzioni d’arte attinenti a questo campo? Oppure come termine inclusivo di tutto ciò che ha l’attributo della “musicalità”, intesa come forma di sonorità melodiosa? Pongo l’accento su questa distinzione perché in molti degli interventi si ha talora l’impressione che ci sia uno slittamento tra le due accezioni e che si tenda a considerare “estetico” ciò che è soltanto “espressivo” in senso musicale. Penso anche a quella sorta di invito rivolto agli analisti ad affinare la loro «sensibilità estetica» nell’ascolto del paziente. Ecco, forse basterebbe affinare la sensibilità alle qualità espressive legate agli stimoli sonori, che non coesistono necessariamente con la qualità dell’esteticità.

Ancora “tra” psicoanalisi e musica
Schön tenta un esperimento: parte dai quattro classici modelli della Psicoanalisi - centrati rispettivamente sulle Pulsioni, sull’Io, sulle Relazioni oggettuali, sul Sé - e suggerisce per ognuno di loro un possibile correlato musicale (la musica romantica e parte di quella popolare per il modello pulsionale; certe composizioni classiche e contemporanee d’ispirazione pedagogica per la psicologia dell’Io e così via). Dal canto suo De Mari ripropone un tema sviluppato da Mancia nel 1998, quando aveva messo a confronto i due sistemi musicali - tonale e atonale - con le “posizioni” kleiniane: collegando il primo alle istanze integrative della posizione depressiva; il secondo alla frammentazione della posizione schizo-paranoide.
Sono ipotesi attraenti, suggestive, che trovano dentro di noi un’adesione immediata. Ma poi subentra qualche dubbio. Il mutare del gusto musicale e in particolare il suo trapassare dalla consonanza alla dissonanza non rientrerà in quell’eterna oscillazione che percorre la storia della scienza come delle arti o di altre produzioni culturali? Oscillazione che si gioca tra due poli ricorrenti: tendere da un lato a risolvere armonicamente le dissonanze, i conflitti, convivere per un po’ con un’equilibrata consonanza e poi sentire il bisogno di rompere, di frammentare e di ricombinare segni, suoni, note, parole in un modo nuovo, diverso; non per il semplice gusto del diverso e dell’opposizione (che pure c’è), ma per dare espressione a contraddizioni latenti che affiorano in virtù magari dello Zeitgeist.
Ad aggirare dubbi e rischi di riduzionismo interviene, in corso d’opera, lo stesso Schön con un suggerimento malizioso: al di là di trovare corrispondenze di forma e di senso tra modelli psicoanalitici e generi musicali e rinunciando comunque a “fare l’analisi” all’arte, perché non stenderci noi sul lettino dei grandi e imparare da loro?

Numerose altre le suggestioni che scaturiscono da questa lettura. Tra le tante ne raccolgo una che Cinzia Carnevali ci rimanda dalle sue esplorazioni in quello spazio del “tra”. Quando vede riflessa in molta parte della musica contemporanea - specie in quella di John Cage - l’immagine di una psicoanalisi più sciolta e flessibile, che si offre ai suoi interlocutori come strumento insaturo con cui poter costruire interattivamente anche in presenza di cesure, vuoti di senso o ambiguità semantiche.

 

 

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